NON CHIAMATELO FEMMINICIDIO (s.v.p)

“IL PRIMO ARTICOLO DAL GIORNALE SOSPESO”

di Cristina Battioni

Sera finalmente, tra le mura del mio domicilio in mattoni e pareti da ritinteggiare, posso uscire dalla mia bolla di sospensione e lasciarla riposare.

Devo preparare la cena ma ho urgenza di una doccia che si porti via la polvere del giorno e il peso della testa sulle spalle. Appoggio borsa, giornale, occhiali alla rinfusa e mi impossesso della mia stanza preferita; il bagno. Via le scarpe, le calze e i vestiti, svito un flacone di bagnoschiuma da grande distribuzione che promette di avvolgermi in un giardino di zagare.

Apro la doccia in anticipo sapendo che l’ antica caldaia mi offrirà acqua calda e vapore con i suoi tempi rallentati. Aspetto avvolgendomi in un accappatoio marmorizzato dai troppi lavaggi senza ammorbidente, ha la rigidità di un cartonato ma e’ immenso e riesce ad avvolgermi completamente. Mentre il calore dal box doccia comincia ad occupare la stanza, mi siedo a terra con le gambe incrociate , sciolgo i capelli e allungo la schiena come un gatto stanco.

Un vapore simile ad un blocco di nebbia satura la stanza mentre il profumo dolciastro e nauseabondo delle zagare mi satura le narici. L’ acqua della doccia e’ bollente e lascio che la cascata da acquedotto si porti via tutta l’ aria sporca che sento aderire come una pellicola alla pelle. Pochi minuti di incoscienza in un bagno turco domestico mi dissociano, lascio scollegare pensieri e azioni mentre ascolto il gorgoglio del risucchio d’ acqua e schiuma sotto di me. La patina appiccicosa della giornata se n’ è andata, dissolta da un bagnoschiuma simile ad un detersivo profumato.

Quando esco dal box la stanza è invasa da nubi basse, lo specchio appannato, fatico a respirare. Apro leggermente la porta verso il corridoio ed intravedo il quotidiano sospeso e gli occhiali, mi allungo gocciolando in punta di piedi e li afferro.

Impossibile asciugarsi, continuo a sudare e a respirare fumenti di zagare. Apro la finestra per far uscire le nubi, indosso l’ accappatoio come un cappotto e mi siedo sul tappetino che sembra un tiragraffi rosa e sfilacciato.

Penso all’ edicola sospesa e all’ aria pulita del piano T, infilo gli occhiali e sbircio “La Stampa” del giorno prima, 21 febbraio. La prima pagina, come da copione, è sovraffollata da Draghi, governo che regge ma oggi gia’ scricchiola, dichiarazioni e controdichiarazioni, curve pandemiche , dati, regioni cangianti, categorie arrabbiate, ristori, ristoratori in piazza, immagini marziane e un bel editoriale che cerca di ordinare il caos circostante.

Vado oltre, sfoglio la seconda, la terza pagina con noncuranza fino ad una foto che mi ferma; focalizzo. Mi pare l’ immagine di una saracinesca abbassata per il lockdown in qualche zona rossa circondata da manifestanti…ma no, qualcosa è fuori squadra, ci sono fiori e nastri viola, i presenti non manifestano, sono distanziati e tengono la testa bassa come in preghiera. Leggo la didascalia: “Fiori davanti al negozio di Clara Ceccarelli, 69 anni, uccisa dall’ ex compagno”.

Non capisco , Clara e non Deborah..? Ma io sono certa di aver sentito un altro nome tra i titoli del telegiornale oggi…Clara, Deborah o Rossella? Sono la stessa vittima, la stessa persona? Sì, in un certo senso. Proseguo la lettura per cercare di capire; Clara Ceccarelli uccisa a coltellate dall’ ex compagno di 59 anni che aveva lasciato quando si era accorta di essere copiosamente derubata dalla cassa del suo negozio di pantofole. Clara non l’ aveva denunciato, ci aveva provato per poi ritirare la denuncia per persecuzione e, nel frattempo, si era organizzata il suo funerale, per non dare fastidio a nessuno.

Ma Deborah e Rossella, chi sono? Esco in accappatoio ancora gocciolante e accendo Sky TG 24, leggo i roll ed eccole Deborah Saltoni e Rossella Placani, entrambe vittime oggi , 22 febbraio, di femminicidio. Comincio a comporre i tasselli della strage, il quotidiano era di ieri , questo e’ oggi ed è peggio di ieri.

Ventiquattro ore dopo la morte della Signora Clara di Genova accoltellata nel suo negozio di pantofole , la strage si amplifica con altre due vittime di femminicidio.

Deborah Saltoni , 42 anni, e’ stata massacrata con un’ accetta in casa sua, in un tranquillo paesino attaccato a Trento. Unico indagato e ricercato il suo ex compagno che, teoricamente, avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari.

Da un paesino in provincia di Trento lo studio si collega con l’ inviata in un altro paesino, Bondeno , nel ferrarese dove in mattinata Rossella Placati, 50 anni e due figli, e’ stata uccisa dal suo ex compagno, un quarantacinquenne che aveva messo fuori casa.

Immobile ascolto le parole di commento che continuano a usurare e ripetere la parola “femminicidio”; uno ogni 5 giorni dall’ inizio del 2021, un’ escalation inarrestabile.

Ed e’ proprio l’ imporsi di un retaggio culturale legato alla parola “femmina” in una società teoricamente evoluta, liberale, democratica ed emancipata a lasciarmi perplessa. Non mi stupisce la violenza esercitata sulle donne , è sopravvissuta ai millenni, dalle caverne ai castelli, dalle eretiche bruciate al rogo alle donne sfregiate dall’ acido.

Mi fa paura, invece, il perpetuarsi di una malattia sociale la cui curva sale costantemente , più di quella pandemica , che sfugge al tracciamento e non avrà mai una cura se non si comincerà ad agire pragmaticamente sulla preparazione culturale e psicologica di un paio di generazioni.

Clara , Deborah, Rossella e tutte le altre prima di loro non erano femmine erano Donne. “Donna” al singolare ha un valore collettivo, rappresenta l’ intera componente femminile della società, la sua spina dorsale. Madri, nonne, sorelle, colleghe, medici, infermiere, insegnanti, badanti sono Donne non femmine.

Mi ritorna in mente una risposta data dalla Professoressa Montalcini ad un giornalista che probabilmente voleva invadere la sua sfera privata, gli disse solo :”Io sono il marito di me stessa.”

Questa frase andrebbe scritta a caratteri cubitali sulle lavagne in prima elementare, il concetto che veicola dovrebbe essere passato con il latte dalle madri alle figlie.

E’ la consapevolezza di bastare a se stesse che fortifica, la coscienza di essere forti perché appagate da quello che sappiamo fare e dare che rende autonome.

Non abbiamo imparato a memoria la lezione della Montalcini e nemmeno a proteggere la nostra autostima da cui trarre la forza di contare su noi stesse sempre e senza subire il disagio di quello che dicono “gli altri “. Non abbiamo capito che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna ma dietro una grande donna può anche non esserci nessuno.

Non lo abbiamo imparato e rischiano di non imparalo le nuove donne perché nessuno glielo insegna, nemmeno nel XXI secolo. Ci deve essere in qualche meandro dell’ apprendimento un passaggio sbagliato, qualcosa che fa preferire la paura alla libertà, l’ accettazione alla presa di coscienza. Qualcosa che confonde il silenzio con la dignità, il dare con il ricevere, pericolosamente.

Sono quasi certa che nel giornale sospeso di domani o di dopodomani troverò un altro nome di donna, altre foto con fiori e scarpe rosse , tutte con il medesimo bel sottotitolo :”Ennesimo femminicidio”. Come non capire che anche le parole sono sassi; chi ha coniato questo termine maschilista “Femminicidio”?

Perfino l’ enciclopedia Treccani fatica a definirlo e prende in prestito proprio l’ uso che ne ha fatto Roberto Lodigiani, un giornalista de “La Stampa”, il giornale sospeso, che ho tra le mani. https://www.treccani.it/vocabolario/femminicidio_%28Neologismi%29/

Femminicidio è una manipolazione linguistica , sinonimo accattivante di omicidio con aggravanti di crudeltà, vessazioni persecutorie e psicologiche agito da un essere umano contro un altro essere umano a cui, spesso e purtroppo, era legato da un rapporto parentale o di condivisione. E’ una strage di Donne , non di femmine, una strage che distrugge vite, affetti, progetti, persone. Ora che il “delitto d’ onore” appare fastidiosamente antiquato chiamiamolo “Femminicidio” e diamo spazio a un’ altro fenomeno linguisticamente contemporaneo ma aberrante ed inquietante quanto il primo.

E a seguire decine di scarpette rosse postate dalle ” femmine” per solidarietà. Ma come scarpette rosse? Sostituitele con foto di manette, sentenze di ergastoli, corsi di difesa personale, lezioni di identità e di genere dalle elementari. Basterebbe scrivere sulla lavagna la frese della Professoressa Montalcini: ” Io sono il marito di me stessa”. A sei anni c’ è speranza che il messaggio arrivi forte e chiaro e si cementi come un solido sostegno di una vita più cosciente e sicura.

Una donna che lascia un uomo si salva, forse, solo se è realmente disposta a rinunciare a tutto, casa , figli, beni in comune, mantenimento.

Perché quello che nessuno scrive o dice è che in una società, non più basata sull’ onore ma sull’ economia, è il danno economico che una separazione può provocare all’ uomo ad innescare l’ ultima miccia verso l’ esplosione della crudeltà. Comunque la si pensi, esaminando ogni triste storia, è il danno complessivo che il maschio non riesce ad elaborare ed accettare. Abbandonato si, ma anche povero e senza casa no, piuttosto la follia, la violenza, la vendetta.

Rossella, Clara, Deborah e tutte le altre Donne sono state uccise perché con loro se ne andava non solo la compagna, la colf, la solidità, la crocerossina ma anche, a mio avviso, soprattutto perché con loro se ne andavano anche la casa di famiglia, i figli, il denaro per pagare gli avvocati, il denaro per il mantenimento, il denaro per consolarsi della perdita. Questa è la parte pragmatica e triste.

Alle donne bambine va spiegato, anche se precocemente, che l’ amore, la stima e la compagnia le devono trovare in loro stesse, in ciò che realizzano , in ciò che sanno fare ; che dovranno spesso essere madri, sorelle , figlie di loro stesse quando la vita lo renderà necessario , senza cercare un compagno che le accompagni.

Purtroppo anche la prevenzione al maschile sarà compito soprattutto delle Donne, delle madri, delle nonne, delle insegnanti, delle amiche. Respirare rispetto nella culla non garantisce miracoli ma certamente non nuoce.

Seppia sapeva che mi sarei fermata su questa foto, aveva intuito che io mi sono sposata con me stessa molti anni fa e non per ermetismo ma semplicemente perché mia nonna , una Donna di inizio novecento, me l’ aveva indicata come l’ unica via sicura, nel bene e nel male. Lei lo aveva capito; nella fretta di un tempo digitale scandito da micro solitudini, noi tutte rischiamo di dimenticarlo.

Abbiate estrema cura di voi e dei vostri sentimenti, fidatevi del vostro istinto e abbandonate definitivamente la bugia del “vissero felici e contenti”, era solo ed è un espediente narrativo, un artificio commerciale, banale e consolatorio. Ricordate che siete Donne , mai più solo femmine sacrificali.

L’ EDICOLA SOSPESA

di Cristina Battioni

Ogni mattina, prima della biancheria e dei vestiti, indosso la mia bolla di sospensione , la mia impalpabile vestaglia di indifferenza e comincio a galleggiare per casa senza nessun entusiasmo, qualche centimetro sopra il quotidiano che mi attende con l’ inquietudine di sapere già il prevedibile, nel bene e nel male.

La mia invisibile protezione si sveglia presto, prende il caffè con me, si appanna quando sospiro indolente, i sospiri e i respiri la gonfiano e la coibentano trasformandola in una capsula resiliente ma invisibile. Nonostante i miei tentativi di renderla resistente ma elastica ed impermeabile alle intemperie , lei regredisce allo stato fragile ed etereo di una “bolla di sapone” ogni giorno, per pochi minuti. Ogni giorno, di ogni stagione e di ogni mese diventava iridescente e vulnerabile nel momento esatto in cui la luce naturale si ritira.

Un tempo piccolo, minuscolo in inverno, attiva la sua metamorfosi in membrana permeabile, translucente e transeunte, come me. Il cambio di passo e di riflessi tra la luce ed il buio la attraversava mentre cerca di fuggire verso l’ alto, la deforma fino a farla scoppiare ed evaporare.

Lo so, lo temo e cerco di non espormi mai a al viraggio di colori dell’ imbrunire.

Io la chiamo “Saudade del crepuscolo”, il mio tallone d’ Achille, il mio fragile punto di rottura; faccio attenzione ma non sempre riesco ad evitarla. La saudade del crepuscolo , influenzata da troppe variabili, è inattendibile, non rispetta mai un orario preciso, non è mai puntuale, mai esattamente prevedibile nel tempo digitale.

Per evitare quei pochi minuti pericolosi posso solo non guardare, se mi trovo in un interno li precedo accendendo le luci ma quando Venere appare in uno spazio esterno i colori della sera mi attraversano l’ iride provocando la dissoluzione della membrana e lasciandomi sospesa ma senza supporto; nel breve intervallo di viraggio della luce diurna precipito in un capogiro che centrifuga immagini, profumi, vuoti , assenze e presenze intangibili.

“Sul far della sera cerca di non trovarti mai sola in strada”, diceva mia nonna; aveva ragione.

Sono solo le quattro del pomeriggio di una giornata di febbraio piena di luce, potrei continuare il mio lavoro qui in ufficio, in silenzio e con i neon già accesi anzi, dovrei, pur sapendo che non c’ è più molto da sistemare. Il caos ed il disordine hanno vinto la loro partita prima che io scendessi in campo. Potrei andare a fare la spesa, passare l’ aspirapolvere o semplicemente perdermi davanti ad uno schermo acceso o spento con un Campari in mano.

No, non oggi, non ancora. Voglio tornare al mio rifugio della Scala B prima che questo chiarore primaverile scompaia, voglio sentirmi in vacanza, dimenticare il tempo digitale almeno oggi. Non voglio sentir scoppiare la mia bolla di sapone al tramonto. Chiudo tutto, scollego tutto, mi infilo il cappotto e salgo in auto.

Guido piano nel poco traffico dei viali che portano verso il centro, svolto a sinistra per infilarmi nel grande parcheggio che definisce l’ inizio della zona pedonale, a pochi metri da Piazza Della Vittoria. Estraggo il biglietto d’ accesso e lo infilo in tasca insieme a qualche euro , pronti per il pagamento.

Attraverso un piccolo parco precocemente verde, i colori e l’ odore buono di una stagione nuova invadono anche la mia bolla e oltrepassano i filtri. La piazza è quasi deserta, qualche figura mascherata la attraversa velocemente. Bar, ristoranti, negozi chiusi sembrano vuoti a perdere mentre la vita si muove blindata negli uffici contingentati. In un anno di assenze anche i palazzi, la fontana e il teatro sembrano deteriorati, pallidi come esseri umani precocemente invecchiati. Un anno divenuto un’ epoca segnata dall’ esodo di una generazione ,in bilico tra ciò che era e ciò che forse sarà. Il presente non è pervenuto, e’ assente per malattia.

L’ edificio dello Studio notarile è rimasto immobile. Immagino che anche il notaio stia facendo esattamente le stesse cose di ieri e di prima e di prima ancora con lo sguardo ceruleo dolcemente segnato e rassegnato dal senso del dovere antico che lo costringe a ripetere metodicamente fino alla nausea lo stesso ruolo, nella stessa scena, per lo stesso pubblico indifferente.

Sono le 16.20, giusto in tempo, il sole e’ ancora alto sopra l’ orizzonte. Mi tolgo la mascherina sudata e tiro un sospiro di sollievo mentre l’ elevatore monoporzionato comincia a salire e a mettere una distanza fisica tra me e la città che resta sotto.

Ma un istinto irrazionale mi impedisce di distogliere lo sguardo dal tasto a forma di “T”, l’ unico della pulsantiera. Ho tre euro in tasca e voglia di aria silenziosa e pulita, lo premo.

La mia lista delle istruzioni non descriveva il piano T, lo indicava schematicamente come il piano dell’ “Edicola sospesa” con un piccolo giardino , un albero , una panchina e la capienza massima di due inquilini. L’ ascensore scende mentre un istintiva e dimenticata curiosità’ sale.

Il piano T è un terrazzo , un piano terra senza soffitto , un grande cubo aperto verso il cielo ma chiuso agli sguardi esterni da pareti ricoperte d’ edera rampicante e gelsomini in letargo.

Il pavimento è solo prato, verde scuro, rustico, nato da quel tipo di semente che sopravvive a tutto. Un acero alla mia destra sovrasta il muro, sembra aver rimosso il tetto per farsi spazio. I rami sono ancora spogli e assomigliano a braccia che si assottigliano in mani e poi in dita che cercano la luce. Al centro un chiosco esagonale, quasi una riproduzione in scala ridotta di un edicola, a fianco un cespuglio di Calicanto in fiore con il suo profumo che abbraccia l’ inverno per consolarlo. Intorno il silenzio.

Mi immergo in questo quadro perfetto senza indugiare, come se la bolla mi avesse lasciato al sicuro e senza scarpe a camminare sulla’ erba. Nella leggerezza inconsueta dell’ istante non mi accorgo di una presenza, prima sfuocata, poi sempre più’ nitida.

Dall’ interno del chiosco incrocio un riflesso paglierino e rassicurante , mettendo a fuoco mi accorgo che sorge da due occhi marroni, vissuti e avvolgenti. Mi avvicino all’ edicola; nessun giornale esposto, solo litografie di copertine del primo novecento e un cartello scritto a mano “Qui giornale sospeso”. Come affacciato alla finestra un mezzobusto mi sorride, mi appare come un giornalista intento ad intervistarmi in un talk show. Ha un viso affilato, zigomi alti e autorevoli sdrammatizzati da uno sguardo luminoso che sembra riflettere e trattenere l’ azzurro cinerino della sciarpa e il bianco dei capelli folti e spettinati . Mi accoglie con un tono inaspettatamente famigliare “Benarrivata mia cara, lei dev’ essere la nuova inquilina del quinto piano; non abbia paura e si tolga pure la mascherina, qui siamo impermeabili a tutto ciò che accade nel tempo parallelo, là fuori. Qui l’ aria è pulita, i respiri sono puliti.”

Senza bolla, senza orologio, con il contatto morbido dell’ erba sotto i piedi sono disorientata. La cortesia sorridente mi destabilizza sempre, è cosa rara e non sempre affidabile. Ma non importa, non qui e adesso. Ritrovo un modesto equilibrio e sottovoce gli domando se posso avere il “giornale sospeso”.

“Ma certo, glielo prendo subito, l’ avevo già preparato ,guardi..”. Mi allungo appena per sbirciare con finta discrezione e lo osservo mentre con leggerezza estrae il mio giornale da un’ anta di biblioteca con sei ripiani, quattro vuoti. Restano due giornali, il mio e un giornale con inserto nel sesto ripiano. “Eccolo, come sa è un quotidiano di ieri che ho salvato dal reso e dal macero. Aspettava lei. Lo può leggere qui se desidera o portarlo altrove, anche fuori di qui. Sono certo ci troverà qualcosa di interessante.” Gli faccio scivolare nel palmo della mano i 3 euro, come da istruzioni, e lo ringrazio. “Grazie e complimenti per l’ edicola, il giardino e l’ atmosfera .” Mi risponde allungando la mano forte ma elegante. ” Mi perdoni se non mi sono presentato, io sono Il Prof. Seppia , Seppia per tutti. Mi troverà sempre qui, per il giornale, per una boccata d’ aria o per qualsiasi informazione le occorra.”

Mi porge, come fosse una pagnotta ancora calda e preziosa, “La Stampa” del giorno prima. Profuma ancora di stampa, di nuovo.

Ringrazio e sorrido trattenendo la curiosità di fare domande, non sono più abituata e temo le risposte di convenienza.

Vinco anche l’ innegabile tentazione di sedermi sulla panchina ad annusare l’ aria ed il giornale. C’ è luce , una temperatura piacevole e forse qui l’ imbrunire non mi prenderebbe a pugni ma preferisco dosare ogni rapporto e ogni sensazione. Questa è piacevole, la voglio portare via con me con il giornale e con l’ aria ossigenata che mi fa sentire meno pallida.

“La ringrazio Dott. Seppia, sono stata felice di conoscerla, si sta bene qui , con questa luce, questi profumi e questo piacevole silenzio; tornerò presto ma ora devo andare, prima che finisca il giorno.”

Seppia si sistema la sciarpa ,la gira intorno fino agli zigomi , forse è la sua protezione personale o forse solo un indumento che non gli fa sentire freddo dentro. Coglie il mio attimo di esitazione e mi saluta con un insieme di parole calibrate, scelte, come un codice creato per me “Vada attraversando il giorno in punta di piedi come è arrivata qui, non tema le ombre della sera. Finché sarà qui non verra’ mai sera. Verrà solo quando sarà lei a chiamarla. A presto.”

L’ ascensore si apre , mi volto per salutare con la mano ma Seppia si è già ritirato nel suo chiosco e nei suoi archivi, avverto uno spostamento millimetrico verso l’ alto. Sono già nel corridoio, infilo la mia mascherina stropicciata e guardo l’ orologio, le 16 e ventuno minuti. Come speravo, come sapevo. Cammino leggera, ripeto a memoria ogni passo verso il parcheggio; cerco la cassa automatica , inserisco il biglietto e aspetto la comparsa dell’ importo dimenticando di non avere più’ le monete nella tasca. Importo nullo, la fessura mi rigetta il biglietto. Entrata 16.10, uscita 16.21, importo minimo non raggiunto. Non ci avevo pensato dopo la percezione di un pomeriggio trascorso al piano “T”, un minuto percepito come un’ ora, un’ anno come un’ epoca, una vita come un rapido transito di un viaggio troppo spesso subito.

Salgo in auto e appoggiando il mio giornale sospeso sul sedile passeggero ed inaspettatamente un biglietto bianco scivola fuori dal suo nascondiglio tra la prima e la seconda pagina:

"Ci muoviamo in un pulviscolo madreperlaceo che vibra,
in un barbaglio che invischia gli occhi e un poco ci sfibra."

Montale.. se non ricordo male. Il Prof Seppia deve aver letto molto ma soprattutto ha imparato a leggere le persone senza sfogliarle e senza spogliarle. Sorrido senza volerlo, c’è ancora luce davanti e dietro di me.

https://youtube.com/watch?v=u5f5wqll0-s&feature=share

“Ogni tempo ha il suo tempo”

(Anche in lockdown)

dI Cristina Battioni

Le 7 regole della Scala B non mi sorprendono, le trovo perfettamente adeguate al mio stato di sospensione, al mio bisogno di pausa e reset. Le imparo a memoria senza doverle rileggere, come se le avessi scritte io. Sono le regole di un lockdown privato.

I ” lockdown” esistevano molto prima ed indipendentemente dalle pandemie, dai comitati tecnico scientifici o dalle decisioni governative; talvolta si chiamavano isolamenti volontari, talvolta erano e sono separazioni causate da stati di fatto immodificabili. Questa parola così inflazionata nella nuova epoca virale indica la condizione di vita quotidiana di milioni di persone ieri, oggi e domani.

Certo, il temine anglofono ha maggior impatto , così come il “coprifuoco”; evocano periodi di guerra e di paure condivise. Con il “Lockdown” di Stato si chiude in casa una società abituata al dinamismo, alla fretta, alla produttività, le si impone una prigionia forzata ma necessitante.

Tuttavia la chiusura per necessità non è molto diversa, nel suo significato, dalla sospensione, dall’ isolamento in cui moltissime persone vivono giorni, mesi, anni, vite.

Entra in isolamento sociale un malato, anche asintomatico, nel momento in cui gli viene diagnosticata la malattia; la sua posizione nel tempo e nello spazio cambiano nell’ istante di una comunicazione .

Il sano è libero, il malato viene messo in pausa. Gli ospedali sono da sempre dei non luoghi, custodi di un tempo interno diverso da quello esterno, con i minuti e le ore dilatate , con esistenze ridotte all’ essenziale. Fuori tutto continua, dentro la vita delle persona diventa l’ attesa dei pazienti. Si e’ sospesi, nel corpo e nei pensieri.

Anche le Rsa di cui nessuno si occupava prima dell’ Evento “E” sono sempre stati luoghi sospesi, non di transito ma di stasi. Luoghi in cui il presente non ha più’ importanza, il meglio se n’ è andato e del futuro che resta è meglio non occuparsene. Si aspetta senza darlo a vedere, magari fingendo di giocare a carte , leggendo un giornale vecchio o utilizzando come unico scadenzario l’ ora dei pasti o delle visite, anche quando non viene mai nessuno. In isolamento sono tutte le persone non più abili, costrette a letto da un malfunzionamento delle componenti motorie, dalle chemioterapie, dalle patologie neurologiche. E per ognuno di loro c’ è un’ altra persona che, nel tentativo di averne cura, con loro si sospende e attende. Mentre fuori tutto continua velocemente, ripetitivamente nella rincorsa del tempo, nella paura di farsi sfuggire il tempo, quasi fosse un bene razionato e , nell’ illusione di non sprecarlo lo si consuma sovraccaricandolo con qualunque cosa. Qualunque cosa è preferibile ad un tempo sospeso che spaventa, disorienta, evoca la solitudine come uno stato di smarrimento che obbliga a convivere con se stessi.

E poi ci sono i sopravvissuti, quelli che di momenti chiusi e aperti ne hanno attraversati tanti, quelli che dopo aver corso e rincorso una meta mai definita si ritrovano al centro esatto di una spirale in cui fine ed inizio coincidono. Sono le persone stanche, nessuna malattia, nessuna patologia, solo un senso di spossatezza che si intensifica giorno dopo giorno. Si entra in questa anonima categoria senza volerlo, dopo una caduta, dopo aver intrapreso la strada sbagliata ad un bivio, dopo aver preso coscienza di aver corso troppo per afferrare il momento perfetto senza accorgersi che se n’ era già andato via prima, imperfetto e senza avvisare .

Il lockdown da stanchezza è solo una pausa, una sospensione momentanea in una bolla che permette di vivere un’apparente normalità condivisa con gli altri senza esserne partecipi. Dalla bolla si osserva al rallentatore, non si sentono i rumori, si selezionano le frasi, le parole che possono entrare.

Le 7 regole della scala B sono solo un prontuario da sconfinamento volontario, sono istruzioni per l’ uso, istruzioni per l’ uso di un tempo che non sfugge, non sfugge perché non sta scappando: è’ fermo e, per una volta, è tuo, ti corrisponde, ti aspetta.

La pausa autoconcessa è una terapia ed avrà la durata necessaria a coordinarsi con un ritmo che non e’ conosciuto e sperimentato; ieri e oggi sono paralleli e domani e’ gia inglobato. Il futuro è già in divenire e si sottrae alle progettazioni stereotipate e riutilizzate, e’ gia’ qui, ora e ovunque. Gli orologi digitali accumulano secondi, minuti , ore di ritardo perché il dopo non esiste , è semplicemente ciò che già sta accadendo oggi.

Inutile correre, riempire, svuotare, accelerare, prevedere. Il meccanismo ha preso un ritmo diverso e gli stanchi cercano di adeguarsi senza fuggire. Il cubo al quinto piano della Scala B è esattamente il contenitore della pausa e, non misurandone la durata, la consente.

La mia lettera di benvenuto mi ha consentito una decelerazione favorita dalla calligrafia allungata di un corsivo manoscritto in inchiostro blu senza sbavature, un dettaglio capace di annullare un possibile stato di urgenza e vertigine sostituendolo con una piacevole sensazione di calma. Un fermo immagine nel caos.

Ora devo solo attestarne la veridicità. Stando alle istruzioni uscendo dal mio monolocale, ritornando al crocevia delle scale condominiali dovrebbero essere le tre e dieci del pomeriggio, esattamente l’ ora che segnava il mio orologio quando sono entrata per il mio appuntamento dal Notaio. Mi alzo con calma, il mio orologio e’ fermo, scomparsi anche i numeri digitali sullo smartphone, sfioro le foto appese alle pareti fino a raggiungere con la punta delle dita la porta senza chiavi e serratura.

Avverte il mio tocco e si apre. Sono nell ascensore monoporzionato e, mentre osservo il tasto “T”, la porta scorrevole si riapre sul corridoio cieco, raggiungo il centro dell’ androne, svolto a destra verso la scala A e guardo l’ orologio; le tre e dieci.

Ho tempo, posso scegliere le scale, non sono stanca, ho riposato. Mi ero dimenticata come si fa.

La porta dello Studio notarile , tecnologica e di design, si apre automaticamente e una perfetta segretaria seminascosta da una mascherina sartoriale mi accoglie sottovoce..”Prego mi segua, la faccio attendere un minuto mentre il Notaio si libera. Lei è puntualissima.” Prima di lasciarmi a riflettere su quel ” puntualissima” fa marciaindietro e con affettata cortesia mi chiede se desidero un caffè. “No, la ringrazio, gentilissima, ma bevo caffè solo al mattino”. Ovviamente non aggiungo solo al mattino perché sono così stanca che anche tutto il caffè della Nespresso non riuscirebbe a ridarmi tono, mi agiterebbe con il risultato di trasformarmi in una trottola insonne.

La saletta d’ attesa sembra piuttosto una piccola sala di rappresentanza, bel tavolo in vetro ovale senza alcun tipo di alone, gel disinfettante al profumo di cedro, quattro sedie ergonomiche e comodissime, due quadri alle pareti, ampia finestra insonorizzata affacciata su Piazza Della Vittoria.

Tutto perfetto, lucido, armonico , freddo, ordinato e santificato. I passi veloci del notaio mi raggiungono prima di lui insieme ad un fruscio di carte. E’ un uomo alto, tra i 60 e i 70 anni presumo, sobriamente elegante, molto britannico con il suo incarnato pallido e gli occhi cerulei. La compostezza quasi innaturale del suo essere è tradita solo da un ciuffo di capelli che paiono posizionarsi autonomamente controcorrente .

Si siede con calma dalla parte opposta del tavolo, appoggia i fascicoli , guarda l’ orologio e , come per prassi , comincia ad accelerare i gesti e le parole . “Dunque noi oggi dovremmo rileggere tutto, cioè leggo io e lei mi ascolta, poi firmiamo e depositiamo.”

Mi permetto di obiettare ,”Dottore forse possiamo evitare la lettura, conosco bene l’ atto, la sua segretaria me l’ ha già mandato , è perfetto. Direi che possiamo limitarci alla firma”. La mia frase , che voleva essere semplificatoria, lo irrigidisce. Come di fronte ad un opzione imprevista si disorienta un istante . Più scompigliato e meno formale guarda i fogli, poi, alzando gli occhi cerulei, mi risponde “Mah, sì, si potrebbe se lei è sicura , magari qualche riga qua e là, per prassi…” . E tra qualche riga qua e là arriviamo rapidamente alla conclusione. Mi allunga un elegante Montblanc disinfettata , sicuramente di serie limitata, e abbozzando un sorriso, aggiunge ” Ecco, prego firmi qui in fondo, poi firmo io. Non sà che favore mi ha fatto .. “.

Che favore gli avrò mai fatto da scompigliarlo ? Me lo spiega lui abbandonando , inconsciamente, la sua sedimentata compostezza professionale.

“Mi creda oggi è una giornata infernale, sono pieno di appuntamenti , poi con le norme di sicurezza sono tutti infilati alla perfezione ma non ammettono sovrapposizioni involontarie , ho mangiato un panino in cinque minuti e dopo di lei ho una riunione per una cessione di ramo d’ azienda e temo d’ essere già in ritardo”. Vorrei dirgli che non è in ritardo, che è pallido e che, dopo tutta una vita così perfettamente incasellata e maledettamente uguale , avrebbe tutto il diritto di rallentare. Ma ognuno sceglie il suo lockdown, lo capisco perfettamente. Mi alzo ed accenno una saluto per accomiatarmi come da protocollo, ma mi rallenta”no , aspetti la accompagno io , devo spostarmi nella sala riunioni, venga”

Ci salutiamo sulla porta che la segretaria ha gia aperto con un telecomando dal suo bureau di controllo . “La ringrazio per la comprensione, spero di rivederla in circostanze migliori.. ah prenda l’ ascensore subito a destra, così non deve fare le scale.”

Sorrido e rispondo solo “Arrivederci e li lasci aspettare un po’, qualche volta è utile, ogni tempo ha il suo tempo, sopratutto questo “. Chissà se avrà capito o ascoltato.

Riprendo le mie scale in discesa, riguardo bene il crocevia e il corridoio cieco della Scala B e ritorno fuori. La luce comincia a diminuire, a gennaio il giorno fortunatamente fa degli sconti . Torno in modalità’ pilota automatico verso tutte le operazioni meccaniche che il mio scadenzario , volente o nolente , mi impone.

Ero come il Notaio, affannata in un labirinto sempre identico, senza uscita, senza motivazioni o convinzioni, ero come il Notaio che si ferma e si scompiglia di fronte ad una frase fuori copione. Forse tornerò ad essere così dopo questa sospensione. Ne dubito.

Se ogni tempo ha il “suo” tempo , spero che il mio trovi me al quinto piano della Scala B. Poi decideremo insieme con la stessa velocità di crociera, analogica.

Le 7 regole della “Scala B”

Il bilocale del quinto piano è un monolocale , se non fosse per l’ altezza sembrerebbe un cubo pieno di luce densa e avvolgente.

Lo misuro usando i miei passi ma mi interrompo urtando ogni oggetto.

Qui dentro lo spazio è monoporzionato, due persone non riuscirebbero a muoversi contemporaneamente tra mobili, divano e “cose” varie ed eventuali .

Un open space interamente saturato dalla roba “mia”; divano ad angolo, cuscini a terra, una ribaltina , un tavolino in vetro e ferro , una credenza da cucina in legno scuro appoggiata alla parete destra, un’ abat-jour da comodino senza comodino e un grande vaso da fiori azzurro in un angolo.

Di fronte a me, al centro della parete di fondo, vedo l’ unica fonte di luce naturale; una porta finestra affacciata su un terrazzino minuscolo e quadrato.

Ogni oggetto è stretto all’ altro generando un’ apparente accozzaglia che emana un inaspettato senso di armonia. L’ unica anomalia e’ una cabina in legno azzurro, una cabina da spiaggia posizionata nell’ angolo tra la parete di fondo e la credenza della cucina di tanti anni fa. Il color cinerino la accorda allo strano puzzle circostante. Sembra una cabina da spiaggia simile a quelle che si affittano insieme all’ ombrellone durante le vacanze al mare. Quelle cabine usurate delle spiagge del Tirreno che venivano ridipinte ogni due o tre anni ma sembravano sempre vecchie nonostante l’ odore acre di vernice fresca. E’ la toilette, la stessa del Bagno Piero, ma pulita.

Il mio curioso tentativo di orientamento nel piccolo spazio si interrompe quando mi appare una busta bianca appoggiata al tavolino di vetro , accanto ai tre libri.

La busta non e’ roba mia , e’ scritta apparentemente a mano con una penna ad inchiostro blu. Non c’ e’ il mio nome sopra ma solo un “Benvenuta!” con il suo sottotitolo ( regole ed istruzioni). Non riconosco la calligrafia ma ha qualcosa di ingenuo ed accurato.

Mi siedo a terra, come mia abitudine quando devo concentrarmi e la apro.

All’ interno un foglio bianco ripiegato in quattro parti con precisione; lo srotolo con cura e leggo .

“Benvenuta dalla Scala B. Questo e’ il suo contenitore sospeso di 42 metri quadri dotato di balconcino e cabina . Nell’ accoglierla le diamo alcune informazioni che potranno esserle utili durante la permanenza”.

Lei è la gradita ospite del quinto piano, sopra di lei c’è il sesto appartamento, sotto di lei altri quattro. La scala ha trovato lei e quindi non le sarà richiesto nessun affitto e non le sarà addebitata nessuna utenza o spesa condominiale.

Non avrà bisogno di chiavi, come è accaduto oggi la casa la riconoscerà autonomamente e la proteggerà.

Per rimanere un’ inquilina della Scala B dovrà semplicemente rispettare 7 regole che non possono essere in alcun modo ignorate o violate.

La invitiamo ad imparale a memoria.

  1. L’ ascensore la porterà direttamente all’ interno del suo appartamento e non consentirà mai la fermata agli altri 6 piani.
  2. Non dovrà mai introdurre nulla nella casa poiché la casa stessa provvederà a farle trovare tutto ciò che le può essere indispensabile ad ogni suo ingresso.
  3. Non c’ è cucina, qui si arriva “già mangiati”, ma nella credenza troverà sempre i suoi generi di conforto e di supporto.
  4. In questo spazio il passato, il presente ed un eventuale futuro convivono serenamente; nella cassettiera troverà un giradischi, un pc ed una password per connettersi alla rete 5G. Non cambi mai la password assegnata.
  5. All’ interno della Scala B tutti gli orologi smettono automaticamente di funzionare, il tempo avrà solo un valore percettivo. Questo le consentirà di prendersi il suo tempo senza sottrarlo al tempo che non le serve ma serve al suo scadenzario esterno. Non si stupisca quando osserverà che l’ orario di entrata corrisponderà sempre all’ orario di uscita.
  6. All’ interno dell’ ascensore troverà solo un pulsante a forma di T. Schiacciandolo verrà accompagnata al piano terra, il solo al quale può, desiderandolo, accedere. Vi troverà l’ edicola del “Giornale sospeso”, un piccolissimo giardino ed una panchina.
  7. L’ accesso al piano T è consentito al massimo a due inquilini , raggiunta tale soglia il pulsante smetterà di funzionare . Se, e quando, decidesse di accedervi porti sempre con sé 3 euro e li consegni all’ edicolante. Le porgerà ” il Giornale sospeso”, che sarà sempre un quotidiano del giorno antecedente, salvato dal reso e dal macero. Non le verrà restituito il resto ma contribuirà a salvare altri giornali e a metterli a disposizione dei condomini che non dispongono momentaneamente di moneta.

Questo è tutto quello che le occorre, il resto e’ “roba sua”; la viva finché ne sentirà il desiderio, senza porsi troppe domande, le risposte sono già tutte qui.

Buon soggiorno.

La Scala B.

“Verso casa”

Il bilocale sospeso della Scala B mi trova mentre cerco il Notaio al terzo piano della Scala A in un anonimo palazzo moderno in Piazza Della Vittoria 1.

Decine di targhe, centinaia di campanelli, un puzzle ordinato di esistenze precise pensai, mentre mi innervosivo nella ricerca del pulsante giusto.

Eccolo! Trovato, affondo il dito e fulmineamente una voce mi chiede la password (banalmente il mio cognome) ed un “buzzzz..” poco accogliente mi apre il portone; accedo. Davanti a me l’ ennesimo labirinto di un androne senza portierato con un bel crocevia centrale e due targhe minimali: Scala A freccia a destra, Scala C freccia a sinistra.

Normalmente avrei inserito automaticamente il pilota automatico ed avrei svoltato rapidamente a destra alla ricerca di un ascensore per ascendere rapidamente allo Studio notarile. In orario perfetto, sempre, come da copione. E invece no…

Non posso, il crocevia mi paralizza per un istante, mi disorienta e mi ricorda il senso di nausea della vertigine. Mi proteggo nella mia bolla e, nell’ assenza di rumori o esseri in transito , scivolo avanti verso un corridoio che sembra una strada chiusa.

Come tutti i fumatori ed ex fumatori sono inconsciamente attratta dalle uscite secondarie, dai cortili nascosti nei labirinti degli edifici complicati.

In effetti il corridoio centrale non sembra, è una strada chiusa da un muro interrotto solo da una simil porta di emergenza, non allarmata, non segnalata ma verosimilmente affacciata su uno spazio esterno.

La spingo senza nessuna ragione o forse perché dopo sono sempre desaturata e ho bisogno di respirare dopo un bivio. Inaspettatamente, leggera come una membrana, la porta tagliafuoco in incognito si lascia attraversare introducendomi in un ascensore di vetro incapsulato tra tre muri ed un pannello di vetro rivolto all’ esterno. Dal vetro pulito si vedono i tetti, i palazzi, le strade , le auto in fila e oltre gli alberi, la periferia nella rassicurante luce del primo pomeriggio.

Sono una bolla dentro una bolla di vetro e acciaio che sale senza darmi il tempo di coordinare le mie azioni razionali, di reagire e schiacciare un qualsiasi pulsante per fermarmi ad un piano ed invertire il percorso.

L’ ascensore si ferma per volontà propria al quinto piano; mi preparo ad agire velocemente appena chiuse le porte per tornare giù e recuperare il ritardo accumulato tra quella variante ed il Notaio. Il mio pilota automatico non si è riattivato ed io rimango immobile , sospesa nell’ accorgermi di non essere sbarcata ad un piano ma all’ interno di un piccolo appartamento dai toni chiari, un cubo color carta da zucchero invaso da una luce e da un pulviscolo stranamente famigliari.

Faccio un passo in avanti ed allungo il collo solo per osservare meglio la straordinaria somiglianza di un quadro enorme che occupa quasi l’ intera parete alla mia destra.

Ma è il quadro delle “Peonie”! Ma è il “mio ” quadro delle Peonie, ma come è possibile?! E in fondo alla stanza c’ è la credenza in noce di mia madre con i suoi cassetti segreti e sotto di me, sotto il mio piede il tappeto persiano usurato e consumato dal tempo e dai cani e gatti che lo hanno vissuto e che mi sono sempre rifiutata di buttare!

C’ è la roba “Mia” qui dentro, risanata, ripulita dal tempo e dalla noncuranza.

IL centro del piccolo locale quadrato è quasi soffocato dal divano opulente e troppo grande, concepito da un’ illusione di ricchezza provinciale degli anni 80, ricoperto da cuscini con le bordure a nastro perfettamente ricucite. Cammino in punta di piedi e sfioro con le dita le cornici annerite in disaccordo con le foto ripulite dalla patina giallastra che custodiscono. Sento il profumo di rose e mele cotogne cotte al forno, mi sento bene, sospesa e inebetita, mi sento in un ritrovato senso di equilibrio al quinto piano di una Scala B non pervenuta, mi sento a casa , la “mia”.

Cristina Battioni

“La scala B”

                                                       FARSI TROVARE

Relativity-M.C. Escher (1953)

Per alloggiare in un bilocale della Scala B occorre essere trovati dalla Scala B.

La scala B ti trova solo quando non cerchi niente, nel momento di sospensione tra la persona che eri e quel’ essere in divenire in cui ti stai trasformando.

La fase di metamorfosi è lunga ed attraversa bizzarri periodi di transizione, interiori ed esteriori. Il cambiamento non è immediatamente percepibile dall’ esterno; apparentemente fai le stesse cose ogni giorno, come ogni giorno ti alzi, fai colazione prima di apprestarti a svolgere meccanicamente tutte le operazioni memorizzate e fossilizzate, fai tutto quello che devi fare spinto da una misteriosa forza d’inerzia; ma lo fai dall’ interno di una bolla trasparente.

La bolla ti separa dal contesto senza renderti invisibile ma amplificando la tua sensazione di estraneità da tutto ciò che è all’ esterno; è come un palloncino senza filo, quel filo che ti congiungeva ed ancorava ad un punto fermo.

Nella bolla esci dal tempo digitale, finalmente, e ti riconnetti al tuo tempo, l’analogico. Sei fuori dal tempo degli altri, sempre in anticipo o sempre in ritardo; comunque desincronizzato. Il tempo digitale da tutti condiviso, rincorso, buttato o temuto non ti appartiene più, cominci a subirlo.

Così mentre l’ udito fatica a collegare le parole che ascolti al loro senso, significante e significato si annullano nella sordità che ti conduce gradualmente al silenzio.

Cominci a faticare, non senti, non capisci, non dialoghi più scivolando nella tua fase “di poche parole” prima, quasi silente, poi. Ti sorprendi ad amare il silenzio, a non averne paura, nel non identificarlo con la solitudine ma con il ristoro.

Quando cominci a parlare con te stesso, ma non con quello di ieri perché anche i suoni di ieri hanno una partitura incomprensibile, sei già irrimediabilmente coinvolto in uno stadio avanzato del tuo mutamento. I nuovi pensieri si impongono senza sgomitare come tuo unico referente, parli con loro sempre sottovoce, bisbigliando in modo che nessuno se ne accorga. Anche il tuo aspetto comincia a mutare subdolamente, lentamente, particolare dopo particolare. Finché un giorno ti guardi allo specchio e ti chiedi chi è quel volto, a chi appartiene quel corpo riflesso? Sei tu ? Ma da quando sei tu? Io , io non me la ricordo la persona riflessa nello specchio, sì forse somiglia vagamente a una ragazza che conoscevo qualche vita fa, una nervosamente inappuntabile e maledettamente brava nel dare un fuori adeguato ad un dentro inadeguato. Nello specchio la gioventù è scomparsa con il suo luccichio insensato, la sconosciuta è più bassa, gli occhi si sono opacizzati come per effetto di un pessimo filtro, nessun sorriso.

Non affronti più i tacchi, anzi li osservi guardinga come oggetti estranei con cui non ti vuoi più confrontare. Erano “cose” di ieri, facevano rumore, avvertivano il tuo arrivare o il tuo andartene. Le scarpe basse abbassano, ti permettono di camminare velocemente, di non farti né sentire né notare , in caso di necessità.

Sono un ottimo strumento di fuga prima, di sospensione cosciente e discreta, poi.

Lo stato di sospensione ha esattamente lo scopo di passare inosservati. Non è grave e se gestito moderatamente può trasformarsi in un atto liberatorio, in un’ insperata presa di coscienza…Se gli altri non mi notano, se non mi indagano, posso mettermi in pausa, posso essere fuori dal loro raggio di giudizio o approvazione, posso permettermi il lusso di essere fuori dal loro tempo. Niente di patologico, solo distanza vitale.

In teoria.

Dietro un volontario lockdown c’è sempre una frattura, un trauma, un crocevia, una caduta; qualcosa che nell’ immediato avevi pensato di aggirare aggrappandoti alla routine, al senso del dovere, agli stereotipi che ti avevano definito prima del crocevia, prima della discesa verso un senso precario di non appartenenza. L’ Evento “E” in cui sei inciampato non ti ha mai lasciato, resta dentro i pensieri, li corrode come una goccia…plinn..plinn..fino a plasmarli con il suo scadenzario così diverso da quello delle lancette del tuo orologio.

Da abitante e proprietario assoluto del tuo centro del mondo ti ritrovi esule, un apolide rassegnato che non aderisce ad un periodo, ad un ambiente, al quotidiano socialmente condiviso che lo circonda. L’ apolide nella sua bolla non cerca di fuggire ha perso l’inquietudine giovanile propensa alla fuga spaziale, non ha l’ illusione che altrove sarà diverso. Altrove non esiste perchè il sospeso non ha un indole nomade, non ha mai imparato a scappare; è uno che resta e resta da solo con la consapevolezza di non poter contare sulla quadratura di una partita doppia in dare e avere. C’ è chi resta e chi no, niente di eroico, nessuna aspettativa.

Da non eroe cominci a cercare un rifugio temporaneo ma ben nascosto dove fermarti a rimuovere i senso di vertigine provocato dal moto di ascesa e discesa che continua a centrifugarti dopo essere inciampato al bivio. Se la salita era stata faticosa e adrenalinica, la discesa è stata veloce e violenta.

Mentre scivoli cercando di rallentare puntando i piedi ( ecco perché è meglio indossare scarpe comode) scivola anche tutto ciò che intravvedi intorno, scivolano le persone, le cose, il panorama, tutto è in discesa. E per quanto tutte le tue energie si sprechino nel tentativo di invertire la rotta ,ottengono l’ effetto opposto, ti agitano scoordinandoti mentre cadi, ruzzoli, ti sporchi, ti fai male, cambi.

Così quando ti fermi ,quando finalmente riesci ad aggrapparti a un punto di ancoraggio o ti ritrovi appallottolato in uno spazio piano, ricominci a respirare e a guardarti intorno e indietro senza riconoscere nulla. Quello che era dietro, la salita, la meta, non sono più “roba tua”,non si vedono , non esistono. Sei approdato su un altro piano, in un altro spazio.

Ed è in quel momento in cui non sei tu a cercare un rifugio ma un rifugio trova te, un rifugio sospeso, come te, un piccolo spazio che contiene la roba “tua” senza che tu l’ abbia portata o selezionata prima del trasloco.

Sei in una bolla amplificata che ti contiene ,in una casa di protezione dove ritrovare un tempo e un ritmo nuovi senza osservatori, dove parlare da soli non è sintomo di follia ma semplicemente dialogo. La casa senza orologi ma piena del tuo tempo è l’ unico luogo in cui ti puoi fermare per trovare un nuovo ritmo e capire, se e come sia possibile accordarlo con quello esterno.

Cristina Battioni

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