I CORRIDOI “DISUMANI”

#DIRITTIUMANI

Anna e i suoi bagagli attraversa il confine con la Slovacchia-Ph. Aleksandra Szmigiel per Reuters

La propaganda in guerra ostenta la concessione di corridoi umanitari ma, di fatto, gli unici corridoi sono quelli che la forza della disperazione percorre da sola.

L’ Unchr, organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, stima dal 24 febbraio ad oggi, un flusso di 2,3 milioni di ucraini in fuga dalle ” operazioni militari” russe verso Polonia, Ungheria, Slovacchia, Moldavia e Romania.

La sofferenza è impietosa, toglie espressione ai volti dei terremotati, dei naufraghi, dei sopravvisuti in senso lato ma la sofferenza di un popolo di profughi fatto di donne, bambini, anziani con i loro animali o le loro poche cose è una sofferenza che segna la Storia e dovrebbe risvegliare la coscienza di tutto il genere umano, se ancora qualcosa di “umano” abbiamo salvato.

Siamo tutti in balia della narrazione difficoltosa proposta da inviati di guerra o da politologi che hanno sostituito i virologi sotto i riflettori e sappiamo tutti ben poco cosa stia accadendo in uno spazio estremamente prossimo al nostro territorio. E forse, poco ci importa se non incide nelle nostre piccole traiettorie quotidiane. Ma le foto restano, raccontano storie senza usare parole, fanno trapelare il freddo, la stanchezza, l’ umiliazione, la paura della gente comune.

Come in ogni emergenza emergono migliaia di persone che offrono quello che possono; cibo, abiti, alloggi, solidarietà, che danno il meglio di sè e migliaia che si voltano dall’ altra parte, non per cattiveria ma per paura di identificarsi, di poter intravvedere un futuro di cui non vorrebbero mai essere i protagonisti.

E quindi? Cosa dovremmo fare?

Manifestazioni, donazioni, appendere lenzuola con su scritto ” Ce la farete!”? Non credo. Basterebbe recuperare, ognuno nel suo piccolissimo, un giudizio critico e la “grazia nel cuore”. La Storia corre molto più veloce del nostro attivismo occidentale, è già arrivata al giro di boa mentre noi la osserviamo increduli dalla spiaggia.

Possiamo tornare ai fondamentali, a metterci nelle scarpe di chi percorre i corridoi disumani per chiedere sì, e a gran voce, dei corridoi umanitari garantiti, anche se per brevissimi intervalli. Dovremmo pretendere che la carta dei diritti umani non sia solo sventolata ma rispetata, che il Tribunale penale internazionale (TPI) metta a disposizione tutti i mezzi umani ed economici per sanzionare ora, e non fra vent’ anni, i crimini contro l’ umanità.

Se ad ogni post sui social corrispondesse una mail di denuncia ai Ministeri degli Esteri, al Tribunale dell’ Aia, alle cancellerie mondiali, forse l’ opinione pubblica riuscirebbe ad avere un peso, almeno mediatico. Non sarebbe una presa di posizione politica, non richiederebbe competenze geopolitiche o diplomatiche e dimostrerebbe che, in realtà, tutti vogliono soprattutto la stessa cosa: salvarsi la vita; Anna con i suoi tre animali, Olga che abbraccia il suo volpino in un rifugio della Romania, un uomo e il suo gatto che spuntano da un sacco a pelo in un rifugio di Kharkiv ed io, voi, noi spettatori frastornati tra un’ emergenza e l’ altra.

Nel frattempo consiglio di tenere sempre a portata di mano delle scarpe comode e robuste, un trolley con rotelle rinforzate, uno zaino, un sacco a pelo e la speranza di doverli usare per una gita fuori porta e non per percorrere i corridoi disumani appena fuori dal nostro quartiere.

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.

Un tempo per uccidere e un tempo per curare,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

(Dal Libro del Qoèlet (Qo 3,1-11)

E allora “noi” a quale tempo vogliamo appartenere?

Pubblicato da cristinabattioni

Scrivo per imparare la strada

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