“CASSANDRA”

IL DIAGRAMMA CARTESIANO DI SANDRA

-Primo tempo-

Di Cristina Battioni

Ho riflettuto a lungo sull’ offerta della Scala B. Potrei trovare nell’ Edicola Sospesa un rifugio, un luogo in cui leggere, imparare, ascoltare ed ascoltarmi. Ma sarebbe una fuga ed i sospesi si nascondono ma non scappano, non ne sono capaci.

Noi stiamo, restiamo, a costo di cadere e farci male, siamo i patologici delle risalite. Abbiamo bisogno di violenti temporali di vita, di ripari momentanei, di silenzi incomprensibili per risanarci prima di tornare a scalare il diagramma sconclusionato della nostra esistenza.

Incontro Cassandra sabato mattina al Piano T. E’ il primo maggio, l’ Italia in semi-libertà festeggia i lavoratori non lavoranti ed io mi preparo ad incontrare una donna senza età in un luogo non rilevabile.

I normali come i sospesi vivono nel paradosso.

Indosso un robe manteau blu, un paio di décolleté tacco 10 e sciolgo i capelli, ho perso l’ abitudine all’ eleganza ma un incontro con il passato richiede un’ uniforme adeguata con un leggero retrogusto di naftalina e di oggetti dimenticati tra le cose inutili.

L’ essenziale femminile singolare. Mi concedo solo l’ orologio di mia madre fermo da anni sulle 15,25 e un filo di rossetto color peonia.

Arrivo a Piazza della Vittoria verso le dieci. Il mese delle rose tarda ad arrivare, al suo posto ancora nubi e aria umida gonfia di pioggia. Gli uffici sono chiusi ma i bar aperti, qualcuno sbadiglia tra cappuccini e croissant, poca gente in giro, il vento di burrasca scoraggia le passeggiate.

Prima di sfiorare il portone mi soffermo ad osservare la targa dello “Studio Notarile”.

Come può essere cominciato da lì questo mio viaggio attraverso il tempo? E quanto è durato? Settimane, mesi, anni o solo pochi istanti nascosti? Stante, il Notaio, sarà nell’ altra sua vita stamattina, sulla rotta circolare e perfetta di un orologio rotondo. Ogni giorno la sua lancetta disegna come un compasso un cerchio perfetto attorno a lui che cammina spinto da una forza d’inerzia all’ interno della circonferenza, attento a non inciampare, a tornare esattamente nella stessa posizione ogni 24 ore.

Ogni giorno uguale all’ altro, senza sbavature o ritardi, ogni battuta ed espressione immutata, la stessa rappresentazione fedele attesa da un publico che aspetta solo continue repliche rassicuranti.

Il suo diagramma e’ a torta, il mio un diagramma cartesiano a segmenti, picchi e discese repentine.

Il portone si apre come spinto da una corrente fredda, piccole gocce sul pavimento dell’ atrio indicano il recente passaggio di Cassandra e del suo ombrello perennemente intriso di pioggia. Seguo il sentiero d’ acqua fino al muro del corridoio cieco, sento il rumore di tacchi e non li riconosco ; sono i miei.

L’ ascensore mi accoglie, mentre mi sistemo il vestito avverto una piccola vertigine che mi accompagna al piano T. Mi aspettavo solo silenzio e vuoto ed invece il cubo verde ed il suo coperchio di nuvole grigie sono animati.

Una musica fluida danza con il silenzio, i gelsomini lungo i muri interni cominciano a sbocciare profumando il giardino, al posto delle forstizie piante di rose con i boccioli ancora chiusi, l’ Edicola Sospesa è aperta con le sue litografie appese; sulla panchina Marco fuma in compagnia di una vecchia signora avvolta in un impermeabile beige, non è come la immaginavo; austera ed elegante, ma solo uno scricciolo con scarpe da bambina nere che sfiorano il prato.

Si somigliano, potrebbero essere madre e figlio, stessi lineamenti delicati, stessi capelli imbiancati e lucidi, stessi occhiali da miopi. Marco mi viene incontro, ora che non ha più il suo ruolo è libero di sorridere ma non ha perso la postura elegante da primo attore.

“Buongiorno Kami, deliziosa vestita da signora, quasi non la riconoscevo…dovrebbe farlo più spesso.” Il commento gentile mi fa sentire inadeguata, non mi sento più nei miei panni, rimpiango i miei soliti jeans e gli scarponcini. Sembro un’ impalcatura instabile edificata alla meno peggio per paura di un incontro, una specie di gru che cammina goffamente verso una bambina invecchiata. Comunque cerco di camuffare il mio senso di disagio. Marco, per me ancora e sempre Seppia, percependo il mio innaturale equilibrismo mi prende inusitatamente sotto braccio, mi stabilizza . Le mie dita si aggrappano al suo maglione morbido .

“E’ la Signora Cassandra vero?” gli domando avvicinandomi alla panchina, “Si, e’ arrivata presto per visitare il chiosco e salutarmi; non si alza perché ha qualche problema di stabilità … un pò come te…”, commenta sbirciando i miei tacchi.

Già, due donne, chissà quanti gap generazionali tra noi, eppure così vicine e simili nel tempo in pausa. Cassandra si appoggia all’ ombrello e si alza nascondendo lo sforzo delle ginocchia ossute, ora posso osservare la sua figura fragile al centro del suo spazio. Sembra una bambina invecchiata, le dimensioni dell’ ombrello chiuso la sovrastano.

Uno scricciolo delicato appoggiato ad un ramo cartesiano del tempo.

Cassandra è un nome inadeguato a questa donna minuscola con piccole mani fragili e grandi occhi color cenere. Prima di parlare mi porge la sua zampina, sento le sue dita senza forza cercare di stringere la mia mano. Osservo con invidia le sue ballerine nere, vorrei togliere i tacchi, lo faccio. Ristabiliamo un equilibrio nel diagramma a barre.

Cassandra mi da la sua benedizione, “Buongiorno mia cara, ero certa lo avrebbe fatto, lo avrei fatto anch’io, e’ un peccato perdersi la sensazione del prato morbido sotto i piedi, non e’ vero?”

Ha una voce lieve ed antica accordata al profumo delicato di uno chignon di zucchero filato. Non lascia la mia mano mentre mi invita a sedermi accanto a lei. Marco appoggia sulla panchina un vassoio di paste calde ancora impacchettate, “Vi lascio queste, ne avreste bisogno entrambe; se dovesse alzarsi il vento ritorno subito, non vorrei trovarvi sui rami dell’ albero.” Sdrammatizza da bravo padrone di casa e ci lascia al nostro talk show di cui conosce già domande e risposte.

Mi accarezza il viso prima di cominciare la sua spiegazione, io mi lascio cullare. “Cara Kami, so che qui la chiamano così, come già saprà Il Prof Seppia sta per lasciare il suo ruolo di guardiano del faro, la Scala B e’ in cambio turno. In tanti anni non era mai stata cosi’ vuota.”

La dolcezza accogliente della mia sconosciuta interlocutrice mi incuriosisce, “Tanti anni quanti ?” le domando, “Troppi, ho perso il conto. Questo palazzo e l’ area circostante appartenevano alla mia famiglia, nel secolo scorso ovviamente”.

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L’ERBA DI WALTER

NON COLPEVOLE MA GIA’ CONDANNATO DAI CENSORI “ANONIMI” DELLA CANNABIS TERAPEUTICA

Di Cristina Battioni

Il vicino di casa di Walter De Benedetto è probabilmente un “censore anonimo” o, nella migliore delle ipotesi, un perbenista ottuso.

Due anni fa un illuminato ed ignoto proibizionista di Arezzo ha denuciato ai Carabinieri il suo vicino, Walter, 48 anni, inchiodato su una sedia a rotelle da una rara ed incurabile malattia neurodegenerativa, reo di aver coltivato nel giardino della sua casa cannabis ad uso terapeutico.

chissà cosa avranno pensato i Carabinieri di fronte al presunto commerciante di stupefacenti ed al suo corpo deformato e sofferente, forse che dietro la sua inabilità si celasse un pericoloso cartello colombiano? Oppure, dalla soffiata del vicino, avranno dedotto che le piantine di marijuana gli servissero per rallegrare festini a base di sesso, droga e rock & roll?

Walter De Benedetto

Probabilmente non hanno pensato. Si sono limitati ad eseguire un blitz trasformatosi in un’ ispezione ridicola a danno di un piccolo uomo che coltivava il suo “orto” per sopravvivere. Quel blitz, alla luce dei fatti, ha solo aggiunto due anni di pene giudiziarie ad un essere umano già condannato da una grave forma di artrite reumatoide alla sofferenza, senza appello.

Proprio per il deterioramento delle sue condizioni l’ imputato non era presente in aula il 27 aprile per ascoltare almeno la sentenza della sua assoluzione e ricevere gli applausi dei tanti sostenitori che lo aspettavano. Li hanno raccolti e glieli hanno fatti ascoltare tramite cellulare i suoi difensori, Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti. https://youtube.com/watch?v=NHpfnWlBRMU&feature=share

Walter è stato assolto dal giudice del Tribunale di Arezzo, Fabio Lombardo, in quanto non colpevole di spaccio. Assolto dalla Corte ma condannato al dolore cronico dalla deformazione dolorosa di ogni parte del suo scheletro ma non al deterioramento della sua intelligenza.

De Benedetto era stato costretto ad improvvisare la sua piccola auto produzione per colmare l’ innegabile carenza di farmaci cannabinoidi dovuti, per legge dello Stato, ai pazienti che li utilizzano per lenire i dolori delle loro gravi patologie. L’ ennesimo diritto sancito dal Decreto ministeriale del 9 novembre 2015 ma, nella realtà quotidiana, negato.

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SEPPIA

IL MALE DI VIVERE DELLA SCALA B

di Cristina Battioni

Dopo la morte di Ametista non sono più tornata alla Scala B.

Ho indossato il suo rosario di lacrime di Giobbe come un bracciale, talvolta mi sorprendo ad accarezzarlo, è il pallottoliere delle ore vuote.

Chiamo ore vuote quelle che lascio consumare, come un passeggero fermo ad una stazione guarda i treni passare ma non ha biglietto o intenzione di salire, li lascio scorrere, come i giorni. “Quando non sai dove andare stai ferma”, mi diceva mia nonna. E io sto ferma ma la mia mente no, si arrotola, si attorciglia tra incertezze e paure.

Si chiama stato di precarietà, quel tempo esteso in cui avverti il passato appartenere ad un altra vita, il futuro assente ed il presente precario. E’ l’ età della transitorietà, del fuori tempo; l’ essere perennemente in ritardo o nevroticamente in anticipo, sprovvista di un tempismo opportunista.

Non c’è azione e non c’e’ reazione, volutamente; solo sospensioni che portano alla Scala B. Ma anche la scala ora mi sembra una trappola, un non luogo fuori dal tempo popolato da fantasmi che si sono arresi ad essere ciò che non volevano essere.

Mi sento anch’io un “giornale sospeso”, salvato dal macero ma non ritirato. Un insieme di parole, notizie, domande a scadenza. Vale tutto ed il suo contrario nello spazio di 24 ore.

Continua a piovere su questa città in giallo ma paradossalmente grigia, non c’e’ aria di festa , né di rinascita. Sembra tutto immobile, il fuori come il dentro.

Fa sera su una giornata monotonamente uggiosa e monocolore, senza alcun entusiasmo mi perdo nel traffico della tangenziale, già intasata nei primi giorni di tana libera tutti. Non ho voglia di tornare a casa ma non so dove andare, salto la mia uscita e mi dirigo verso Piazza della Vittoria.

Benché i bar e i negozi abbiano riaperto non c’e’ movimento, qualcuno esce dagli uffici, mascherine e ombrelli. Silenzio e vuoto, come avrebbe scritto Forster.

Il senso di precarietà è tangibile, seppur nascosto da un’ apparente normalità.

Osservo il palazzo grigio ed austero, benché risalga ai primi anni ’70 da l’ impressione di un edificio ispirato al modernismo dell’ architettura fascista, rigida, compatta, severa. Il portone e’ gia aperto, mi basta spingerlo leggermente per ritrovarmi nel crocevia; scala A, scala C e vicolo cieco della Scala B.

Sento l’ eco di passi leggeri, non provengono dalle scale, sono passi di donna, brevi e costanti, scanditi dal ticchettio dei tacchi. Intravvedo una figura scomparire verso il falso muro dell’ ascensore. Un impermeabile nero scuote l’ ombrello, le gocce si depositano sul pavimento di graniglia, unica testimonianza del suo passaggio. Mi fermo e aspetto che scompaia. Non so chi sia, forse la nuova inquilina del secondo piano sospeso o solo un ombra.

Lentamente mi incammino ripercorrendo i passi della sconosciuta, le gocce di poggia depositate dal suo ombrello rendono scivoloso il pavimento, l’ ascensore avverte la mia presenza, mi accoglie sollevandomi verso il quarto piano, verso il mio ultimo rifugio.

Il pulsante del piano “T” lampeggia, non si può’ accedere.

Entro direttamente nel mio cubo del quarto piano, luminoso nonostante le nubi basse, silenzioso e vuoto come se qualcuno avesse appena traslocato. Solo che quel qualcuno sono io. Sparito il vecchio divano ad angolo, sparita la cabina azzurra del bagno Piero, le foto, il vaso; tutto è occupato da un vecchio tappeto che ricopre l’ intera superficie.

Due casse in legno accostate fungono da tavolino provvisorio su cui resta appoggiato un libro di poesie di Montale, “Ossi di Seppia”. Mi siedo un attimo a terra, cerco di spostare una cassa ma e’ stranamente pesante e tintinna, un lato e’ aperto e mostra una serie di vecchie bottiglie, semivuote o sigillate.

Ossi di Seppia-Oscar Mondadori

La cassa è piena di liquori di marca scadente, quelli che si tenevano in casa nei primi anni 80; Whisky Johnnie Walker, Unicum, Amaro Averna, Burbon, Grand Marnier. Ne sfilo una, quella di Grand Marnier, ricordo che lo usavano a casa per aggiungere aroma alle uova sbattute con lo zucchero. Ne bevo un sorso a collo, nauseante e dolciastro come lo ricordavo. Non mi inquieta il vuoto, non mi aspettavo di trovare nulla qui oggi, solo la mia precarietà.

E quella c’ e’, perfettamente rappresentata dalle poesie di Montale, dall’ alcol guasto e dal tappeto Isfahan annodato a mano che il tempo ha reso uno straccio in disfacimento, nodo dopo nodo. Precario anche lui.

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BEFORE GENERATION ITALY

L’ ITALIA SPERA, RIAPRE MA RIPARTE SEMPRE DALLA OLD GENERATION ECONOMY

di Cristina Battioni

Domani, 26 Aprile l’ Italia riapre, o meglio, il Nord iperproduttivo si tinge di giallo e riapre, con le dovute precauzioni da rischio ragionato.

Non e’ cosi ma vogliamo talmente credere alla narrazione da percepirla come verosimile. Abilissima mossa mediatica collegare il 25 aprile con la riapertura e la presunta liberazione dal virus. Niente di più falso ma niente di più vendibile agli acquirenti forgiati dalla cultura nazional popolare.

Prepariamoci a festeggiare la fine della guerra; il Covid spaventato arretra, l’estate alle porte e la manna che sta per piovere dal cielo a stelle dell’ Europa benefattrice ce lo consentono. La trama ha una sceneggiatura modesta: il Salvatore scende dal cielo del capitalismo finanziario, crea un nuovo Governo di unità nazionale, elimina gli incompetenti, sostituendoli con i primi della classe (?), cambia passo alla campagna vaccinale anche in assenza di vaccini, ci libera dal male, fa scendere la curva pandemica piano piano, per non dare nell’ occhio, mentre 220 miliardi arriveranno a pioggia dissetando l’ economia appassita ed arsa.

Un nuovo piano Marshall ricostruirà il paese, porterà benessere, migliaia di nuovi posti di lavoro, strade nuove, ponti, aziende, fabbriche, ospedali moderni, tutti tecnologici ed ecosostenibili. Ecco servito l’ happy end. Applausi e commozione.

E siccome lo spot ci piace, gli crediamo e compriamo il prodotto. L’ entusiasmo talvolta prende il sopravvento sulla ragione. Conseguenza: si ricomincia da dove ci eravamo interrotti: cambieremo auto, a rate, compreremo casa, con il mutuo, acquisteremo qualunque cosa con il “pay later“; tanto stanno per pioverci addosso 220 miliardi, possiamo anche cominciare ad opzionare voli e case per le vacanze.

Ma la realtà? E’ brutta e non la mandiamo in onda.

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BREVE LETTERA AL SIG. GRILLO SULLA GIUSTIZIA

IL VIDEO VIRALE DI GRILLO DANNEGGIA SE STESSO ED IL FIGLIO MA AIUTA LA “MALAGIUSTIZIA”

di Cristina Battioni

Beppe Grillo dal suo blog personale, http://www.beppegrillo.it, mette in rete un video di dubbio gusto, forse sceneggiato da un esorcista; come posseduto da demoni furiosi si lancia in spropositi a difesa del proprio bambino, accusato di presunto stupro di gruppo.

La prende “sul personale”, sbaglia obbiettivo e ricava solo una cascata di critiche.

In pochi minuti di concitazione sconclusionata perde consensi ed offende, comunque, i diritti delle donne, riduce a bravate i comportamenti discutibili di individui maggiorenni; in pratica costruisce un disastro di comunicazione mediatica.

Crea una catastrofe mediatica e perde l’ occasione di cavalcare una battaglia per una giustizia riformata, più efficiente, giusta e civile.

Purtroppo, Sig. Beppe, i casi di ingiusta detenzione sono ogni anno un migliaio in Italia (bilancio del Ministero italiano della Giustizia 2017-2019); detto in parole povere vi sono in media 1000 persone che subiscono l’ arresto e il carcere senza che vi fossero accuse o presupposti fondati ma, sicuramente, per disposizione di un magistrato, pm o giudice. Nel suddetto triennio sono stati soltanto 53 i magistrati sottoposti ad azioni disciplinari.

Purtroppo, o per fortuna, queste mille persone non hanno un blog o la visibilità per urlare il loro dolore e la loro rabbia.

Anziché sprecare la sua immagine per difendere un maggiorenne ed offendere con termini maschilistici ed insopportabili, non una ragazza, ma tutto l’ universo femminile, avrebbe ricevuto più solidarietà e consenso urlando il vero problema che affligge, consuma e rovina migliaia di italiani in Italia : la “malagiustizia”.

Vede, Sig. Grillo, non è un problema personale e, casomai, i panni sporchi si lavano in casa ma se i panni sporchi sono quelli di un sistema da riformare e dannoso, quelli sì, si possono spiegare in pubblico. A beneficio di tutti.

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NON SI MUORE SOLO DI COVID (SECONDA PARTE)

I CONDANNATI AD UN ETERNO LOCKDOWN

242.586 DECESSI PER TUMORE O MALATTIE DEGENERATIVE NEL 2020, UNA CITTA’ SCOMPARSA DI CUI NESSUNO PARLA

di Cristina Battioni

La strage perpetuata dal Covid con le sue 117.000 vittime, la corsa ai vaccini, le chiusure e riaperture ci hanno distratto da tutto il resto. Si moriva anche prima del febbraio 2020 e si continua a morire senza poter scegliere, con dignità, il come.

Ora l’ attenzione popolare è monopolizzata dalla promessa di un prossimo “tana libera tutti” del Governo Draghi, da quel “rischio ragionato” che ci fa dimenticare anche la realtà oggettiva, ancora, pericolosamente, pandemica. Il nuovo leader del PD, rientrato dalla ville lumiere, vende il futuro proponendo lo Ius soli ed il voto ai sedicenni. Tutti gli altri si preoccupano di intestarsi eventuali risultati positivi o, semmai, di rinnegare i negativi.

Il resto è fermo, sembra non avere più alcuna importanza. Ma perché mentre la Spagna approva il diritto all’ eutanasia legale, il nostro Parlamento si dimentica completamente delle migliaia di persone costrette ad un lockdown eterno da malattie che trasformano il corpo in una gabbia soffocante? Per loro non ci sono promesse di vaccini o date di riapertura, nessuno ne parla, non esistono.

Il rapporto AIOM 2020 ha stimato 377.000 casi di nuovi tumori in Italia nel 2020 e il decesso di 183.200 persone. Già nel 2014, da fonti Istat, i morti per bronchite cronica ed enfisema erano 33.386, quelli per complicanze da demenza o Alzheimer 26.000, con curva in crescita costante.

Riassumo, ogni anno volano via almeno 240.000 vite non a causa del Covid ma a causa di tumori o di malattie degenerative ed incurabili. Una città di persone che scompaiono dopo aver subito chemio, cure sperimentali, peg, sbarre ai letti, piaghe da decubito, infezioni, polmoniti. Una città di anonimi, segregati in un organismo ostile che li condanna e toglie loro, giorno dopo giorno, ogni dignità.

Valeria Imbrogno, con la creazione di una helpline in memoria del suo compagno, Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, ci ricorda la via crucis di un ragazzo di 36 anni, tetraplegico, cieco e nutrito con un sondino, costretto a fuggire in Svizzera, con l’ aiuto di Marco Cappato, per poter addormentarsi dignitosamente in una clinica di Zurigo.

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NON SI MUORE SOLO DI COVID (PRIMA PARTE)

I condannati ad un eterno lockdown

I° Tempo-Prefazione dedicata alla Scala B

di Cristina Battioni

Mentre il paese si appresta a riaprire io torno a chiudermi nel mio cubo sospeso al quarto piano della Scala B. Mi sto nuovamente perdendo in un tempo confuso tra vaccini che vanno e vengono in ordine sparso. Il disordine mentale stanca. Quando le porte dell’ ascensore si sono aperte sulla mia stanza segreta l’ ho trovata vuota, sono rimasti solo il grande divano e la cabina azzurra del Bagno Piero, spariti i libri, le foto, il vaso di fiori.

E’ vuota, come me. L’ esterno come l’ interno. Vediamo ciò che siamo. “Silenzio e vuoto” come scriveva Forster.

Devo mettere ordine, togliere la polvere dai pensieri e ritrovare il mio equilibrio provvisorio. Ho solo risposte ma mi mancano le domande. Sono qui e non mi chiedo più il perché. So di dividere questo spazio intangibile con estranei dispersi come me, solo questo mi rincuora.

Già, estranei, così parrebbe. Eppure risuoniamo, non abbiamo bisogno di mettere insieme parole o indagini per comunicare. Le persone, quando abbandonano il loro ruolo sociale, agito o subito, non hanno bisogno di raccontarsi la loro storia, la portano addosso.

Siamo tutti sul punto della resa, ad un millimetro dalla rassegnazione, la sentiamo, possiamo sfiorarla ma continuiamo a procrastinarla.

C’è tutto un tempo che scorre e tracima fuori di qui, trascinandoci tutti nell’ inconsapevolezza più cieca. Nessuno si fa più domande, tutti fingiamo di credere alle risposte che qualcuno confeziona per noi.

Oggi il silenzio è assoluto, parrebbe una domenica di diserzione alla Scala B.

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BABY BOOM? NO, GRAZIE. E’ TEMPO DI “PET” BOOM.

Gli animali da affezione sono i “nuovi figli”

https://youtube.com/watch?v=FkXUYu7nsx4&feature=share

di Cristina Battioni

“E tu hai figli?”, quante volte vi avranno fatto questa domanda, magari incontrando un conoscente o un ex compagno di scuola perso di vista.

Se, fino a qualche anno fa, la risposta sarebbe stata :”No, non sono venuti”, seguita da una serie di spiegazioni e giustificazioni, spesso fastidiose, non richieste e non dovute; ora la risposta più comune è: “No, ma ho un cane fantastico”. Naturalmente la parola cane può essere sostituita da gatto, coniglio, furetto o qualsiasi “animale da affezione”; dal pesce rosso al cavallo.

Il dettaglio interessante non consiste tanto nell’ affermazione di essere l’ orgoglioso proprietario di un cane o di un animale, a cui si è particolarmente affezionati, ma nel sostituirlo, a tutti gli effetti, ad un famigliare. E’ ovviamente preferibile questa risposta al sentirsi obbligati a giustificare l’ assenza di figli o legami parentali, soprattutto a perfetti estranei, ma è sorprendente il fenomeno che sottende.

I dati del Censis rivelano la presenza di 32 milioni di animali domestici nelle case italiane, veri e propri residenti nel 52% delle nostre abitazioni, soprattutto in quelle di separati e divorziati (68%) e di single (54%). Con 53,1 animali da compagnia ogni 100 abitanti, l’ Italia si colloca al primo posto in Europa.

I nostri “nuovi figli” sono 12,9 milioni di volatili, 7,5 milioni di gatti, 7 milioni di cani, 1,8 milioni di criceti e conigli, 1,6 milioni di pesci, 1,3 milioni di rettili, oltre ad una quantità non specificata di “vario” (furetti, topolini, tartarughe, papere, asini e oche).

Nell’ indagine condotta da Eurispes emerge che, in questo tempo di crisi, per garantire il benessere e l’ alimentazione dei propri figli adottivi, la maggioranza dei proprietari affronta una spesa di circa 50 euro al mese, mentre il 35% si ferma attorno ai 30 euro. L’ associazione consumatori Adoc, considerando solo cani e gatti, ha calcolato per un cane di taglia piccola una spesa media di 1800 euro l’anno, per un micio di quasi 800 euro. E’ il 70% in più rispetto a dieci anni fa.

Stiamo sviluppando un rapporto sempre più simbiotico e parentale con i nostri animali. In alcuni casi si tratta di un legame salvifico, soprattutto per le persone più anziane, come dimostra uno studio condotto da Senior Italia Federazioni; per 9 over 65 su 10 vivere con un animale domestico migliora la qualità della vita, riduce la sensazione di solitudine ed aumenta quella di serenità, induce a muoversi di più e a sentirsi meglio.

L’ unico rischio consiste nell’ eccessiva enfatizzazione della relazione con i propri animali sostenuta dall’ ingenuità, dalla purezza, dai sentimenti di tenerezza da questi evocati tanto da essere, di fatto, adottati da persone sole in subconscia sostituzione dei figli che non hanno potuto avere, o che sono lontani.

Ma l’ amore genitoriale verso un animaletto non è un’ esclusiva della fascia dei grandi anziani soli. Nella nostra società è in costante aumento il numero di persone che, più che amare, hanno un enorme bisogno di ricevere affetto incondizionato.

Il pet boom ed i consumi connessi, rivelano aspetti di fragilità e solitudine della società contemporanea, vuoti sentimentali ed affettivi, bisogni inespressi o irrealizzabili.

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LA RESPONSABILITA’ “PERSONALE”? ESAURITA E FUORI PRODUZIONE

Alla ricerca di “qualcosa di personale”

Una scia d’ Inverno congela l’ ultimo week end in zona rossa, la Primavera resta sospesa tra terra e cielo mentre la pandemia rispetta lo scadenzario quotidiano dei funerali a porte chiuse, indifferente all’ andamento della curva pandemica e del Rt nazionale.

L’ Italia delle regioni torna ad essere la fragile terra di stati e staterelli che, anziché unirsi, tendono a prevaricarsi. Nè draghi arrabbiati, né generali decorati, né speranze, sempre più pallide, riescono a far filtrare uno spiraglio di luce .

L’ ombra dell’ incertezza sembra dominare su tutto, sulla rassegnazione, sul caos, sulle tensioni sociali. L’ incertezza, soprattutto in democrazia, rischia di trasformarsi improvvisamente in fragilità, la fragilità in rottura.

Siamo tutti sospesi, come la Primavera, come le lezioni nelle scuole, come i collegamenti in Dad che vanno e vengono, come la somministrazione dei vaccini che sta perdendo la tracciabilità, esattamente come il virus.

Il nuovo Presidente del Consiglio, Prof. Draghi, dopo essere stato accolto come l’ uomo dei miracoli, si costringe a celebrare una conferenza stampa, giusto per ribadire che lui non è Dio ma che, se boicottano anche lui, non ci resta più nessuna carta da giocare. Si prende le colpe, da buon capro espiatorio, per salvarci da tensioni ben più pericolose senza omettere, anzi sottolineando, che le responsabilità sono anche personali.

Lui fa quello che può con quello che ha; e quello che ha è un paese in frizione perenne schiacciato tra due governi, il suo ed un’ accozzaglia di disarmonici governi regionali, talvolta investiti da eccessivo potere e visibilità.

Ma tutto è personale in questo paese. Ogni danno subito, ogni torto, ogni successo, ogni evento viene vissuto dal singolo e non dalla comunità. Tranne le colpe, quelle non appartengono a nessuno, sono endemiche al sistema, le sue zone d’ ombra, senza mai chiarire di quale “sistema si tratti”.

Oggi ho un appuntamento dal Notaio, eccezionalmente di sabato; speravo si potesse risolvere con uno scambio telematico di carteggi ma, purtroppo, le successioni richiedono la firma in presenza.

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PARMA, DA PICCOLA PARIGI DEI FARNESE A “DISCOUNT” MADE IN IOWA

Tardini: la “riqualificazione”dello stadio e il declassamento della città.

di Cristina Battioni

E’ “Lo stadio più bello del mondo” l’ ultimo regalo che la giunta Pizzarotti vuole fare a questa città. Un dono costoso, non propriamente prioritario, reso magicamente possibile dal definire “riqualificazione” quella che sarà la depauperazione di un lotto non edificabile di 36.725 mq, posto esattamente in uno dei quartieri più belli e centrali di Parma.

La suddetta “riqualificazione” si sta trasformando, in realtà, nella realizzazione di un’ astronave monolitica in cemento e acciaio di 7 piani, pronta ad ospitare un vero e proprio centro commerciale, dotato di parcheggi sotterranei ed aperto 7 giorni su 7.

“Lo stadio più’ bello del mondo”, stando alle dichiarazioni di Kyle Krause, neo proprietario e presidente del Parma Calcio 1913, sarà parte di un progetto ecosostenibile, studiato per migliorare ed abbellire il quartiere tra i grandi viali, la Cittadella ed il Lungo Parma.

L’ elaborazione, blindatissima, affidata all’ architetto Alessandro Doppini, prevede la creazione di 20.000 mq di spazi pubblici, parcheggi sotterranei, ristoranti, bar, negozi, markets, shops e chi più ne ha più ne metta. Il progetto, solo narrato, ma mai reso pubblico nei dettagli, è già stato presentato in Consiglio comunale ed entro un mese dovrebbe divenire definitivo. A fronte di un investimento di 70 milioni di euro il Comune garantirà al Gruppo Krause la concezione d’ uso dell’ area per i prossimi 40 anni, indipendentemente dalle alterne fortune, o sfortune, della squadra di calcio cittadina.

Un vero benefattore Mister Krause, verrebbe da pensare; volato dal centro dell’ Iowa per rilevare il 90% della Parma Calcio 1913 srl da noti imprenditori locali (Guido Barilla, Giampaolo Dallara, Mauro Del Rio, Marco Ferrari, Angelo Gandolfi, Paolo e Pietro Pizzarotti ) in un momento di difficoltà economica e, conseguentemente, per rilanciare la squadra verso traguardi ambiziosi.

Benefattore che ha anche acquisito il 99% del Progetto Stadio Parma srl, società nata per la riqualificazione dello stadio e rilevata da Krause solo per regalare alla città quello che lui stesso definisce “lo stadio più’ bello, prima d’ Italia, poi del mondo”. Un monumento personale e sempiterno, un saggio di modernità e vivibilità omaggiato della sua famiglia a tutta la cittadinanza. Quanta generosità, verrebbe da dire.

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“LE LACRIME DI GIOBBE”

Seconda Resurrezione d.Cv. (Sospesi tra sacro e profano.)

Dedicata a “F.” e a tutti gli arrivederci..https://youtube.com/watch?v=kNWX_XWsNYY&feature=share

di Cristina Battioni

Venerdì Santo, due giorni a Pasqua, la seconda Pasqua d.Cv, la seconda Resurrezione dopo l’evento con la “E” maiuscola; non la nostra, purtroppo.

La Primavera è risorta dall’ Inverno in un esplosione precoce ed incontenibile, quasi si rifiutasse di restare, anche lei, in lockdown.

Il caldo improvviso ha ingannato anche le Peonie, rose perfette senza spine che si illuminavano con le lucciole di maggio. E’ tutto in anticipo, come se non ci fosse tempo, quasi la Natura avvertisse l’ urgenza di svegliarsi e correre.

Quando tutto diventa veloce, i sospesi rallentano. Si smarriscono. La bellezza dei giardini, dei colori, della luce disorienta, la bellezza è pericolosa perché implica un desiderio di condivisione. Mi fa male vedere i petali della magnolia cadere come barchette rosa su un mare verde, mi ricordano chi l’ ha piantata.

Ogni cosa meravigliosa in natura ed indipendente dalla nostra volontà sottolinea l’ assenza di qualcuno.

Il mondo visto da una prospettiva solitaria può offrire immagini perfette ma non attimi perfetti. E’ il limite della solitudine, anche della più collaudata o desiderata; l’ impossibilità di condividere la bellezza e da quella condivisione provare un istante, seppur fuggevole, di gioia.

Nonostante i divieti c’é tanta gente in giro, a piedi, in bicicletta, sui monopattini, le prime braccia nude nei parchi, runners che corrono, bambini che giocano; c’è tutta un umanità in fermento tra approvvigionamenti alimentari, uova di cioccolato, auguri via sms. Ci stiamo abituando, forse, alla nuova normalità, avremo mascherine colorate e feste distanziate ma, con grande determinazione, proviamo ad essere esattamente come prima.

Ma prima era prima, ieri il bollettino di guerra indicava 3.681 persone impegnate in una via Crucis pronata nelle terapie intensive e 481 decessi non destinati alla resurrezione. Vorrei avere “la fede”, ci sono giorni in cui la desidererei come un dono prezioso. Vorrei entrare in una chiesa, pregare piano, sentire sollievo. Ma non sono capace, l’ ho scordato o, forse, non ne ho mai avuto la reale predisposizione.

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NO NEWS IS GOOD NEWS?

L’ ASSENZA DI NOTIZIE E’ UNA NOTIZIA

di Cristina Battioni

Provate a fare una sintetica rassegna stampa in questi giorni pre- pasquali; prendete a caso i quotidiani più venduti, sintonizzatevi sui principali telegiornali, sbirciate nei canali all news o nelle testate on line.

Potrete facilmente osservare come in prima pagina sia tornato, fastidiosamente, il predominio della politica interna, o meglio, degli scontri tra correnti interne alla maggioranza o ai partiti stessi; come vengano dedicati ripetuti articoli al redivivo On. Renzi che fa il “turista per caso” negli Emirati Arabi, alla “faida” tra donne del Pd che si accusano a vicenda per una poltrona; mentre tendono, proporzionalmente, a ridursi le notizie sulla pandemia, se non limitatamente alle polemica riguardanti i ritardi delle campagne vaccinali o agli scandali regionali.

Tornano alla mente le parole di Scalfari che, negli anni 70, riuniva la redazione di Repubblica ripetendo il suo celebre mantra: “bene, se non ci sono notizie, riempiamo le pagine di politica interna”.

Lezione mai dimenticata se osserviamo le pagine interne dei giornali:, beghe nel PD mai risorto e semmai già affondato dalle proposte, quasi burlesche, del Prof. Letta : “diamo il voto ai sedicenni e potere nel partito alle donne”, donne che già si strappano i capelli tra loro. Tre pagine servite. Il sempiterno Salvini con le sue uscite da campagna elettorale e qualche amico discutibile. Altre due pagine stampate. Il nuovo partito di Conte e la diaspora dei Cinque Stelle, che non si sa cosa sia, altra pagina pronta. Il resto si riempie con le lotte a coltello tra i Governatori di Regione che, nel loro splendore, si denigrano a vicenda.

Seguono altre pagine interne dedicate al gigantesco cargo, con foto quasi a dimensione reale, che si è messo di traverso, per puro scherzo del destino, tappando il Canale di Suez e riducendolo ad un ingorgo ferragostano. Nei telegiornali si susseguono ripetizioni infinite di misure già prese e spiegate sul modesto lockdown di Pasqua, caratterizzato più da quel che si può fare, che non da quello che non si può fare.

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