“LA CORRESPONDANCE”

Lidia e Amedeo, 2008-2021

Eravamo insieme e tutto il resto l’ ho scordato”

“L’ amore non esiste, non come ce lo siamo raccontati”, mi sussurra Nolente senza smettere di fissare il cielo. La pelle sottile del collo lascia intravvedere le linee delle vene, fragili rilievi azzurro polvere, in nuance con il suo lungo abito di mohair.

Ricorda un airone cinerino senza piume, elegante ma spogliato dalle molte età che ha sorvolato. E’ ancora bella, di quelle bellezze che il tempo rispetta, si limita ad eliminarne il superfluo, senza intaccarne l’ essenza.

L’ essenza della sua grazia è disegnata nel taglio degli occhi, nella lunghezza delle ciglia sottili che imprigionano ogni singola lacrima, ogni minuscolo cristallo caleidoscopio che regala bagliori improvvisi al suo sguardo rassegnato. La sua essenza è nel profumo di fiori che emanano i capelli quando, liberati dall’ austera treccia, sembrano onde di un mare lontano.

La consumata eleganza di Nolente sopravvive nelle linee del suo corpo, negli angoli acuti di un volto che non subisce la forza di gravità, nelle leve lunghe di braccia e gambe sottili ancorate ad un busto che sembra potersi spezzare al primo colpo di vento. Nolente è un essere grigio e celeste, incatenato alla terra ma tendente al cielo.

Oggi non stringe tra le mani un libro di poesie ma una copia di “Repubblica” del 21 marzo, un giornale sospeso che Seppia deve averle consegnato solo oggi.

Me la porge, senza abbassare lo sguardo, “Vede, ogni 21 marzo io cerco questo piccolo trafiletto, non e’ mai mancato, mai”. Mi siedo accanto a lei e noto un piccolo inserto nascosto in una pagina interna dell’ edizione romana del quotidiano. Sembra un necrologio ma leggendolo perde l’ aura scura e si rivela un delicato messaggio in codice per Lidia Giordani : “Eravamo insieme, tutto il resto l’ ho dimenticato. Amedeo”.

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VACCINAZIONI:IL GIRONE DEI “GRANDI FRAGILI”

#NESSUNOSPRECHIUNVACCINO

25 MARZO 2021, ritorno al centro vaccinale Palaponti.

Dopo tre settimane esatte dalla somministrazione della prima dose vaccinale, il girone “Grandi Anziani” delle 10.30 si ricompone all’ ingresso del centro polisportivo trasformato in hub vaccinale.

Ma qualcosa è cambiato. L’ accesso alle auto private è bloccato, si entra a piedi o in carrozzina. Possono oltrepassare il cancello solo le ambulanze o i mezzi adibiti al trasporto dei cosiddetti disabili “gravi”. Siamo in tanti stamattina, si percepisce una breve coda fluire nel viale.

Le panchine sono occupate dagli over 86, ciascuno con il suo accompagnatore, che osservano sfilare i componenti di un altro girone, quello dei “grandi inabili”. Sommandoli si ottiene un pallido ed inedito puzzle.

Due generazioni lontane nel tempo ma mai così vicine nello spazio; i fragili si fondono generando un mondo a parte, da maneggiare con cura. Mio padre osserva altri padri, uno tiene a braccetto un figlio disorientato e scardinato, qualcuno spinge una carrozzina, tutti in bilico tra consapevolezza ed inconsapevolezza. Tutti in coda, tutti affiancati, aggrappati, educati e silenziosi. La sfilata dei nipoti pallidi inibisce qualsiasi lamentela o commento sull’ attesa da parte dei nonni putativi.

Sono rari i luoghi dove si percepisce così concretamente la fragilità umana. In uno spazio aperto, fortunatamente illuminato da un sole generoso e tiepido, si rivela, senza sfumature, quella parte di mondo che preferiamo non osservare troppo e, non solo, per discrezione.

Sono tutti diversi i convocati delle 10.30 ma tutti caratterizzati da un pallore che testimonia un lockdown esistenziale preesistente a quello ministeriale. Sono tutti malati in questi due gironi che si sfiorano per confluire nello stessa fragile categoria; i “grandi anziani” sono stati aggrediti e consumati dalle salite della vita, “i grandi disabili” sono nati lottando in salita. Entrambi non sono autonomi ; dipendono, hanno perso o non hanno mai conosciuto la libertà.

I fragili sono schiavi della disabilità, sono bloccati da un corpo nemico che diventa carcere , da sinapsi difettose o da una misteriosa ed inspiegabile trisomia dei cromosomi.

Con qualche minuto di ritardo, rispetto alla tabella di marcia, la sicurezza filtra gli ingressi, dopo numerose e vane chiamate rivolte al “personale scolastico”, assente ingiustificato, procede con il check in del girone “Grandi fragili delle 10.30”.

All’ interno del padiglione ci moltiplichiamo, i corridoi di distanziamento pre e post vaccino sono quasi pieni; disabili, anziani e accompagnatori si mescolano creando, involontariamente, l’ immagine di un piccolo circo itinerante. I volenterosi volontari, con le loro maglie colorate e le mascherine decorate con grandi sorrisi da clown, creano macchie di colore che interrompono il pallore ; il brusio di fondo è interrotto a tratti da piccole urla o risate; gli addetti alla sicurezza sembrano i controllori del pubblico prima di uno spettacolo, “Che numero avete? Perfetto, seguitemi e accomodatevi lì,… due poltrone in quarta fila.”

intanto il turnover vaccinale procede, numero 130; eccomi, supero velocemente l’ accettazione e ricevo un nuovo numero, 138, per il colloquio ambulatoriale ; torno al mio posto, sempre guidata a distanza di sicurezza. A tratti si avverte una repentina spinta sull’ acceleratore; tutti cercano di essere piu’ veloci, di vaccinare più’ persone, sfidando una difficoltà incrementata. Purtroppo vaccinare un grande disabile non sempre è possibile e, soprattutto, non sempre è facile.

C’è chi va via spingendo una carrozzina e spiegando al conduttore di ambulanza in attesa che : “No, purtroppo non si può fare…”. Sentendo quel “non si può fare” pronunciato con equilibrio e dolcezza, senza rabbia o risentimento; sprofondo io, sprofonda mio padre, sprofondiamo tutti nella nostra inadeguatezza.

Ma chi sono i “grandi disabili”? La miglior risposta l’ ho trovata in un libro, “Caregiving famigliare e disabilità gravissima. Una ricerca fatta a Torino“. Le autrici (Cecilia Marchisio e Natascha Curto)” li definiscono “Persone che necessitano di assistenza continua , 24 ore su 24, l’ interruzione della quale, anche per un periodo molto breve, può portare a complicanze gravi o anche alla morte”.

Persone che vivono perché qualcuno le tiene costantemente per mano, in simbiosi con una madre, un padre, un fratello, un pedagogista, un volontario; esattamente quello che sta avvenendo ora e qui, non in teoria.

L’ Istat, nell’ ultimo studio del 2015, stima in 3,1 milioni gli italiani con limitazioni funzionali gravi dai 15 anni in su, di cui 1.153.000 non percepiscono l’ indennità di accompagnamento. Si deduce facilmente come e perché la mano che li tiene in vita sia quella di un famigliare.

La disabilità grave colpisce quasi 9 milioni di famiglie, prima del Covid, durante la pandemia e, purtroppo, non verrà sconfitta da una dose vaccinale. Esiste una parte di umanità costantemente messa alla prova e costretta a contare solo sulle proprie forze, su quelle dell’ amore incondizionato e sulla solidarietà. Paradossalmente e’ una parte silenziosa, dignitosa e rispettosa delle regole.

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SCANZI, FURBETTO DA GIORNALINO ?

DOPO IL VACCINO CHIEDE GLI APPLAUSI

di Cristina Battioni

Andrea Scanzi, 47enne giornalista de ” Il Fatto quotidiano “, ottiene il vaccino AstraZenica sabato 20 marzo presso La Hub Vaccinale di Arezzo.

Tutto regolare, sostiene l’ interessato, in qualche modo legittimo; essendo iscritto nelle file dei “panchinari” è stato convocato nel tardo pomeriggio per non sprecare le dosi inutilizzate a causa delle defezioni.

Diamo per buona la versione, benché queste liste di attesa dei “panchinari”, compilate dai medici di base esistono, probabilmente, solo in alcune località. Per rispetto di quanto dichiarato dal medesimo, la somministrazione gli era dovuta, in quanto figlio unico di due genitori fragili.

Nulla da obiettare e massima comprensione. Sebbene in Italia esistano migliaia di care givers che non sono stati ancora iscritti in nessun elenco vaccinale. Tra loro anch’ io. Ma si sa, l’ Italia è ancora un paese di Stati e staterelli, come diceva Macchiavelli e le regole variano da Governatore a Governatore.

Nessuno mette in dubbio la liceità della somministrazione ricevuta da Scanzi, benché sia esattamente agli antipodi di quanto suggerito dal Presidente Mattarella che ha pubblicamente atteso il suo turno recandosi, come il più normale dei cittadini, presso l’ Hub di Pratica di Mare, con la sobrietà che, solitamente, va a braccetto con l’ autorevolezza.

Il Dott. Scanzi, se chiamato dalla AUSL competente, ha fatto benissimo a vaccinarsi ma ha fatto malissimo a dimenticarsi il suo ruolo di giornalista rampante per una testata, “II Fatto quotidiano”, che ha basato la sua crescente popolarità sull’ essere dichiaratamente priva di sovvenzioni pubbliche, fuori dal coro e, teoricamente, non schierata politicamente. Cosa sulla quale si potrebbe lungamente discutere.

Comunque sia, il social- giornalista ha cavalcato quella che poteva essere una notizia a suo favore al contrario. Forse è stato vittima di una delle impreviste reazioni del vituperato vaccino che, nel suo caso, ha sdoganato i freni inibitori di un super ego, già molto presente nel suo organismo.

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EQUINOZIO DI PRIMAVERA (II d.Cv.)

Ma la nuova “stagione” tarda ad arrivare

di Cristina Battioni

In questa notte di passaggio il sonno mi appare come un miraggio.

Sara’ colpa della congiunzione astrale, delle stagioni che si ostinano a cambiare mentre nulla cambia o dell’ effetto “dèjà- vu” di una Primavera che da due ore sostituisce ufficialmente l’ Inverno, la seconda Primavera d.Cv (dopo Covid), fotocopia precisa della precedente?

Nel tempo reale, che non sottostà alle nostre misure artificiose, è Primavera da 16 ore ma, nel mondo delle convenzioni, fingiamo che il Sole arrivi sempre in ritardo allo Zenit dell’ equatore, semplifichiamo e standardizziamo, come d’ abitudine.

Questa notte ha la stessa durata del giorno, le ore scure cominciano ad arretrare, l’ alba anticiperà il salvataggio di chi ha perso il sonno e non lo ha più trovato.

Il sonno si perde per strada, sbadatamente; notte dopo notte speri di sentirlo salire per le scale, lo aspetti, lo desideri come un’ amante, ma lui non torna più. Gli insonni non sognano ma i minuti sono i loro incubi. Dalle due alle cinque il tempo si dilata, non ore ma anni che si rincorrono con le loro domande urgenti di risposte da trovare, possibilmente, prima che faccia giorno.

L’ aurora è un sollievo, ti salva dai fantasmi, dai processi, dai bilanci e dalle televendite.

Questa si preannuncia una notte lunga e faticosa; bevo, apro la finestra, sudo anche se fuori è ancora freddo. Il silenzio del coprifuoco è assoluto, sembra di assistere alla replica di un film muto . Sono le due, ogni speranza di riposare è svanita, l’ orologio ha già rallentato; la paura dei miei monologhi sta per invadermi.

“Ogni notte per me è tempesta di misteri”www.aldamerini.it

Prima che la nostalgia del passato torni, nella sua forma peggiore, prima che l’ indifferenza sul futuro mi disarmi, mentre il presente è assente, decido di scrivere B sul palmo della mano.

Chiudo gli occhi, come da istruzioni di Seppia, per un istante sento freddo, poi, più niente. Quando li riapro sono nell’ ascensore della Scala B che mi conduce verso il mio cubo sospeso del quinto piano.

Entrando avverto solo la piacevole sensazione di chi torna dove è atteso. L’ abat-jour diffonde la sua luce tranquillizzante, sul tavolino trovo una tazza di latte caldo e un piattino di biscotti tiepidi, grossi ed irregolari, come fatti in casa. Mi sdraio sul divano, inzuppo un biscotto e mi infilo sotto una plaid emerso dal mio solaio ma profumato, fresco di bucato.

Guardo le foto appese alle pareti senza soluzione cronologica di continuità, apparentemente disposte in ordine sparso ma, osservandole attentamente, mi accorgo che formano un diagramma a barre.

La vita a segmenti, i giorni migliori in alto, i giorni peggiori a metà parete . Ora, metterei un like a tutti, i peggiori non erano poi tali.

Resto ipnotizzata per qualche minuto; qui, dove non esiste il tempo, il passato riempie il presente, il futuro non è una minaccia, la notte non mi fa più paura.

Tenui note riempiono con discrezione il mio piccolo spazio, le percepisco appena, non abbastanza da decifrane la provenienza. Mi concentro e si trasformano in una partitura, si armonizzano e mi permettono di tradurle in musica.

Qualcuno sta suonando la chitarra, con inesperte dita leggere fa vibrare le corde; qualcuno che ha imparato solo il primo giro di accordi di “Wish you were here”.https://youtube.com/watch?v=1tGO1Y4FGpl&feature=share

Un altro insonne si è fatto trasportare alla Scala B stanotte, almeno qui può suonare senza svegliare i “normali” sprofondati nel sonno dei giusti.

Avercelo il sonno dei giusti.

L’ arpeggio sembra una ninna nanna che culla me , i miei biscotti e le briciole che infestano il pigiama. Ogni cosa qui non è casuale, la musica fa parte dell’ alfabeto criptato di un codice emozionale. Se qualcuno suona, qualcuno risponde leggendo a se stesso una poesia di Alda Merini, qualcun’ altro fuma disperatamente in balcone. Ognuno comunica la sua solitudine come può e sfida la notte dell’ Equinozio.

Chissà se l’ Edicola al piano T è aperta in queste ore scure ? Sicuramente il giardino sarà deserto, anche nel tempo analogico il buio ed il freddo della prima notte di Primavera sono fastidiosi e poco attraenti. Mi arrotolo nel plaid scozzese e scendo a vedere.

Il giardino del piano T è avvolto dal buio , solo una piccola luce illumina il chiosco di Seppia senza Seppia. L’ edicola è chiusa ma tutti i balconi alle mie spalle sembrano mattoncini Lego sovrapposti e debolmente illuminati dalle presenze discrete degli inquilini.

Al primo piano Seppia emette nuvole di fumo , aspira la sigaretta e poi si diverte a svuotarsi i polmoni espirando una nuvola densa ed odorosa. Intanto scrive , non usa il pc ma una vecchia Olivetti, preme i tasti come un pianista nell’ eseguire una melodia di Chopin, probabilmente un Notturno.

Non mi vede e non mi sente, la sua attenzione annega in un flusso ininterrotto di parole.

Al quarto piano Stante, il notaio, continua a suonare la sua interpretazione personale dei Pink Floyd. Nolente dall’ ultimo balcone legge “Quelle come me” di Alda Merini, si interrompe sul finale, ride, poi ricomincia da capo il suo personale rosario.

Quando non piange ride; forse si riconosce nel testo e ride di se e di quella sana follia che le hanno represso e che lei chiamava “amore disperso”.https://youtube.com/watch?v=kc5dtqYCLQo&feature=share

Al secondo piano non c’ e’ nessuno, Ametista ha lasciato il lenzuolo bianco steso al balcone ma stanotte non è immacolato. Con un rossetto o un pastello rosso ha lasciato scritto un messaggio “Nessuno faceva caso ai suoi occhi, Tutti pensavano che fosse felice perché sorrideva”. E’ assente, probabilmente veglia i suoi bambini mentre dormono e tiene stretto il loro sonno affinché non li abbandoni mai. Probabilmente ha lasciato a sventolare il suo curriculum vitae; a volte bastano poche parole per riassumerci, basta saperle scegliere.

Mi siedo sulla panchina avvolta nella mia coperta pesante e osservo la vita degli altri fuggiaschi, ognuno con le sue notti sospese tra ciò che fanno e ciò che sentono e, nel vuoto tra dovere e volere, solo il buio, tra le due sponde, si fa materia trasformandosi nel grande fiume che separare il sopravvivere dal vivere.

Fa troppo freddo, l’ umidità fastidiosa e l’ assenza di Seppia mi rendendo malmostosa. Tutto quello che vorrei è una tiepida carezza famigliare che mi accompagni verso il mattino. La carezza non arriva, forse anche in Paradiso stanno riposando, ma, al suo posto, arriva un mugolio, l’ abbozzo di un breve guaito da cane di piccola taglia.

Ma non è possibile, qui non si può portare nessuno dal mondo esterno, come può esserci un cane? Probabilmente e’ rimasto imprigionato venerdì sera, dopo la chiusura degli uffici, nella Scala A del palazzo e ora, smarrito, piange.

No, non è rimasto chiuso negli uffici…il suo richiamo proviene dall’ Edicola sospesa. Mi avvicino lentamente mentre un muso marrone e puntuto si infila in uno spiraglio della piccola finestra e mi osserva.

Mi sembra un bassotto nano, gli occhi neri e svegli mi osservano curiosi mentre spinge con il muso il vetro nel tentativo, vano, di uscire…Non so se sia lecito ma lo aiuto…in un istante fa un balzo miracoloso sulle sue zampe ristrette e mi salta in braccio, lo afferro ricevendo una leccata sulla guancia e uno scodinzolo amichevole.

“E tu chi sei piccoletto , di chi sei ?” Sembra gradire il mio abbraccio che lo pone in posizione sopraelevata , un osservatorio di lusso per la sua altezza abituale. Ha un manto di velluto marrone , un collarino di velluto rosso e una medaglietta con incisione. La stanchezza oculare, l’ oscurità e l’ assenza dei miei occhiali non mi permettono di decifrare il testo.

Sentiamo entrambi uno schiocco di dita ; vuole scendere, lo adagio sul prato e lo osservo saltellare composto verso un’ ombra che esce dall’ ascensore.

E’ Seppia. Il quadrupede rasoterra gli corre incontro e cerca di scalarlo aggrappandosi ai polpacci, senza abbaiare. Il Prof. in vestaglia gli offre un bocconcino da sgranocchiare, mi indica al bassotto che si tranquillizza e lo segue come un segretario scrupoloso.

“Buona notte Kami, siete in tanti stasera per l’ Equinozio, ero nel mio cubo a riordinare; i giornali sospesi la notte sono ancora troppo freschi, nessuno scende a prenderli. Gli insonni leggono altre cose; poesie, spartiti e, soprattutto, i loro pensieri ingombranti. Mi spiace, se avessi avvertito la sua presenza sarei sceso prima”.

Mi imbarazza l’ averlo interrotto, in realtà neanch’ io volevo un giornale ma solo osservare la notte dall’ esterno, non riesco a produrre nulla se non una vaga giustificazione, “Mi scusi lei, sono scesa solo perché avevo bisogno d’aria poi ho incontrato il suo cane e mi sono fermata, non dovevo farlo uscire dal chiosco ma… sembrava chiamarmi e non ho resistito”.

Cane dal basso e presunto padrone dall’ alto mi guardano incuriositi, il primo sbadiglia , il secondo mi parla, “Ombra non è il mio cane, si infila spesso nel chiosco, gli piace l’ odore della stampa, adora dormire sulla carta e talvolta scende quando non c’ è nessuno per rotolarsi nel prato o per le sue necessità fisiologiche.”

Continua a parlare senza guardarmi, rivolgendo lo sguardo verso il basso , “Eh già Ombra, tu dormi qualche ora e poi vivi intensamente fino al successivo colpo di sonno, tu hai capito tutto .”

Ombra non risponde ma sembra approvare e mentre torna tra le mie braccia a darmi, lui, la carezza calda che desideravo, il suo presunto custode mi legge la medaglietta che ciondola dal collare scontrandosi con un campanellino : “Tutta la varietà , tutta la delizia , tutta la bellezza della vita e’ composta d’ ombra e di luce”.

Il bassotto intellettuale presumibilmente non conosceva Tolstoj ma chi ha scelto il suo nome si e conosceva le luci della ribalta e le ombre dei lockdown.

” Se vuole può’ tenerlo qui con lei, mi sembra stiate bene insieme”. E’ vero , la dolcezza e la vitalità del bassotto mi hanno fatto bene, hanno cancellato il groviglio di pensieri senza capo né coda che minacciavano di seguirmi fino all’ alba.

“La ringrazio ma temo prenda freddo anche lui, devo riporlo nel chiosco dove può scaldarsi e dormire sui giornali salvati dal macero?”

Seppia scuote la testa rimettendo in circolo odore di tabacco e aromi vari; “No, Ombra ha la sua cuccia al terzo piano, lui vive qui, è un inquilino che la Scala ha trovato mentre vagava a vuoto. Mi creda era il più sospeso di tutti quando è arrivato. Ha passato giorni raggomitolato in un angolo, sembrava l’ ombra di se stesso. Ma ora, lo vede, sta bene, la sua vita gli calza a pennello anche se non ha un padrone ha trovato il suo posto, è il padrone di se stesso e sta bene sulle sue zampe.”

Lo accarezzo per salutarlo mentre il suo custode si avvia verso l’ edicola e mi anticipa il giornale sospeso di un ieri appena superato. Lo prendo tra le mani, e’ “Il Fatto Quotidiano” del 20 marzo; strano, non è uno dei “miei” quotidiani e non l’ aveva mai tenuto per me.

Seppia ed Ombra si avviano, armonizzando il passo come buoni amici di vecchia data, verso l’ ascensore ; mi salutano entrambi con un sorriso e uno scodinzolo prima di sparire verso i loro cubi.


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ASTRAZENECA E PFIZER : IL DIAVOLO E L’ ACQUASANTA?

Dopo il vaccino Pfizer stanno tutti bene?

di Cristina Battioni

Alla memoria delle perone che ci hanno lasciato, senza poter scegliere un vaccino-18/03/2021https://youtube.com/watch?v=NQ8zfRJfUuc&feature=share

In attesa delle decisioni definitive promesse da AIFA , la vaccinazione tramite fiale AstraZeneca è stata bloccata in 14 nazioni, tra cui l’ Italia, con un conseguente dannoso ritardo sulla campagna di immunità di massa che, mai come ora, avverrebbe bisogno di un’ accelerazione costante, al culmine delle terza ondata e in un momento di chiusure e distanziamenti.

Nonostante le rassicurazioni dell’ OMS sulla sicurezza del prodotto, nonostante le spiegazioni date dal Ministro della Salute riguardo il nesso di casualità tra vaccinazione e decessi, l’ opinione pubblica ormai ha avuto il suo imprinting.

L’ Imprinting dei volti , dei nomi e delle storie di persone decedute dopo essersi sottoposte al vaccino AstraZenica; di Anna Maria Mantile , insegnante napoletana (61 anni), del Maresciallo siciliano Giuseppe Maniscalco (54 anni), di Sandro Togliatti, docente musicale di Biella (57 anni).

Il comune denominatore di queste vite, drammaticamente interrotte, è l’ aver ricevuto il vaccino incriminato ma , soprattutto, l’ età.

Involontariamente o volontariamente è la loro “giovane età” ad aver alimentato le notizie, ad aver, fin da subito, occupato le aperture dei telegiornali, ad aver diffuso il panico prima che fossero a disposizione informazioni scientifiche e dettagliate.

E’ stato sufficiente rendere pubblici tre volti, tre nomi ed i corrispettivi dati anagrafici per far leva , irresponsabilmente, sulle paure collettive che sono più forti e radicate nel subconscio di qualsiasi assoluzione oggettiva ma tardiva.

Qualunque sarà la decisione dell’ OMS, appoggiata da prove scientifiche e dai referti delle autopsie, basterà a tranquillizzare milioni di persone già in lista per ricevere il vaccino Killer?

Perché mai nessuna prima pagina dei quotidiani o nessuna apertura di telegiornale ha elencato i decessi avvenuti dopo la somministrazione del vaccino Pfizer? Stanno tutti bene, godono tutti di ottima salute?

La Gran Bretagna ha diffuso i suoi dati ufficiali tramite il Ministro della Salute Hancock; su 20 milioni di persone vaccinate si sono osservati 275 decessi di cittadini immunizzati con dosi AstraZeneca e 227 decessi di immunizzati con vaccini Pfizer. In entrambi i casi si e’ spiegato che i decessi sono riconducibili solo ad una consequenzialità temporale, al caso, e non agli effetti collaterali dei suddetti preparati.

E in Italia? Stando al dashboard del Governo sono state vaccinate 1.093.800, almeno con una prima dose. La fascia dei “grandi anziani”, over 86 anni, sta completando il ciclo con la seconda somministrazione entro fine mese . Di loro nessuna notizia . Nessun decesso, nessuna trombosi, nessun problema circolatorio? Tutti risanati, senza effetti collaterali, da un’ acqua santa in fialette congelate?

La logica ci suggerirebbe che il vaccino Pfizer non è un “cocoon” e che, come purtroppo normalmente avviene in situazioni non pandemiche, i decessi, oltre una certa età, si possono verificare improvvisamente ed indipendentemente dalla somministrazione di farmaci.

Quindi, si potrebbe dedurre che anche qualcuno fra loro sia mancato nella discrezione assoluta ma nessuno ne parla, non fanno notizia.

La morte di un anziano non viene nemmeno considerata come reazione avversa ma come fatto naturale; nessun parente denuncia il caso alla procura, nessun giornale manda un inviato ad occuparsene. Il caso non sussiste.

Anzi, il commento comune utilizzato per commentare queste uscite di scena assomiglia ad una frase di circostanza…”Poveretto, e pensare che aveva fatto in tempo anche a vaccinarsi.”

Non si muore di solo Covid o di immunoprofilassi.

Nessuno ne ha parlato tranne il ministro britannico Hancock che ha reso pubblici e spiegato, dati alla mano, i 227 decessi avvenuti dopo, e non a causa, delle somministrazioni di vaccino con acqua santa Pfizer e i 275 avvenuti dopo le somministrazioni del killer Astrazeneca. Non ha creato allarmismo dando spiegazioni logiche; gli infarti, le trombosi e le malattie cardiache provocavano, provocano e provocheranno tristi perdite, di egual misura, indipendentemente dal diavolo, dall’ acqua santa o dal Covid.

I media, non sempre oggettivamente utili ed esplicativi, hanno cavalcato lo scoop della “morte giovane” che fa notizia, provoca sempre sconcerto, paura e panico.

Panico che resterà anche dopo il probabile via libera dell’ EMA , il presunto colpevole verrà scagionato ma non convincerà ,nell’ immediato, gli inseriti nelle liste del vaccino Astrazenica a recarsi ai punti di profilassi.

Si può già scommette su molte defezioni, su decine di cancellazioni , magari nell’ attesa dell’ arrivo di Johnson & Johson che ha comunque un nome più rassicurante rispetto a quello da militare turco del prodotto anglo-svedese

E intanto il piano vaccinale rallenta, i contagi non scendono e non scenderanno drasticamente prima di Pasqua, come ci si auspicava, il bollettino dei morti continuerà a segnalare la scomparsa di centinaia di persone senza nome, le rianimazioni supereranno il 30% di presenze Covid.

Basta un attimo , una foto, l’ inflessione dubitativa nella voce di un giornalista per attivare il meccanismo della paura, dell’ incertezza, della revoca di fiducia, a scapito di tutta la comunità.

Per chiarezza, sarebbe utile considerare che il diavolo Astrazenica ha un costo di 1,78 € a dose, l’ acquasanta Pfizer di 12€, il rassicurante Jhonson & Jhonson è venduto ora a 8,50 dollari.

Il vaccino più economico, prodotto dalla meno nota delle aziende farmaceutiche, è anche un killer , un attivatore di trombi sfuggito ai trials clinici e alla rigida lentezza dell’ EMA?

O, non sarà forse, in un mondo che vive ancora di finanza ed economia, un prodotto scomodo , da sconsigliare all’ utenza a vantaggio di altri ?

Non sempre avremo risposte alle domande, ma è sempre bene porsele.

Intanto tra diavolo acquasanta e nell’ attesa di Johnson e Johnson, che non è una mono dose di baby shampoo, per l’ ennesima volta la guerra al Virus perde tempo mentre il Virus vince l’ ennesima battaglia a tavolino e procede, con tutta calma, il suo processo di cambiamenti non sequenziati.

Presagio esatto fu dunque il corto di Tornatore realizzato per incentivare la campagna vaccinale italiana. Nel suo dimenticabile spot ,”La stanza degli abbracci “, la giovane protagonista continuava a ripetere: “Ho dubbi.”

Il funesto spot funesto è stato, fortunatamente, sospeso ma i dubbi sono arrivati e hanno fatto danno.

LA SANITA’ ITALIANA SALVA TUTTI (ECCETTO SE STESSA)

Il Servizio sanitario nazionale : pubblico ed universale… Ma per quanto ?

di Cristina Battioni

Questa è la storia vera di “E” e di tutti i sans papiers emersi, senza salvagente, dalle onde di una pandemia senza passaporto , dei tanti naufraghi del lavoro sommerso tratti in salvo dalle scialuppe del Servizio sanitario nazionale che, nel frattempo, cola a picco.

Mentre il Titanic affondava l’ orchestra continuava a suonare; mentre gli ospedali vengono depredati ed affondati da tagli e contagi, i medici continuano a curare.

“E” ha 53 anni ma è una donna senza età, assomiglia a una matrioska , la terza di tre sorelle , il seme nascosto. Ha un volto paffuto e le guance rosa, un corpo piccolo e compatto, un approccio gentile che manifesta ripetendo sempre la prima frase in italiano che ha imparato: ” Grazie, mia cara/o”; è il suo slogan, anche quando non c’è nessun motivo di ringraziare.

Ha lavorato in Russia fino al giorno in cui è diventata per la Russia una colf troppo anziana, non sufficientemente atletica, non sufficientemente tecnologica e nemmeno abbastanza forte. Così è tornata in Moldavia con la sua insufficienza anagrafica e nessuna voglia di ripartire. Ad attenderla non ha trovato una famiglia festante ma i debiti non ancora estinti, una casa da sistemare e un libretto di risparmio lasciato, precocemente, in eredità ai figli.

Per sopravvivere è entrata nel gioco delle sostituzioni. Ogni giorno a Parma, come in molte città italiane, arrivano e partono decine di donne dell’ Est ; per una che torna a casa c’è né una che arriva a prendere il suo posto a tempo determinato; due, tre mesi al massimo. “E” è rientrata in Italia a giugno, nel momento in cui tutto sembrava ripartire verso la normalità , ma lei non è ripartita.

Terminata la sostituzione estiva ha continuato a rimpiazzare colleghe che si ammalavano o non riuscivano a tornare in Italia, nemmeno imbarcandosi su autarchici pulmini allenati ad eludere controlli e frontiere con estenuanti percorsi alternativi, mescolando ed accatastando persone e merci.

Come tutte le “sostitute” che restano è diventata una delle 200.000 invisibili , senza permesso di soggiorno e senza contratto di lavoro. Il gioco sembrava ormai collaudato , abituale, scontato dopo anni di routine.

Collaudato e abituale fino al 26 febbraio quando il Covid bussa alle porte del suo corpo; qualche linea di febbre, qualche colpo di tosse e le ossa stanche; ma per una matrioska sono dettagli, è abituata a lavorare con la febbre e la spossatezza di un passato ingombrante sulle spalle.

Lei non si ferma e non si lamenta perché fermarsi vuol dire non guadagnare, non guadagnare significa non poter pagare i debiti o una stanza in affitto, non sopravvivere.

Non dice niente a nessuno, comincia a fare come le altre, si fa di Tachipirina e antibiotici a largo spettro e medicinali di fortuna, ereditati o prestati ; minimizza con le sorelle , con le coinquiline, sperando che tutto passi, come una banale influenza.

“E” è una delle migliaia di badanti che la pandemia ha colpito, prima economicamente, poi anche fisicamente. I dati pubblicati da Assindatcolf dimostrano come la morte di migliaia di anziani ed il peggioramento delle condizioni economiche abbiano costretto 2.400 famiglie italiane a licenziare il 30% delle persone assunte a tutela dei loro cari.

Le previsioni per l’ anno corrente stimano un 41,7% di licenziamenti degli oltre 865.000 collaboratori domestici assunti e regolarizzati. Un mondo di care givers composto, quasi esclusivamente, da donne straniere. Alcune sono tornate a casa; altre, pur di lavorare, hanno accettato turni h/24 per evitare contatti con il mondo esterno e non diventare potenziali veicoli di contagio; molte sono diventate collaboratrici delle pulizie domestiche saltuarie, dove e quando capita, sempre e comunque in nero.

” E” capisce di essere stata contagiata ma , essendo un fantasma, si nasconde; non ha un medico, non ha una residenza ufficiale ed è assolutamente certa di non avere nessun diritto.

Decide si fermarsi e sparire tra le coperte del suo letto. Lascia i lavoretti di pulizia alle sostitute che giustificano la sua assenza inventando la solita scusa della partenza improvvisa per gravi motivi famigliari.

Il 6 marzo, dopo nove giorni di latitanza febbricitante, la paura di essere un fantasma clandestino lascia il posto, per un attimo, all’ istinto di sopravvivenza. Qualcuno chiama il 118 e, finalmente, un’ ambulanza la trasporta al Pronto Soccorso . E’ sola, come tutti gli 87 pazienti in attesa di diagnosi, non riesce a spiegarsi e a comprendere i termini tecnici di una lingua che non le appartiene.

Ha paura, paura dei suoi polmoni che la stanno tradendo ma, soprattutto, ha paura di essere messa alla porta dopo essere stata segnalata alle autorità, come accadrebbe nel suo paese.

Dal suo cellulare chiede aiuto alle matrioske maggiori e regolari ma nessuno può raggiungerla e nessuno sa, esattamente, come aiutarla.

La aiuta il Servizio sanitario pubblico, dove il significato di “pubblico” viene interpretato ed agito nel rispetto assoluto delle intenzioni di chi lo ha concepito per dar vita ad un sistema di cure aperto a tutti, a tutta la comunità intesa come totalità sociale.

Benché sembri un’ utopia è una realtà italiana che mette al sicuro anche “E” nella sua inconsapevolezza, lei è una sans papiers ma, al suo fianco, i medici, i radiologi, le infermiere sono tutti “sans frontieres”.

Forse al triage l’ hanno informata di essere protetta da un codice regionale STP (straniero temporaneamente presente) ma nessuno in un Pronto Soccorso stravolto dall’ emergenza virale ha il tempo di spiegare o tradurre con calma, tutti hanno solo il tempo di fare, tamponare, salvare.

Dal momento del suo accesso “E” non è più un ospite indesiderata ma una paziente della AUSL regionale che assicura il diritto di cura ai cittadini extra-Ue, anche se irregolarmente presenti sul territorio nazionale.

Nel primo pomeriggio è già stata sottoposta a tac e ad un primo tampone, le hanno richiesto solo i suoi dati anagrafici e fatto firmare un’ autocertificazione di indigenza che le permetterà di essere curata, senza aggiungere debiti ai debiti che l’ hanno portata qui.

Alle 22 con il referto del del secondo tampone, che conferma la sua positività, arrivano anche le spiegazioni del medico responsabile che si appresta ad uscire, finalmente, per il cambio turno. Le espone la sua diagnosi e la tranquillizza sottolineando che non deve tremare o scappare poiché nessuno la segnalerà alla polizia, non avendo commesso o subito alcun reato ;usa parole semplici e concrete : “Lei è solo l’ ennesima vittima di un Covid trascurato, che non distingue tra regolari e irregolari “.

Poche parole non guariscono ma la fanno rinascere. Nella fatica del respiro riesce ad essere felice, a percepirsi come un essere umano privilegiato, forse per la prima volta nella sua vita. Non è sola, sarà curata, avrà i farmaci e le dosi corrette e, per sei mesi, verrà seguita ed aiutata nel suo percorso di auspicabile guarigione.

La sua voce gracchia nel telefono della sorella e, indipendentemente dalle parole che pronuncia faticosamente, si percepisce solo una gratitudine stupefatta ed una gioia che contagia tutti i presenti, anche me.

Dopo tanto tempo mi sento orgogliosa di appartenere ad un’ Italia piena di errori, scorrettezze, negligenze, furbetti e corrotti ma, ciononostante, capace di realizzare piccoli miracoli.

Ma per quanto ancora?

La piccola matrioska è stata salvata ma la Sanità italiana che l’ ha accolta no, viene lasciata sola e maltrattata , talvolta accusata dai medesimi che l’ hanno depredata negli ultimi dieci anni.

Tra XIII e XVIII legislatura ben 11 governi le hanno sistematicamente sottratto 37 miliardi di euro; tutti i governi, in rapida successione, hanno attinto alla spesa sanitaria per esigenze di finanza pubblica, sgretolando progressivamente la più grande opera mai realizzata in Italia.

Nessuno si è opposto, nessuno ha invaso le piazze sventolando camici al posto di sardine, tutti hanno fatto finta di non esserci, di non vedere o, peggio, hanno tentato di dissimulare criticando una “malasanità” che, pur essendo tale in alcune realtà del paese , è stata deformata da interessi e disinteresse, da connivenze e convenienze politiche o personali.

L’ emergenza Covid ha solo speronato una nave abbandonata e indebolita da vecchie falle ; l’ assenza di piani pandemici, la carenza di materiali e personale specializzato non sono una novità ,la affondavano prima dell’ ultimo squarcio causato da un iceberg virale.

La “malapolitica” , l’ assenza di fondi, di investimenti in ricerca , di preparazione e motivazione del personale medico e paramedico stanno affondando l’ ammiraglia della flotta del nostro Stato sociale; finite le scialuppe e le zattere di salvataggio, gettato a mare il patrimonio professionale ed umano ancora a bordo, quale orchestra di primari, medici ed infermieri continuerà a suonare e a salvare sul ponte di una Sanità pubblica che affonda?

Temo nessuno.

Senza un’ immediato ed energico supporto economico e progettuale, non suoneranno più nemmeno le sirene delle ambulanze.https://youtube.com/watch?v=l_k3e1Zft-4&feature=share

LA STAGIONE DELLE VARIANTI

Fioriscono varianti, sfioriscono le viole”

di Cristina Battioni

Questa volta lo Stop non viene da un DPC emanato a tarda notte ma da un Decreto Legge con tutti i crismi richiesti da un necessario fermo immagine nazionale.

Da domani la Padania si ferma davanti al cartellino rosso governativo che rimette in stand by il cosiddetto “motore produttivo” del Paese.

Se esistesse una cartina al tornasole sensibile alle particelle atmosferiche si colorerebbe di rosso, il rosso della combustione del gas metano degli allevamenti intensivi, il rosso dei semafori che non fermeranno migliaia di camion, camioncini, trasportatori, corrieri che la percorrono in lungo e in largo ogni giorno, il rosso dello stop agli incroci pericolosi.

Forse sarebbe stato più adatto il viola della malasorte e del lutto, il viola della rabbia di persone ed attività che sfioriscono precocemente, come le viole.

Mi concedo l’ ultima passeggiata oltre il perimetro del mio domicilio, mi proteggo con la mascherina, lascio che una bolla di sospensione e distanziamento mi protegga dallo smarrimento ; vado e vedo. Percorro i viali verso sera, la foschia impedisce all’ ultima giornata che anticipa un nuovo evento “E” di essere luminosa.

Chissà se è solo foschia o è una patina di batteri, gas, virus mutanti che come un cellofan ci mette sottovuoto tutti , in atmosfera modificata.

C’e traffico, gente che si muove , formiche che cercano di ripercorrere i loro schemi secolari ma accelerando nell’ ansia, si confondono, vanno a sbattere, fanno provviste come prima dell’ arrivo di un uragano. Donne in attesa davanti ai saloni di parrucchieri cinesi, aperti la domenica e presi d’ assalto , perché non si sa quanto sarà lunga la ricrescita da affrontare.

Non ci faccio caso, il nuovo lockdown non altera la mia chiusura totale che si perpetua da anni, per me rientra nella normalità il fare solo le cose strettamente necessarie alla sopravvivenza.

Comprendo il disagio delle donne che da domani dovranno essere madri, professoresse, lavoratrici, cuoche, infermiere, carceriere e carcerate in pochi metri quadrati.

Immagino la serranda scoraggiata che abbasseranno i piccoli negozi dopo aver apparecchiato , invano, le vetrine a festa sperando di vendere qualche articolo per la bella stagione.

Capisco soprattutto la stanchezza che scema in disinteresse, o peggio, in rabbia quando si associa allo spettro della povertà.

La rabbia può trascendere in violenza o in autolesionismo, la noia in depressione, la depressione in patologia.

Ma non c’e’ tempo. Nè per la rabbia, né per la depressione, né per la patologia.

Eppure , nessuno neanche nel nuovo esecutivo ha avuto il coraggio di accollarsi l’ onere di una semplice frase esplicativa : “Dovete stare in casa, a 10, 20, 30, 50 anni, ad ogni età, dovete stare in casa e non farci entrare nessuno, dovete evitare i contatti il più possibile se non volete non poter assistere neanche al vostro vaccino, figuriamoci ad un eventuale ricovero”.

Perché lo stato sociale esiste ma può non reggere ad ulteriori pressioni e la sanità pubblica è in overbooking.

Il nemico è molto più scaltro di noi, ci anticipa, anticipa e gabba anche i tamponi che non lo rilevano più’, si appresta a precedere i vaccini che, già scarsi, rischiano di essere anche inutili.

Questo CV 19 è il nemico mortale della socialità, degli aperitivi, delle cene in casa, delle chiacchiere a vuoto, delle lezioni di fitness, degli stadi piene e delle messe la domenica, di molte cose che riempivano il nostro tempo libero o la nostra la noia.

Si alimenta di shopping, gite ai centri commerciali, week end sui lungomare, struscii nelle vie del centro, maratone, concerti, eventi. L’ unico elemento che teme e’ la spirale della silenzio, l’ isolamento.

Ma ahimè lo teme il virus ma anche le sue potenziali vittime , come se la solitudine fosse un batterio, una minaccia, un pericolo. Lo è in effetti , o lo può diventare quando si è isolati dall’ esterno ma imprigionati a condividere la propria aria con altri .

Ogni versione di affetto contemporanea non è aggiornata a sostenere la coabitazione continua .

Il cambio radicale di abitudini e comportamenti è l’ unica mossa che può fare scacco matto ad un ospite così virulento ma è anche l’ unica pedina che fatichiamo a spostare sulla nostra scacchiera .

Arrivo a Piazza della Vittoria; stasera sembra scossa dalla paura di sentir suonare le sirene dei bombardamenti in arrivo, si muove, si agita, senza una ragione. I bar erano già vuoti, aperti solo per l’ asporto fino alle 18, i negozi in saldo perenne alternavano saracinesca a mezz’ asta o chiuse. Perfino tutto ciò che era già fermo anela ad un movimento scomposto.

Gli uffici essenziali resteranno aperti, molti lavoreranno in smart working, la vita essenziale continuerà con le dovute precauzioni ma, stasera, nell’ ansia palpabile del cartellino rosso, tutti devono asportare qualcosa, l’ ultima boccata d’ aria, l’ ultimo pacchetto di sigarette, l’ ultima scorta di Tachipirina dalla farmacia di turno. Solo gli uffici sono chiusi perché sanno di riaprire, seppur a regime ridotto, domani.

Eppure ce l’ avevano detto, senza allarmismi, avevano cercato di spiegarci l’ evoluzione naturale di un virus che a noi sembra un artificio.

Non e’ un ordigno innescato da chissà chi e chissà dove, è vivo, ci osserva, ci entra dentro e si abitua , lui sì, alla sua nuova casa, senza temere alcuna minaccia di sfratto.

Mi avvicino all’ edifico della mia Scala B con circospezione, abbasso lo sguardo per non incrociarne altri, raggiungo il corridoio ceco e salgo sull ascensore che mi risucchia veloce e mi porta sù, verso il mio cubo al quinto piano.

E’ tutto in ordine, pulito e rinfrescato; il quadro delle peonie colpito da un tramonto miserevole cangia dal rosa al viola.

Dall’ affaccio del balcone la linea dell’ orizzonte è sfuocata, non ci sono i colori, mancano il giallo, il rosso e il blu spariti in una luce opaca. Mescolando il blu e il rosso si ottiene il viola, miscelando il giallo ed il verde lo si annulla.

I complementari si annullano davanti a me, nella Zona Grigia di confine.

Mi siedo un istante accarezzando l’ immenso divano , nel punto esatto dove si sedeva mia madre, forse è solo una mia allucinazione, ma ne avverto la presenza.

Sono quasi contenta che non debba respirare questo tempo inquinato e angosciante , penso a lei, ai nostri lockdown che ignoravano le stagioni, alla canzone che ancora cantiamo insieme, almeno qui, poco intonante e confondendo le note ma assenze e presenze riescono sempre, sottovoce, ad accordarsi.https://youtube.com/watch?v=K5OWyBUvlZc&feature=share

Mentre canticchiamo mi sorprende la porta dell’ ascensore spalancata, non avevo ancora espresso il desiderio di scendere…non dovrebbe essere al piano.

Mi volto di scatto e vedo solo un qualcosa di verde a terra, sembra muschio.

Solo salendo a bordo per raccoglierlo mi accorgo che e’ un mazzetto di viole mammole trattenuto da un elastico per capelli. Devono provenire dal piano T, probabilmente la Scala B ha chiesto a Seppia di mandarli sù avvertendo la mia rassegnata tristezza . Graziose e fragili; le infilo in un bicchiere d’ acqua e le libero dall’ elastico che infilo al polso per restituirlo.

Ho il rosso del Decreto ministeriale, ho il verde e il viola, mi manca il giallo per ricomporre il cerchio dei colori ed eliminare il grigio.

“T”, il giallo può essere al piano “T”, devo scendere a cercarlo. Mi infilo nell’ ascensore e in un istante di vertigine sono davanti al piccolo giardino, l’ Edicola Sospesa sempre al centro , ma sorprendentemente sopraffatta dai cespugli di fostizie in fiore . I cespugli sono esplosi, la ricoprono su ogni lato, lasciando liberi solo la finestrella di Seppia ed il tetto spiovente del chiosco, in lamiera verde.

Il cerchio di Itten è completo; il giallo dei fiori e il verde del chiosco non annullano il colore vivace delle viole spontanee, ogni cosa coesiste e si illumina. Il piano T è zona pulita e la natura, indifferente ai lockdown e ai decreti, esplode seguendo il suo indiscutibile istinto.

Seppia non e’ al suo posto nel chiosco, la sua assenza mi destabilizza ; cercandolo con lo sguardo osservo per la prima volta i balconcini cubici ed incolonnati della Scala B. Se mi allontano fino alla parete estrema del giardino riesco a vederli tutti, anche il mio con il costume blu legato alla ringhiera in ferro. Gli atri sono esattamente uguali, spogli, eccetto il balcone del secondo piano.

C’è un lenzuolo bianco appeso, un lenzuolo singolo, sembra una bandiera bianca.

Dietro la bandiera indovino la scia fumosa di una barretta d’ incenso. L’ aria porta l’ odore melenso fino a me. Intravvedo solo la figura di una ragazza immobile sulla soglia della porta finestra. Forse mi sta guardando.

Nella luce bassa distinguo la sagoma scura di una donna minuta, fianchi strettissimi e spalle larghe. I capelli mossi e ribelli sembrano una piccola criniera. Abbasso lo sguardo, fingo di non averla vista, qui la discrezione è sopravvivenza, simulo disattenzione camminando rasente alla barriera gialla dei cespugli intorno all edicola, fino al davanzale di Seppia.

Ametista

Non c’e’.

Trovo al suo posto trovo un foglio appiccicato al vetro dall’ interno :”Torno adesso”.

Non era mai successo, era sempre qui, intento a leggere o a scrivere i suoi pensieri. Non so che fare ma mi fido del cartello; “Adesso” qui vuol dire ” torno quando c’ e’ bisogno di me”.

E infatti Seppia spunta da un cespuglio nell’ inedito ruolo di giardiniere; indossa un salopette di jeans, una felpa grigia , due guanti esagerati da giardinaggio e stringe in una mano delle cesoie per potatura.

Ha perso la staticità fotogenica da mezzobusto, ora lo vedo tutto intero, dinoccolato e scomposto tra ciuffi di fiori gialli mentre particelle multicolori si nascondono tra i capelli arruffati.

Il Prof. fuori dalla sua edicola sembra un ragazzino che si rotola nei prati con dei coriandoli tra i capelli. Il passato e il presente si sovrappongono sempre nel tempo analogico, giocano fra loro.

Lui non ci fa caso, si sfila i guantoni , si scrolla qualche insetto dai capelli e mi saluta “Salve Kami, scusi stavo cercando di liberare almeno la porta laterale , i cespugli stanotte si sono moltiplicati e mi hanno ostruito l’ unico accesso , ho fatto un po’ di dècoupage .” Si giustica e ride come un bambino divertito, scoprendo i 32 denti bianchi e perfetti.

Nascondo il mio sorriso eccessivo e lo scuso “Lei sa fare proprio tutto, ma al di la’ della scomodità devo dire che l’ edicola circondata dal giallo è perfetta, perfetta per un quadro post- impressionista. ”

Quando mi risponde è gia rientrato in postazione e affacciato al davanzale a favore di regia , “No, no, io so solo leggere e scrivere, sono obbligato ad eseguire lavori manuali quando la natura prende il sopravvento e, come vede, ha già preso il sopravvento. Qui le stagioni sono puntuali, non come là fuori.”

Là fuori non c’ è più niente di naturale e puntuale, vorrei rispondergli, ma suppongo sia informato, gli restituisco invece l’ elastico che legava il mio mazzolino.

“Grazie per il bouquet di viole, suppongo le fosse avanzato dal suo dècoupage, delizioso, grazie davvero”.

Seppia scuote la testa , illumina gli occhi scuri che leggono i pensieri altrui e chiarisce, “No, mia cara, non li ho inviati io, li ha inviati Ametista, io li ho solo messi sull ascensore per lei. E’ molto solitaria e non scende mai se c’e’ qualcuno ma deve averla sentita cantare , le ha raccolte e mi ha pregato di inviarle alle voci che sentiva. L’ elastico è suo, ma lo lasci pure a me, lo metto insieme al suo giornale sospeso che non ha ritirato”.

Sbircio tra i rametti e vedo il secondo ripiano in cui Seppia depone l’ elastico su una rivista a colori :“Journal of Ethnopharmacology”, ritengo sia rara e molto più costosa dei nostri quotidiani sospesi.

Ametista, secondo ripiano e secondo piano , quindi ha un nome la sagoma femminile nascosta da un filo di fumo e da una bandiera bianca stesa al sole.

Vorrei poter ricambiare in qualche modo il suo gesto gentile ma anche la sua ombra è sparita, rimane solo l’ odore di bruciato e un lenzuolo candido che riflette i colori del giardino.

Chiedo a Seppia un foglio di carta e una penna con la stessa naturalezza con cui avrei chiesto lo zucchero ad un vicino di casa. Mi offre un intero block notes e una matita, precisando ” Uso solo le mine, sperando di non lasciare traccia duratura di ciò che scrivo o penso, detesto rileggermi o essere riletto”.

Con una matita compongo due righe provvisorie per Ametista : ” Grazie, ovunque protegga la grazia nel suo cuore, è cosa rara. Con affetto, Kami”.

Affido il bigliettino al guardiano del chiosco certa che, se lo riterrà opportuno, lo consegnerà con l’ elastico e il periodo o lascerà che la traccia a matita si cancelli da sola.

“Si, certo glielo conservo, vede lo metto qui con la sua rivista sospesa”. Quindi Ametista non ha come tutti noi un giornale sospeso ma un periodico, ed e’ l’ unica, fino ad ora, a cui la Scala abbia dato un nome senza ambivalenze.

Cercando di non fare troppe domande e di non violare la solitudine dell’ inquilina del secondo piano , mi permetto solo una riflessione parlata, “Deve essere una persona speciale, il nome è speciale ed il suo scaffale è l’ unico con una rivista, scientifica e in inglese.”

Seppia non risponde, guarda verso il secondo piano e racconta, narra .

“Gli inquilini del secondo piano sono sempre speciali, sono solo di passaggio, non sono sospesi, sono attaccati alla vita con le radici e per non essere sradicati vengono qui, il tempo sufficiente per riposare e non mostrare agli altri i segni di una malattia o di una cura, poi, appena riescono a sorridere e a recuperare le forze tornano alla loro vita fuori.”

Quindi gli inquilini del secondo piano sono qui per evitare che gli altri cadano. Trascorrono qui il tempo di una quarantena sanitaria o di una cura per nasconderla all’ attenzione di chi li circonda. Non temono più’ la caduta ma desiderano la salita , qualunque essa sia, salvano chi amano dalla vertigine.

” Ora ha capito perché si chiama solo Ametista?”, mi domanda Seppia con un tono quasi solenne.

“Si, ritengo di sì”, gli rispondo senza allegria, ” l’ ametista è la pietra della spiritualità, dell’ unione degli opposti, il suo viola purifica i pensieri, nasce dall’ unione tra il rosso dell amore e il blu della saggezza.”

Seppia non risponde ma continua a narrare, ” E’ il colore della metamorfosi, della magia che noi non comprendiamo ma Ametista si, la sente e la studia; per questo necessita di un giornale diverso, senza scadenza quotidiana , senza rischio di reso e che , al contrario, va prenotato e atteso.”

Ecco perché ci chiudono a zone rosse o arancioni fuori, perché il viola non lo saprebbero gestire, eppure sarebbe il colore più attinente alla realtà che cambia continuamente. Invece di subirla potremmo cominciare ad interpretarla, a sentirla anziché tentare di imbrogliarla.

Ma è tutto troppo complicato e nel digitale che scorre non c’e’ molto tempo per capire, solo per digerire.

Forse la nuova variante del Virus, quella che ancora non sequenziamo , è viola, cambia mentre ci invade, prende qualcosa di noi senza restituirlo. Ci fa sentire tutti uguali mentre ci differenzia, impara a conoscerci più di quanto non sappiamo fare noi e usa i nostri punti deboli per propagarsi.

Usa la nostra paura della solitudine per migliorarsi e contemporaneamente per metterci di fronte al nostro spettro, l’ essere soli.

Seppia mi legge i sottotitoli, li interpreta , li corregge e me li restituisce.

” Siamo tutti soli, lo siamo da prima dei virus e delle varianti, cerchiamo di coordinarci , di fare gruppo per non pensarci, ma siamo soli prima o poi. Può essere una condizione insopportabile o un opportunità, dipende. Talvolta è solo una condizione con cui dobbiamo scendere a patti, niente di più”.

Mi sta suggerendo che non si muore di solo Covid?“, oso domandare. ” Si muore e basta, si guasta un pezzo del meccanismo imperfetto, si interrompe un circuito, si spezza un giunto e … l’ eternità svanisce.”

Siamo molto meno di ciò che pensiamo di essere, soli o accompagnati, pre e post Sars.

Siamo tutte varianti di un essere imperfetto, migliori, peggiori, resistenti o fragili, solo varianti non sequenziate , tutti diversi e perciò soli in un mondo che ci avvicina per similitudini esterne.

Mentre rifletto Seppia mi porge il mio Giornale sospeso e si rimette i guantoni da giardinaggio.

“Si ricordi, se, e quando vuole, scriva B sul palmo della mano, arriverà qui senza passare per strade e corridoi e senza dover indossare la mascherina. Ma la prego, ricordi che le sospensioni non salvano, offrono solo una visuale diversa, proteggono dal caos o dall’ ingestibile del quotidiano ma non dalle variabili, né virali né personali. Faccia attenzione e abbia cura di se e non solo della grazia nel suo cuore.”

Chino la testa per ringraziarlo e salutarlo, ogni parola sarebbe superflua e ho parlato più’ del dovuto e più’ di quanto io sia abituata a fare.

Guardo il balcone del secondo piano, Ametista ha ritirato il lenzuolo bianco, non si è arresa.

Posso andare anche’ io , con il mio “Domani” di ieri sotto braccio e il titolo a tutta pagina ” Arriva la stretta più severa. I numeri peggioreranno ancora” esemplificato da una cartina geografica prevalentemente rosso scuro, Sardegna grigia, per fortuna il Mediterraneo è ancora azzurro.

Domani sta avvenendo, il mio orologio torna a funzionare tra le vie e le auto ,tutti a rincorrere qualcosa che ci ha già superato e che noi crediamo di doppiare sul circuito della zona “quasi” rossa di domani.

Buona adattamento a tutti , sperando di sequenziare una variante positiva di noi stessi.

“IL DOTTOR STANTE”

“Il cigno nero della Scala B”

di Cristina Battioni

“Stante come abbreviazione di Distante? Scostante?”, gli domando mentre cerco di imparare a leggerle le risposte non dette. “No, ora solo Stante, colui che sta , fermo ai crocevia.”

Tutto ciò che leggo nei suoi occhi stanchi è resa incondizionata, immobilismo esistenziale. Una stasi profondamente antitetica al suo muoversi veloce nel mondo esterno, al suo passo accelerato da un ufficio all’ altro con lo sguardo guardingo di un animale in fuga.

Qui, nel rifugio della Scala B, dove ogni sospeso può essere semplicemente ciò che è, lontano dagli sguardi e dai giudizi dei contemporanei, il notaio della Scala A rimane fermo, non sa dove deambulare e , nella paura di sbagliare, semplicemente non fa.

“Stare qui la rasserena, vero?”, mi domanda cercando di abbassarsi di qualche centimetro per non sovrastarmi. “Non so”, gli rispondo, ” io mi sento sempre di passaggio , ovunque. Non so stare”.

Deve aver gradito la risposta , lo deduco dal leggero bagliore dell’ iride e dallo sguardo che lascia trapelare un guizzo istantaneo , ma subito soffocato, di curiosità.

Il fulmineo luccichio degli occhi gli trasfigura il viso, improvvisamente si intravvede l’ uomo che era e, da troppo tempo, ha smesso di essere. Probabilmente non lo ricorda nemmeno lui. Improvvisamente gli anni contati e ricontati si sottraggono, i lineamenti delicati ma severi si ammorbidiscono, i capelli bianchi rivelano residui di un colore decappato.

Al glamour british da notaio affermato si sostituisce una semplicità confortevole ora che ha piegato il trench sotto un braccio e si gode il sole con un maglioncino grigio senza camicia; sembra un cigno che ha perso il suo piumaggio folto ed il suo lago, non certo un professionista di lungo corso.

Nei suoi minuti di anonimato e d’ aria sulla panchina del piano T abbadona la lettura del “Sole 24 ore” , mi invita ad accomodarmi abbattendo un muro di protezione, sempre a debita distanza.

” E lei, come si chiama ora?”, osa domandarmi in uno slancio di vitalità. “Non lo so , Seppia non mi ha mai chiamato per nome, non so dirle quale nome abbia scelto la Scala per me.” “La Scala non sceglie, la riconosce soltanto , per questo lei è qui, perché aveva bisogno di un identità che fuori non le riconoscono, o che le è interdetta”. Mentre cerca di spiegarmi me stessa con insolita loquacità, comincia a muovere le mani , lunghe e forti; gesticola.

Il Notaio non gesticola mai nel suo habitat, porge solo la penna per firmare e legge velocemente gli atti, un po’ qua e un po’ là, mentre nessuno lo ascolta o capisce. Quest’ uomo nuovo e antico disegna parole con le mani e picchietta il piede palmato e lungo, da cigno, che vorrebbe spostare acqua e navigare.

” Comunque io so che lei si chiama Kami, ho visto la targhetta nella scansia di Seppia dove ripone i giornali sospesi.”

“Kami come Kamikaze?!”.

Prima di rispondermi agita il lungo braccio e con la mano sembra raccogliere porzioni d’ aria, “O forse come il Vento divino del Giappone…o forse entrambi.”

Entrambi, il mio essere è sospeso tra questi due nomi; Seppia sa proprio leggere le persone senza sfogliarle. Mi sorprende però la sua scelta di conservare “Il Sole 24 ore” come giornale sospeso per un professionista in anonimato. E’ l’ unico quotidiano sostenuto da una solida base di abbonati fedeli ; commercialisti, avvocati , finanzieri, burocrati, forse l’ unico che non ha resi da macero.

Tergiverso giocherellando con un filo d’ erba, poi mi avventuro in una domanda, pentendomene contemporaneamente, “Mi scusi, ma lei legge solo quello?” gli chiedo indicando il giornale.

“No, lo leggo fuori , a casa o in ufficio, dentro ci nascondo il mio Giornale sospeso, Il Sole mi serve come contenitore anonimo”. Lo apre e mi mostra il contenuto misterioso.

“Ma è “Baudelaire!”, uno dei libri di poesia pubblicati da Repubblica e allegati all edizione domenicale…sono sorpresa e lo lascio trapelare.

Poche cose svelate mi sorprendono, quasi sempre mi annoiano.

Tutti abbiamo due vite, diceva qualcuno, non ricordo chi, una vissuta e una sognata. Io non ci credo, tutti abbiamo due vite, una prima e una dopo, non sono parallele ma solo sequenze temporali.

Ad un certo punto, in molte esistenze accade qualcosa, l'” If”, il crocevia, la caduta , un cortocircuito, qualcosa di imprevisto che ci cambia fisicamente e moralmente.

I più fortunati avvertono solo una vaga nostalgia di quello che erano abituati ad essere ed accettano lo sconosciuto in cui si sono trasformati, alcuni imparano ad amarlo. I più’ “sfortunati” rimangono nel limbo, con infinita fatica incollano i pezzi del vecchio sé, lo trasformano in un estraneo di cui non hanno stima e proseguono fingendo, imitando una noiosa e alienante parodia.

E i sospesi ? Sono nel punto di scelta, possono uscire scommettendo sul cambiamento o rimanere sospesi, con il corpo che simula l’ abitudine e la mente altrove, dissociati ma ancora possibili.

L’ ascensore della Scala B li raccoglie nell’ attimo in cui rischiano di cadere una seconda volta e farsi male o li raccoglie quando si sono già frantumati ma sanabili, plasmabili in qualcosa che contenga il vecchio ma rimbalzi sul nuovo.

La sola cura che offre consiste in un presente dilatato, in una solitudine piena di presenze da selezionare; in un tempo personale in cui elaborare un piano B da giocare nella seconda parte del viaggio, tra falsopiano e discesa. Tutti quelli che ne escono sono diversi anche quando mettono a punto una fotocopia perfetta del prima per ingannare gli altri.

Stante ha scelto la fotocopia e l’ ha realizzata con tale accuratezza da renderla formalmente quasi identica all’ originale. Nessuno nel suo studio se n’ è mai accorto, nessun collega, nessun cliente, nessun figlio, nipote o moglie. Per loro è sempre la stessa persona , grande professionista votato alla carriera, immerso nel lavoro che ama, sempre perfetto, sempre contenuto ed equilibrato, una brava persona immobile che invecchia agendo tutti i ruoli che gli altri gli attribuiscono. Affidabile e immutabile.

Nessuno si è accorto del cigno sigillato dal suo portamento; ha lasciato che il tempo lo imbiancasse per paura di scoprirsi, ed essere, un possibile cigno nero. Ha nascosto a se stesso la possibilità di poter essere un evento raro, imprevedibile ed inaspettato.

Non se lo concede nemmeno qui, in un tempo che non è accessibile agli altri, nemmeno ora con il piumaggio diradato e scolorito. Ha paura di perdere l’ unico equilibrio che conosce, anche se lo imprigiona.

Appena può’ , scende le scale in fretta e svanisce nel suo cubo della Scala B, nessuno se ne accorge, per gli altri è il tempo di una caffè, per la sua mente è un tempo vitale, è il tempo della libertà.

Vicino all’ edicola sospesa le persone, come i libri, si lasciano leggere ed interpretare. Mostrano gli incipit importanti.

Stante si e’ tolto il cappello , molti capelli si sono persi nella prima parte del suo tempo, quelli che restano sono sottili e, appena liberati, sembrano giocare con l’ aria ed il sole. Anche il pallore lascia il posto ad un colorito appena accennato, testimonianza del sangue che riprende a circolare e ad alimentare pensieri nuovi nella dimensione ritrovata di libertà.

Un cigno stropicciato che non può’ volare e non sà più nuotare, ma legge poesie. Siamo esseri meno complicati di quanto ci raccontiamo da soli.

“L’ ha già letto ? Ha trovato la poesia del giorno ?” gli domando con estrema consequenzialità. Mi guarda perplesso…”Non la consideravo la poesia del giorno, ma sì, continuo a leggere questa, a piccoli sorsi”.

Mi mostra pagina 45, “Elevazione” e comincia a leggere sussurrando e sfiorando le parole con le dita, “…Abbandonando le noie e le profonde tristezze che gravano col loro peso sulla grigia esistenza, felice chi può con un colpo d’ ala vigoroso slanciarsi verso campi luminosi e sereni”.

Ascolto senza commentare, il cigno vorrebbe volare anziché stare.

“Sono sufficienti poche parole scelte con estrema cura per raccontarsi, non è vero?” chiedo e dico a me stessa in un istante prezioso di empatia.

“Si, più’ di mille frasi vuote, ma ci vuole tempo per trovarle e, talvolta, è il tempo sbagliato. Allora le tieni dentro, al sicuro, dove chi non le comprende non può, almeno , guastarle”.

Annuisco, io le lascerò’ intatte. Stante torna distante, infila il cappello, nasconde Baudelaire nel Sole 24 ore e lascia il cigno sulla panchina mentre il notaio, suo inseparabile alter ego, torna alla Scala A, alla grigia esistenza, senza nessun fremito d’ ali .https://youtube.com/watch?v=jDrzWcAQOdc&feature=share

Mi avvicino all’ Edicola , Seppia intento a leggere sembra non essersi accorto del breve dialogo tra inquilini, sembra. Picchietto delicatamente con i polpastrelli sul davanzale, come utilizzando il codice Morse. Solleva leggermente il volto senza togliere gli occhiali, mi osserva attraverso gli occhi acuti, improvvisamente scuri e profondi.

” Non le dirò nulla Kami, oggi però non le consegno il suo Giornale sospeso, non c’ era niente ieri che possa essere utile per cambiare l’ oggi, o la sua interpretazione dell’ oggi. Ho la sensazione che, anche là fuori, il tempo , si sia ingolfato, non proceda e finga solo di trascinarsi”.

La sensazione è condivisibile. In questi giorni di nuovo Governo e rinvigorita seconda o terza ondata di pandemia regna un senso di incertezza. Sembriamo un mondo rassegnato e in attesa, tutti semoventi ma stanti.

“Le presto il libro che stavo leggendo mentre lei sbirciava Baudelaire e “altro”, lo tenga con se, potrebbe esserle utile in varie circostanze. E non si preoccupi se un nuovo lockdown le impedirà di tornare qui prossimamente, la Scala saprà venire a prenderla, disegni una B sul palmo della mano, non guardi e non tema la vertigine, la porteremo qui.”

Prendo tra le mani il libro a rendere ” Il cigno nero-Come l’ improbabile governa la nostra vita” di Nassim Taleb. Un saggio filosofico premonitore estremamente attuale ora che l’ improbabile ci governa tutti, consapevoli ed inconsapevoli.

Seppia leggeva le risposte molto prima che io ponessi le domande, capire è spesso una questione di tempismo, non capire e’ spesso una questione di opportunismo. Capire non significa necessariamente fare ma far finta di non capire significa necessariamente stare in apnea, statici, impietriti dalla paura del nostro cambiamento mentre tutto è già cambiato, senza di noi. https://youtu.be/fqi5Avx70FY

CENTOMILA LACRIME

E’ da un anno che piove…

di Cristina Battioni

E’ da un anno che piove a secco e l’ aria è sporca stasera, una leggera foschia ha velato la giornata e la sfuoca in una sera che sembra anonima .

Questa mattina dalla finestra di un ufficio al terzo piano del Servizio Veterinario si vedeva l’ accesso alla Ausl di via Vasari. Alle otto sembrava di essere nei pressi di un centro commerciale la vigilia di Natale. Decine di auto in coda disciplinate dalla polizia municipale, decine di persone in fila, tutti in attesa di un tampone.

Dopo un anno e un giorno il tempo torna a sovrapporsi. L’ aria non è pulita, miliardi di particelle invisibili si muovono sfuggendo ad un una traiettoria prestabilita, come sempre, ma oggi il caos torna ad avvicinarsi e a lasciarsi percepire.

Ci ritroviamo ad essere funamboli inesperti che barcollano su un filo sempre meno teso con un equilibrio sempre più incerto. Richiuderanno, se la giornata non inverte la rotta velocemente, richiuderanno i giorni con barriere rosso scuro, quasi viola.

L’ ignoranza non è ammessa in stato di guerra, un calo di vigilanza ci ha riportato indietro, senza la capacità di resistenza che solo l’ inizio di un conflitto genera.

Stasera si respira aria sporca e stanca.

Mi sono rifugiata nel mio cubo, quinto piano Scala B. Non era previsto ma temo che il coprifuoco delle 22 verrà anticipato e gli spostamenti ingiustificati interdetti. Ho calcolato con la massima precisione il tempo di percorrenza a piedi dal mio domicilio a Piazza della Vittoria, partendo alle 21 dovrei essere di ritorno prima dell’ ora X.

Volevo vedere il mio rifugio sospeso nel buio quando chiudono gli uffici e l’ edificio grigio ed austero sembra uno spettro nella città’ che si svuota. Piazza Della Vittoria è deserta all’ ora di cena, nessuna luce dalle vetrate, solo i lampioni sul parco immobile e silente.

Ho tolto le scarpe, ho curiosato nella credenza e ho trovato una bottiglia di rum ad aspettarmi affiancata da da una barretta di cacao 90%. Mi sono versata due dita di liquore , ho aperto la porta finestra e mi sono accovacciata sul divano. Non ho voglia di pensare stasera, la Scala lo sapeva. Ho bisogno di scaldarmi dentro e di una doccia calda tutta mia. Niente di più’. Lancio i vestiti a caso, mi concedo il lusso del disordine e mi rifugio nella cabina del bagno Piero che, inaspettatamente, ha perso l’ odore acre di vernice fresca, sostituito da un accogliente profumo di talco.

Sono un pesce che non può nuotare ma respira dalle branchie tra conchiglie del Tirreno incollate alle piastrelle. La zona doccia non è separata , forma un tutt’ uno con il resto della cabina; in pochi minuti emergo da un universo di vapore e sale.

Indosso un vecchio accappatoio di mio padre con cappuccio, mi avvolge la testa ed il viso, mi copre le mani e ogni centimetro di pelle, tranne i piedi che attraggono qualche granello di sabbia. La città ora mi sembra un entità lontana nello spazio e nel tempo, dal balcone si intravedono le sue luci come lampare nella foschia.

Galleggio nel presente, mi riconosco un puntino inerme nel tutto del tempo e dello spazio. Non essere niente è un sollievo indescrivibile.

Sta rinfrescando, è ancora inverno, mi allungo per chiudere il balcone ma non riesco, mi alzo come un mollusco e trascino le ante del balcone verso di me. Mi sorprende una musica appena percepibile, il suono di un sax… “Smoke gets in your eyes..”,i Platters, vinile originale del 1959.

https://youtube.com/watch?v=H2di83WAOhU&feature=share

E’ tra i dischi che la Scala mi ha fatto trovare qui, è roba “mia”, ma qualcuno la sta’ ascoltando in un altro cubo, a volume basso tanto da non riuscire ad individuarne la provenienza. Ballo da sola abbracciata all’ accappatoio e alla sensazione di un ricordo sfuggente…tre minuti di eterno e torna il silenzio. La misteriosa selezione musicale si interrompe. Solo silenzio, silenzio e poi risate, piene, solitarie, rumorose. Un uomo ride, si interrompe per prendere fiato e ricomincia accordando le corde vocali, sembra dar suono ad un’ espressione spontanea di gioia.

Chi ride qui questa sera? Chi non ha mai potuto ridere altrove, suppongo.

Improvvisamente l’ allegria si smorza, sparisce. Esattamente come la percezione di uno stato di grazia, svanisce prima di permetterci di prenderne coscienza. Ascolto, ascolto il silenzio per trovarci qualcosa e la trovo, o mi trova…sento delle gocce cadere, una dietro l’ altra, in fila indiana.

Ci sono molti sospesi in crisi di astinenza nella Scala stasera, probabilmente ci sono ogni sera. Vorrei inserirmi in questa messagistica di nonsense ma non saprei come.

Non ho strumenti musicali nel mio cubo, ho dimenticato come si ride di gusto senza dover forzare la voce, ho un giradischi e cinque album in vinile ma non saprei quale scegliere. Afferro un libro a caso; Pessoa, “Il tempo e l’ acqua ” , lascio scorrere il pollice sui fogli e chiudo gli occhi. Li apro su “Al di là”…sussurro un verso “Guardo il mare ondeggiare e un leggero timore prende in me il colore di voler avere una cosa migliore di quanto sia vivere…”. Silenzio assordante, nessun rumore , solo il plin …plin delle gocce che si moltiplicano. Forse sta piovendo o qualcuno ha risposto al mio messaggio in codice piangendo, senza violare l’ anonimato.

Il pianto non ha un sesso, un genere, e’ solo umano.

Forse è un suggerimento, forse oggi tutti dovremmo superare la paura e il divieto di accesso al pianto. Trattenere fa male alla salute, è risaputo. Ma le manifestazioni spontanee sono un rischio, creano dipendenza. Lo sappiamo e lo evitiamo, per non piangere sempre non piangiamo mai. Ma questa non può che essere pioggia improvvisa di quasi primavera, fredda ma delicata.

Pioggia strana in un aria infetta. Chissà se Seppia è ancora all’ edicola sospesa; con il buio e questo presagio di temporale non ci sarà’ nessuno al piano T. Riemergo dall’ accappatoio grigio extra large , verso due dita di rum in un bicchiere e infilo in tasca 3 euro, scivolo nell’ ascensore capsula e premo “T”.

Il giardino non è buio , ci sono piccole luci appese ai rami del platano, sembrano lucciole statiche. Al centro, il chiosco di Seppia , illuminato da una lampada a petrolio; l’ Edicola sospesa mi orienta come un minuscolo faro sfuocato circondato dalle lampare di pescatori di pianura sospesi.

La sagoma del guardiano del faro è appena tratteggiata, forse sta scrivendo dietro il suo davanzale. Sotto i piedi il prato è bagnato ma non freddo, lo percepisco come un tappeto di fili di cotone inumiditi dalla rugiada. Mi avvicino e busso con le dita alla finestrella . Seppia alza il volto senza scomporsi , avvicina la lampada al viso, solleva gli occhiali da scrittura notturna e mi sorride, come sempre.

“Salve, ma cosa fa qui a questo’ ora? Non ci ha mai fatto visita dopo il tramonto.”

Non saprei cosa rispondere, gli porgo il bicchiere di rum e i tre euro. Risponde lui alla domanda con una risposta migliore della mia . “Brutta giornata là fuori, suppongo, tra il riso e il pianto non si sà mai cosa scegliere, non è vero ?”. “Gia’”, sussurro, “non si sa mai.”

“Non si preoccupi, accade a molti qui”. Mentre mi parla inclina leggermente la testa verso destra. La panchina è occupata da una donna, ha un ombrello minuscolo ed inutile per proteggersi, il collo lungo di un airone proteso in alto, lo sguardo perso oltre le luci, oltre i rami, un libro tra le mani.

Seppia è sparito alla ricerca del mio Giornale sospeso mentre rimango immobile, incuriosita ed incantata da una figura eterea che sembra aver attraversato molte vite; il collo lungo e sottile continua con una curva elegante nel profilo perfetto di un viso antico , i lineamenti sono appena delineati da un pastello rosa cipria e circondati con grazia da capelli chiari, forse bianchi, raccolti in una treccia perfetta. L’ airone cinerino con il suo inutile ombrellino non mi guarda, ignora tutto e fissa il cielo, chissà cosa cerca.

Seppia riappare, respira il rum e, prima di porgermi il giornale, mi dona un piccolo ombrello tascabile. “Era un gadget di una rivista scomparsa, dopo molti maceri hanno smesso di pubblicarla. L’ ho salvato perché un ombrello può sempre servire quando la Signora Nolente piange”.

“Ma allora non è pioggia?! Qui piove quando qualcuno piange?”.

Mi risponde a modo suo, come sempre, “Certo, a volte ci sono così tante lacrime non versate da scatenare un temporale. Purtroppo però il riso non porta il sole, quasi sempre è un lampo seguito da un tuono. E’ la natura umana nei cambi di stagione.”

Il ragionamento sembra addirittura logico e scientifico, come tutto ciò che non subisce le regole dell’ ordinario. Oggi potrebbe avvenire un altro cambio di stagione.

Nolente senza età ha chiuso gli occhi con il collo d’ airone proteso verso le lampare appese ai rami; le sue lacrime bagnano il prato, il chiosco, il calicantus sprigionandone il profumo. Ha chiuso il minuscolo ombrello; assorbe la pioggia e dalle ciglia ne emana di nuova .

Con le mani incrociate sulle gambe sembra proteggere dalle gocce un libro. Non ne sono certa, ma mi sembra un libro di poesie. Seppia, che sa leggere le persone, mi anticipa “Ungaretti, dal momento in cui lo ha preso tra le mani e’ diventato parte del suo corpo. C e’ sempre qualcuno che scrive ciò che siamo o che siamo stati o da cosa stiamo fuggendo”. Concordo, solo i dis-umani non piangono e non temono le guerre perché sono stati troppo fortunati, o troppo poco, nella vita.

“Siete tutti qui stasera, tutti i sospesi, la paura richiama le paure passate e non c’ e’ barriera, lockdown, muro che possa fermarle”.

Mi allunga il bicchiere sottolineando ” Grazie ma non bevo in servizio, aspiro gli aromi, molto buono. Le ho preso il suo Giornale sospeso, vista l’ ora è un giornale di oggi le cui profezie si saranno già avverate”. Io però devo sbrigarmi, alle 22 scatta il coprifuoco e non smette di piovere. “Grazie, per il “Corriere della Sera” e per l’ ombrello, grazie di cuore”. Seppia si sporge dal faro e mi indica il cielo. “Stia tranquilla , fuori non piove, non ancora, quando saranno scese centomila gocce la notte tornerà serena anche qui, alla Scala B. La Signora Nolente lo sa, unisce le sue gocce alle altre migliaia ,le riceve e le dona, ognuna diversa dall’ altra come le emozioni che le hanno generate.

“Mi perdoni , ma Nolente e’ un cognome che le ha dato lei ?”. Seppia soppesa la pausa prima di dare suono ai pensieri, “No è il nome che le ha dato la vita , Nolente o Volente, poteva scegliere, lei ha scelto il primo.”

Quadratura perfetta, tutti dovremmo cambiare nome tra il nostro scorrere e trascorrere, un nome che ci racconti.

Rientro nel cubo, mi strizzo i capelli in uno chignon di fortuna ed esco in fretta, tengo tra le mani il giornale, potrebbe servirmi se il tempo è cambiato anche nel presente.

Mentre attraverso l ‘ androne sento dei passi svelti e pesanti scendere dalla scala A preceduti da un profumo di erba tagliata e lavanda…il Notaio Stante ha fatto tardi, o, forse, deve passare dalla Scala B prima di tornare dove deve, volente o nolente.

E’ vero, fuori l’ aria piange a secco e come tutti i pianti trattenuti minaccia tempesta di virus e di batteri. Sono le 21. 30, manca mezzo’ ora al coprifuoco , poche auto, qualche passante che affretta il passo. Camminando sbircio il Giornale sospeso per farmi compagnia ; quando leggo il Corriere cerco subito l’ editoriale, da sempre, istintivamente. Eccolo: “Una Lastra con tutti i loro nomi” di Aldo Cazzullo. Lo leggo sottovoce ” …Centomila morti sono centomila tragedie”.

Dopo un anno ed un giorno di pandemia l’ Italia supera oggi le centomila vittime, mentre i sospetti positivi stamattina invadevano via Vasari , strade limitrofe e tutto il bel Paese.

Centomila lacrime che non conosciamo, centomila storie parallele alla nostra che non abbiamo incrociato, centomila carezze negate. Ci siamo abituati, come ci si abitua ai bollettini di guerra di un paese lontano o alle devastazioni di un terremoto dall’ altra parte dell’ Oceano, o ai migliaia di profughi senza scarpe che attraversano il mondo.

Ci siamo abituati come non fosse “roba nostra”?

No, non credo. Preferiamo non capire, scegliamo di essere ottimisti e fatalisti, per questo ci sono sempre il Campionato e Sanremo, per darci l’ illusione che, in fondo, è tutto normale in un forzato status quo virale.

E invece non è normale e piove, piovono centomila lacrime prima di un temporale in arrivo.

Ci avevano avvisato ma continuiamo a dimenticare l’ ombrello, volenti e poi dolenti.

Le lacrime del mondo sono immutabili.

Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette”.-Samuel Beckett (Aspettando Godot)

DONNE S.p.a. (unipersonale)

di Cristina Battioni

8 marzo 2021, la prima “Festa della Donna” senza assembramenti; l’ unica, forse, interdizione positiva in questo tempo virale. La pandemia impone misure di sicurezza sanitarie che, almeno per oggi, ci salveranno dai riti carnevaleschi, stereotipati e chiassosi in cui era scemata la giornata internazionale della donna nell’ ultimo ventennio.

Basta “tana libera tutte”, basta orde di donne rumorose nei locali, basta tavolate chilometriche nelle pizzerie invase da mimose gia avvizzite, basta banalizzazioni al ribasso. Basta anche alle solite frasi scritte per abitudine o per fare agli auguri preconfezionati, a caso e alla moltitudine.

Perciò non tedierò nessuno ricordando quanto poco abbiamo ottenuto e quante occasioni di valorizzazione abbiamo sprecato e non mi rivolgerò alle mie coetanee, vittime immolate alle incertezze di un’ epoca di transito, tra esempi materni di perfezione e nuove libertà mal gestite.

Preferisco indirizzare i miei auguri e le mie speranze alle Donne che verranno, alle bambine che vengono al mondo in un tempo nuovo, dopo la globalizzazione, dopo le estremizzazioni, dopo che le loro nonne , le loro zie e le loro madri si sono confuse tra rivendicazioni e doveri ereditati.

A voi scrivo di fare attenzione; le Donne non sono tutte uguali, è una bugia, anche l’otto marzo. Ogni donna è un entità e una variabile influenzata da un contesto e dalle esigenze culturali e, soprattutto, commerciali di quel contesto. Cercate di non farvi condizionare , è un errore che abbiamo già commesso, non copiateci.

Donna non è necessariamente una moglie, un amante, una madre, una figlia.

Donna è solo una parola che semplifica l’ appartenenza ad un genere, è uno stereotipo che fa fare due passi avanti e due indietro. Superate il concetto di genere, donne non si nasce ma si diventa e , vi prego, superate l ‘ artificiosa necessità di dover essere contemporaneamente Margherita Hack, Madre Teresa di Calcutta, Angela Merkel e Belen Rodriguez. Non ci riuscirete mai, semplicemente perché non è possibile . Sarete, vi auguro, ognuna di queste donne, a modo vostro, e in diversi momenti della vostra vita.

Vi diranno che una donna deve lottare il doppio, deve faticare il triplo, deve essere disposta ad ogni sacrificio per arrivare in alto.

Ma in alto dove?

Abbassate l’ asticella e le aspettative altrui, perseguite i vostri orizzonti, datevi il tempo di scoprirli, crescendo. E non ingaggiate sfide, non consumatevi verso una meta usando solo un punto di vista femminile, andate oltre, affrontate ogni cosa come Persona, come prima persona singolare, autonoma e senza genere. Vi aiuterà ad essere almeno meno confuse.

Le donne possono fare qualsiasi cosa, lo hanno sempre fatto, anche prima del movimento femminista. Durante le guerre hanno portato avanti famiglie, attività, città’, anche sprovviste di cultura o riconoscimenti, semplicemente con la forza di volontà e un necessario pragmatismo.

L’ unica cosa che le donne non hanno mai imparato, o introiettato, è l’ autostima, la capacità di volersi bene senza sentirsi amate da qualcun’ altro. E’ un male comune, un retaggio storico che pochissime hanno superato faticando e facendo esperienza.

Voi dovete sfruttare l’ incertezza di questo tempo che non sarà più quello di prima, tutto verrà rimesso in gioco, qualche ruolo verrà meno, qualche modello, mi auguro, fiorirà spontaneamente. Imparate a volervi bene, a contare su voi stesse, a bastarvi.

Non dovete dimostrare niente a nessuno, perché alla fine nessuno vi applaudirà , molti vi invidieranno, quasi tutti vi ignoreranno. Giudicatevi da sole, non cercate amore, datelo se volete ma non immaginatevi di avere qualcosa in cambio, amate se vi fa stare bene.

Non dovete essere madri per forza, scegliete di esserlo consapevolmente, il senso materno non è né un obbligo né una parte del Dna femminile.

Non accoppiatevi, sposatevi o accompagnatevi per paura della solitudine o perché “così fan tutte”, fatelo se è la cosa giusta per voi e, se non la è ,prendete le distanze; lo status di coppia non è più’ richiesto per essere accettati socialmente.

Imparate un mestiere, una professione, un’ arte, possibilmente qualcosa che vi piaccia, ma sforzatevi di rendere dignitoso anche quello che non vi piacerà se in cambio vi garantirà l’ autonomia, poiché la vita non è esattamente sempre una passeggiata e non lo è indipendentemente dal genere a cui si appartiene.

Amatevi e sceglietevi ogni giorno per quello che siete, che fate, che sbagliate e da cui imparate. E se nessun modello femminile intorno a voi vi rappresenta, beh… guardate altrove, anche al mondo maschile , cercatevi un paradigma di cui avete stima; non basta ma aiuta.

Mi piacerebbe essere ancora qui quando le donne di domani manderanno a quel paese gli stilisti che dettano tendenze, spesso assurde, solo per necessità di fatturato e bilancio.

Le riviste femminili, anche le migliori, non si sono evolute; ricreatele, riscrivetele, se ne sente il bisogno. Nel 2021 la bellezza si può costruire anche artificialmente, l’ intelligenza no; la prima serve a poco e può perfino essere dannosa se mal agita, la seconda non si deteriora ed è, comunque, supporto indispensabile alla prima e le sopravviverà sempre.

Amatevi prima e senza che lo facciano gli altri, non cercate l’ approvazione fuori ma dentro di voi e sfruttate la libertà per costruirvi, un pezzo alla volta, per capirvi, per perdonarvi e per ricominciare da capo, anche ogni giorno.

Scegliete sempre scarpe comode per andare lontano, toglietele se vi fanno male, sarete bellissime anche scalze se vi sentirete bene. Siate pronte ai cambiamenti, saranno sempre più veloci, siate elastiche più che resilienti e sempre sincere con voi stesse.

Tutto ciò non vi garantirà il successo, non vi è garanzia nel vivere. Non fatevi mai illudere dalla favola delle certezze. Siate il meglio di voi in ciò che fate, sarà già un successo che nessuno potrà oscurare.

Per augurarvi buona fortuna, perché anche quella serve, vi lascio con tre righe di una canzone scritta da una Signora che fu una ragazza molto autonoma e femminista ma che, come ammette lei stessa, si fece autogol proprio quando non comprese che non era dall’ amore di un altro che dipendevano la sua solidità e la sua sicurezza.

Voi sareste Donne in un tempo accelerato, capitelo prima di subire disastri inutili.

Io sono tutto l’ amore che ho dato

Tutto l’ amore incondizionato

L’imbarazzo dietro al vanto

Un sorriso dietro al pianto

Io sono tutto l’ amore che ho dato

Mare in tempesta e cielo stellato

Poco prima di uno schianto

(Ornella Vanoni)

In bocca al lupo a tutte Voi, cercate di trasformarvi da una Società unipersonale ad azioniste di una S.p.a. in cui non sia concesso perdere tempo rivaleggiando ma solo agire, per il vostro bene.

https://youtube.com/watch?v=8QiXlr2dyhg&feature=share

NON SI RINASCE TUTTE LE MATTINE

(DAL QUINTO PIANO DELLA SCALA B SI VEDE IL MARE)

a mia madrepersempre

Oggi sento il bisogno di tornare nel mio monolocale sospeso, quinto piano , Scala B.

Ho preso un giorno di ferie, dopo averne accumulati centinaia mai usati. Non servivano, mi era sufficiente isolarmi nella mia bolla sospesa e insonorizzata per non avvertire la fatica.. Oggi non e’ sufficiente , non si rinasce tutte le mattine.

La giornata si preannuncia tiepida, avamposto di una primavera acerba e precaria come tutto quello che ci circonda. Il meteo, l’ unica previsione in cui possiamo ancora credere, annuncia una coda d’inverno che ci accompagnerà, forse, in una nuova zona rossa e deserta. Dopo un anno il tempo circolare torna al punto di partenza. Sembra una nuova stagione, ma non lo è. L’aria non si è ripulita e la rassegnazione ad un nuovo modo di esistere e restire non ci ha ancora mutato .

Perfino io, che ho scelto un lockdown volontario, indipendente da ogni virus, sento il bisogno, la necessità di poter guardare un orizzonte diverso, magari dal mio balconcino del quinto piano.

Approfittando dell’ ultimo possibile giorno di semi libertà vigilata faccio emergere dalla cantina la mia bici “Dei Imperial”, nobile pezzo di antiquariato ereditato dai miei 18 anni.

La bicicletta appartiene ad un altra epoca, come me; siamo in simbiosi perfetta.

Attraverso i viali incrociando runners, madri con carrozzine, carrozzine spinte da badanti, anziani con il giornale fresco, cani che portano a spasso i padroni. Un umanità che si muove al mattino in contrapposizione a quella chiusa negli uffici , nei negozi , nei luoghi di lavoro. Sono parte di un gruppo di privilegiati che è in vacanza senza saperlo o di esodati forzati.

Nulla fa presagire che quest’ aria apparentemente pulita e questo verde precoce torneranno pericolosi ed interdetti, forse già domani.

Raggiungo con una pedalata leggera Piazza della Vittoria animata da macchie di colori; i giubbotti variopinti dei bambini, il viola delle viole, il bianco di fragili margherite in branco. Il mio palazzo all’ angolo estremo della piazza conserva il suo grigio professionale ed immobile. Lego la mia Dei ad un palo della luce e mi introduco. Un occhio alla targa austera dello Studio notarile M & SOCI , un leggero contatto con il portone e sono già dentro, oltre il crocevia, nel corridoio chiuso, oltre il muro, sull’ ascensore della Scala B.

Tolgo la Ffp2 e respiro, nella capsula che sale si percepisce un sentore evocativo di erba appena tagliata, di lavanda e sapone di Marsiglia. Il pulsante “T” lampeggia, ne deduco che due inquilini siano scesi all’ Edicola sospesa del Prof. Seppia per leggere il loro giornale personale o solo per sentire il prato morbido sotto i piedi nudi.

La porta scorrevole si apre sulla soglia del mio piccolo cubo luminoso sospeso nel tempo, indifferente al tempo. Cammino in punta di piedi tra i miei oggetti indispensabili, divano, tavolino di vetro, cabina del bagno Piero appena ridipinta, libri, foto, quadri : ogni oggetto al suo posto , il passato armonizzato con il presente .

Ma qualcosa è cambiato, il grande vaso azzurro è stato spostato verso il balcone ed è colmo di forsizie e girasoli; un esplosione di giallo che satura la stanza.

La porta finestra del balcone è aperta e lascia entrare un vento salato, leggero e fresco; esco a respirarlo e mi accorgo che anche l’ orizzonte è cambiato.

Sparita la citta’ sotto di me, sparita la periferia e le prime colline per lasciar posto al mare che si intravede in basso, oltre le casette appoggiate al pendio, oltre la ferrovia ed i lecci . Vedo la spiaggia ed il mare al mattino. Rari puntini umani si spostano sull’ arenile senza interrompere l’ armonia silenziosa. Legato alla ringhiera in ferro sento oscillare un costume da bagno blu che la mia mente aveva riposto chissà dove. Lo accarezzo, sembra consumato e sbiadito dal sale e dal sole .

Il Maestrale pulisce l’ aria e la rende trasparente. “Vedi, guarda a sinistra, si vede anche Baratti e di fronte il profilo dell’ Elba”. E’ vero, si vede il piccolo golfo , una conca in bilico tra il Ligure e il Tirreno, il promontorio etrusco e l’ Elba come una balena immobile nell’ azzurro. Nei giorni di maestrale cielo e mare hanno lo stesso colore al mattino. Sento il profumo di focaccia calda provenire dall’ interno , la cerco nella dispensa in noce…eccola, ancora avvolta nella carta del forno accanto a due “pesche” dolci.

Trovo anche una bottiglia di Morellino di Scansano, un cavatappi e due bicchieri. Non bevo mai al mattino ma la stappo senza incertezze e riempio i bicchieri. Prima di fare colazione entro nella cabina azzurra per la prima volta. Ci sono conchiglie incollate alle assi delle pareti, semplici gusci di comuni conchiglie bivalve striate, qualche pezzo di bottiglia plasmato dalle onde, instancabili soffiatrici di vetri rotti . Appesi ad una parete avvisto un telo mare rosso e blu, una maschera con boccaglio e, a terra, le tue ciabattine in gomma. Tutta la roba “mia”.

Senza rifletterci mi spoglio e indosso il costume blu, mi avvolgo nel telo morbido a due piazze e guardo lo specchio mentre lo specchio guarda me. “Mi vedi ?”, gli chiedo. “Si certo, io ti vedo sempre , non ho mai smesso di guardarti attraverso le stagioni. Sei tu che non ti vedi più’.”. .Forse è meglio non vedersi per un po’, perdersi e ritrovarsi per fare uno sgambetto al tempo, alle regole, alle certezze.

Esco dalla cabina a piedi scalzi avvertendo qualche granello di sabbia tra le dita, nonostante la porta finestra sia aperta non sento freddo, mordo un pezzo di focaccia tiepida e alzo il bicchiere rosso e profumato.

“Brindiamo al tempo, alle assenze che sono le presenze più presenti, brindiamo a favore del vento, al passato che è più che mai presente, qui ed ora, a noi che eravamo, siamo e saremo qui dove si vede Baratti , felici di un niente che poi si rivela tutto.” Il vino mi ammorbidisce, la focaccia ha su di me l’ effetto che le madeleines avevano su Proust. Mi accoccolo sul grande divano , mi attorciglio a chiocciola su me stessa , bevo ed ascolto.

C’e’ musica, entra da fuori, probabilmente dal sesto piano.

“Una casa en el cielo, un jardín en el mar. Un alondra en tu pecho..un volver a empezar”… le parole e le note mi accarezzano mentre continuo a bere vino perdendo completamente la coscienza del tempo. Qualcuno sopra di me sta’ ascoltando musica e guardando un cielo senza nubi, non so chi sia e non importa ma mi rincuora condividere uno spazio sospeso, i miei vuoti e i miei pieni con qualcuno che si è perso e si stà cercando .https://youtube.com/watch?v=vtS_PE0xnL8&feature=share.

Mi lascio andare, fuori uso il pilota automatico, fuori uso ogni orologio, assente il mio senso del dovere, mi addormento in un abbraccio caldo e sicuro che mi avvolge e mi regala il sonno.

Dormire senza sonniferi, senza pensieri che vengono a svegliarti come mosche dispettose, dormire senza rincorrere le domande senza risposta è un regalo per i sospesi. Dormire è sentirsi a casa, in una casa dove la roba tua è tutta la tua vita, ma non lo sapevi prima che la vita stessa te lo spiegasse senza addolcire la pillola.

Quando mi risveglio potrebbe essere trascorso un giorno, un’ ora, qualche minuto, non riesco a percepirlo, sento solo un senso di riposo ormai sconosciuto, il benessere dei non tempi e dei non luoghi. Sono io, in un presente inqualificato, in un giorno di marzo di qualsiasi anno, in un ora qualsiasi del 5 marzo. Non sento più’ la musica ma continuo a canticchiare il refrain…”Tiempo y silenzio…”

La bottiglia di vino è a metà, i due bicchieri vuoti, la focaccia ha perso la fragranza del forno. Assaggio una pesca dolce ed ha lo stesso sapore stucchevole di sempre. Le compravo perché mi piacevano la forma ed il colore ma, dopo un morso, le abbandonavo. Certe cose non cambiano, le più semplici non cambiano e ci accompagnano anche quando siamo noi ad essere cambiati.

Mi rivesto con calma, sistemo i bicchieri, raccolgo le briciole di quel che resta di una festa ma, infilandomi le scarpe, scorgo un bigliettino da fiorista tra i rami di forsizia da giardino.

Sulla busta qualcuno ha scritto “Per te”. La apro convinta di trovare un messaggio o un istruzione della Scala B; nulla, la busta e’ vuota e deve bastarmi quel “per te”, da dovunque arrivi.

Non sempre esistono delle risposte, anzi, spesso, le risposte sono spiegazioni preconfezionate, sono solo ciò che vogliamo far sentire. Significanti senza significato.

Ho un giorno di vacanza, non mi chiedo che ora sarà fuori, qui è ancora una luminosa e tiepida mattina di marzo e vorrei lo restasse.

Rispettosa delle regole della Scala non asporto niente, né pesche, né fiori, né costume blu, lo restituisco alla cabina azzurro cenere e alle conchiglie a cui appartiene.

Prima di scivolare nell’ ascensore, che mi aspetta sempre, guardo fuori e saluto Baratti mentre il Maestrale, per accarezzarmi, mi spettina.

Non ho ancora voglia di tornare a terra, ho il lusso del tempo, posso fermarmi al piano “T”, visto che il pulsante non lampeggia in segno di possibile accesso, ho voglia di ritirare il mio giornale sospeso e salutare il Prof. Seppia, guardiano del faro e dell’ edicola.

Quando l’ ascensore si apre al piano la mia curiosità è smorzata dalla visione di un quadro sempre identico, prato verde e morbido, platano apparentemente magro e ancora spoglio, cespuglio di calicantus e, al centro, l’ edicola con le sue litografie appese come panni al vento. Vedo il profilo di Seppia intento a leggere dentro il chiosco, sciarpa azzurra che riverbera sui capelli bianchi, folti e scomposti.

Ma c’ e’ un particolare nuovo, uno schizzo ad inchiostro che non avevo notato.

Sotto il platano, sulla panchina in ferro verde c’e’ una figura di spalle, leggermente incurvata , probabilmente per leggere meglio un giornale. Sembra una miniatura del grande albero.

Indossa un copricapo verde scuro e un burberry chiaro, benché seduto lo schizzo è lungo, i contorni suggeriscono un corpo alto e magro, le mani che sfogliano il giornale sono i rami del platano, lunghe e nervose.

Faccio finta di niente, senza scarpe e in punta di piedi cammino verso l’ edicola e Seppia si accorge di me. Apre la finestrella e affacciandosi al suo davanzale mi precede. “Bentornata, sono felice di rivederla qui in una mattina così luminosa e ossigenata dal vento, la aspettavo”.

Seppia mi appare sempre come un giornalista inquadrato a mezzobusto, con la dizione perfetta e un tono sussurrato, lo sguardo intelligente e la postura sapientemente inclinata a favore di telecamera. Perfetto nella sua improbabile mansione.

“Salve Prof. Seppia, ha ragione, si sta proprio bene qui oggi, anch’ io avevo voglia di tornare con un po’ di calma”. Dopo una breve pausa scandita da un metronomo interiore, mi risponde “Calma, certo, la calma è una forma di pazienza, è un arte che va appresa, aggiornata, curata. La calma é tutto ciò che serve quando ci si perde. Ovunque.”

Sorrido perché non amo sottolineare o rovinare delle parole che mi piacciono, quando le sento, non voglio renderle banali, ne ho cura ; potrebbero servirmi.

Con la sua innata eleganza Seppia mi porge un quotidiano senza estrarlo dalla mia mensola. Lo solleva da una teca di vetro con cura e me lo porge. “Ecco, il suo giornale sospeso, come vede è più sospeso e fragile di tutti gli altri, ne abbia cura e mi chiami solo Seppia, senza prefissi”.

Stranita dal vento e dal vino mi sono completamente dimenticata i 3 euro da consegnarli per salvare un quotidiano dal macero. Frugo nella borsa, nelle tasche del giubbotto, ma ripesco solo due monete da 50 centesimi.

“Sono mortificata Seppia, mi ero completamente scordata di preparare la moneta…che idiota!”. Seppia non sorride, ride scoprendo i denti bianchi e perfetti.

“No, no, questa volta lei non li ha preparati perché non andavano preparati. Si ricorda le regole? C’è sempre un quotidiano sospeso che qualcuno, non sappiamo quando, ha già pagato per lei. Oggi è il suo turno, è un giornale speciale, lo capirà.”

Lo prendo tra le mani e con stupore mi accorgo che è una copia della “Gazzetta di Parma” da archivio.

“Perché non si siede sul prato e la sfoglia qui, così esercita la sua “calma” e respira il presente? Le allungo una coperta da stendere così non prende freddo. Purtroppo la panchina è occupata ma oggi si sta benissimo anche sulla’ erba , al sole”.

Ha ragione, perché no?

Mi accingo a stendere il panno in prestito per sedermi sul prato e sfogliare la mia preziosa Gazzetta quando la sagoma tratteggiata si alza dalla panchina. E’ un uomo alto, come si deduceva, ha le spalle larghe ma un corpo sottile e lungo, movimenti lenti ed accurati. Sono ancora in piedi con il mio giornale tra le mani quando si volta verso di me.

Lo schizzo a matita prende materia e colore, si trasforma in una persona che , in chissà quale segmento temporale, ho incrociato. Cammina lentamente verso di me, riconosco il bagliore degli occhi amplificato dalla luce, riconosco lo sguardo malinconico, il viso sottile e la pelle chiara. Ma come può essere…è il Notaio della scala A, il mio Notaio? Ma no, è impossibile, cosa ci fa qui, tra i sospesi e i rifugiati della Scala B?

Probabilmente ho solo sovrapposto i luoghi e le persone, abbasso lo sguardo temendo , a mia volta , di essere riconosciuta.

Intuendo il mio stupore mi precede ,”Buongiorno, glielo avevo detto che ci saremmo rivisti in circostanze migliori. Ero certo che la Scala B l’ aveva trovata già prima di arrivare nel mio ufficio. La Scala sa sempre chi trovare.”

Seppia guarda la scena e rompe l’ imbarazzo scegliendo con cura poche parole.

“Non si preoccupi, qui si è, semplicemente, fuori facciamo, qui siamo. Fuori fingiamo di sapere, qui cerchiamo di capire. Il qui e ora non è inquinato dal fuori e dal dopo.”

Credo di aver capito e sorrido. Sorride anche il notaio mentre si avvia verso l’ ascensore sussurrandomi “Guardi il suo giornale sospeso, nulla è casuale qui.

Ogni cosa è quella che deve essere ,nel momento in cui deve essere”.

Guardo la persona ritornare contorno disegnato prima di dissolversi nell’ ascensore monoporzionato.

Seppia continua a leggere con estrema naturalezza, composto e concentrato, senza il minimo accenno di stupore e senza avvertire il motivo di dover fornire ulteriori spiegazioni.

Gli restituisco la coperta che profuma di rosmarino e lo saluto. “Grazie Seppia, oggi è una giornata particolare, sono scappata qui per provare a viverla a modo mio, mi sembra di esserci riuscita, non era mai accaduto prima”.

“Prima non esiste, prima è adesso e se riuscirà ad acquisire il ritmo danzerà perfettamente in qualunque tempo. La aspetto con calma, memorizzi, sempre con calma.”

Eseguo, cammino leggera e al rallentatore verso l’uscita di scena, mi fermo un istante per pettinarmi con le dita e mi lascio trasportare verso il quotidiano.

Ormai eseguo a memoria il percorso, oltrepasso il bivio, oltrepasso la scala A dello studio notarile ed esco . La piazza è intatta, stesse macchie di colore , stessa luce tiepida. Guardo l’ orologio , le 11 a.m. Ho ancora tutta la giornata davanti , una giornata speciale , una di quelle ricorrenze che mi facevano soffocare dentro la mia bolla di isolamento nel tentativo di rendermi invisibile.

Oggi è diverso, ho visto Baratti senza provare un dolore anche fisico, mi sono addormentata tra le braccia di un assenza sempre presente ma mai così forte e percepibile. Con la mascherina calata libero la mia vecchia “Dei” e, prima di riporre al sicuro il mio regalo in un borsone laterale, infilo gli occhiali per osservare la prima pagina della mia Gazzetta vintage, una stampa sopravvissuta a migliaia di maceri.

Leggo la data “5 marzo 1971”. Non è il giornale di ieri, è il giornale di oggi, di un oggi che è il mio presente, 50 anni dopo. Ne avrò estrema cura, come del tempo che custodisce per sempre. Il mio e il nostro tempo, che non ha diritto di reso, va solo riposto in una teca di vetro e maneggiato con cura. Come le cose fragili e preziose che sopravvivono e anelano al “persempre”.

“LA PRIMA DOSE NON SI SCORDA MAI”

( V-DAY PRIMO TEMPO)

di Cristina Battioni

Oggi è il Giorno. Oggi è Il ” V -DAY”, dove V sta per vaccino; l’ oggetto del desiderio, la materializzazione di una speranza faticosamente attesa dopo una gestazione di 365 giorni scanditi da solitudini, attenzioni, mascherine, disinfettanti, paure.

Finalmente oggi, 3 marzo 2021, alle ore 10.20 a.m., mio padre si appresta a ricevere la prima dose del vaccino Pfizer dispensata nel grande alveare “Pala Ponti”, 1500 metri quadri di un centro polisportivo convertito ad uso ambulatoriale con dieci celle sterilizzate, 106 api laureate in camice bianco ed ali di plexiglas preposte a pungere fino a 2400 miracolati al giorno, a gestire 12 ore di battaglia quotidiana, festivi inclusi.

Noi apparteniamo al primo turno di misericordia riservato ai “Grandi Anziani”, nati prima del 1936 ed ancora, teoricamente, autonomi. La nostra convocazione è stata fissata alle 10.20, “puntuale” e nel rispetto di quel “puntuale” sottolineato e di quell’ attesa che sembrava non dovesse finire mai, ci presentiamo all’ appuntamento con un discreto anticipo. Alle l’ alveare brulica in piena attività; grandi anziani più’ o meno stabili deambulano verso il check point in simbiosi con il parente o la badante che li accompagna. Guidati da api operose e variopinte attendono l’ accesso alle celle sterilizzate per farsi gioiosamente pungere ed ottenere quella dose di vaccino Pzifer che ha assunto, nell’ immaginario collettivo, le connotazioni mitiche di un elisir di lunga vita.

Comunque la si pensi, per persone nate prima del 1936, questa è la seconda guerra mondiale da cui tentano di uscire vive ed il momento del vaccino assume il valore di un evento storico; il 3 marzo come il 25 aprile 1945. La chiamavano liberazione, oggi la chiamano vaccinazione . Oggi come allora ci saranno altri strascichi, altri giorni in rosso, non si deporranno le armi perché il nemico non si è ritirato e non ha firmato nessun armistizio ma subisce il primo attacco da un corpo di fanteria claudicante.

Non c’ è allegria nell’ aria, nessun entusiasmo per un vaccino americano venuto a liberarci, uno ad uno, casa per casa, cella per cella. Non c’è aria di festa tra queste persone , più numerose di quanto si possa immaginare, persone intimidite che aspettano il loro turno, ogni dieci minuti, in fila e rispettando le distanze. Le mascherine nascondono i lineamenti stanchi ma non gli sguardi.

Gli sguardi ad un certo punto della vita diventano simili, chiari, quasi incolori. Gli occhi dei vecchi quando sono stanchi o tristi diventano trasparenti. Non è una fantasia, semplicemente la concentrazione di melanina nell’ iride diminuisce e anche il marrone diventa paglierino, mentre l’ azzurro diventa cielo.

Non sorridono queste decine di occhi trasparenti e stanchi, seguono le api, obbedienti e intimoriti. Hanno paura? Certo, e non delle possibili reazioni allergiche al vaccino ma, soprattutto, del tempo che dal 1945 in un battito di ciglia li ha consumati nelle cellule, nei muscoli, nelle ossa e negli affetti.

Sono tutti reduci, ultimi esponenti di una generazione cancellata dal virus, che aspettano il loro turno, non riconoscono il presente come un tempo di appartenenza; lo subiscono.

Il tempo digitale non è un galantuomo, non lo sarà mai. Paradossalmente, mentre ci accorcia la distanza dall’ orizzonte, permette all’ ombra lunga del passato di oscurare il presente. Tutti i richiamati alle armi qui riuniti cominciano a ricordare immagini, frasi, circostanze famigliari che nella loro età attiva avevano rimosso, messo via.

Oggi ognuno di loro si porta addosso un passato che sembra ieri , anche ciò che non era “bello” torna come un tesoro prezioso, la mente filtra e manipola, la nostalgia cura e candeggia le macchie. Quello che si legge nei loro sguardi, nel loro deambulare fiero ma incerto, nelle mani senza vigore è la corrosione che avvertono e che li rende fragili.

Il quadro è alleggerito dal ronzare delle api laureate in medicina, delle api infermiere specializzate, delle api multicolore volontarie che sanno rincuorare e trasmettere sicurezza, dal tono imperioso delle badanti che riescono a parlare a voce alta anche attraverso le mascherine, dalla falsa allegria dei figli o dei nipoti che devono sbrigare le formalità e ripetono, come da copione, la stessa frase che ho usato e consumato anch’ io :”Oh, ma come sono felice, andrà tutto bene… finalmente tocca a te, da oggi potrai essere più sereno”.

Più sereni? Andrà tutto bene? Ma come può essere serena una persona che fatica a camminare sulle proprie gambe o non cammina affatto, che non riesce ad ad ossigenare anche in assenza di Covid e che sa, pur avendo dimostrato di essere a lunga conservazione, di avvicinarsi ad una data di scadenza non prorogabile.

E dove andrà tutto bene? Non lo sa il grande anziano e non lo sa nessuno, ci si prova tutti a intuire almeno cosa succederà nelle prossime 24 ore, ma anche 24 ore non permettono più previsioni attendibili. Questi over 85 scelgono di vaccinarsi perché hanno paura, paura di essere ancora più soli di quanto non siano, paura di essere protagonisti di uno dei migliaia di drammi che ogni palinsesto, ogni trasmissione, ogni giornale hanno raccontato , ininterrottamente, per 365 giorni.

Hanno paura di trovarsi spogliati e spogli in una stanza d’ ospedale o in una terapia intensiva senza nessuno accanto, con la fame d’ aria, inermi e dimenticati. L’ utilizzo consueto dei tablets e delle videochiamate come trait d’ union affettivo non ha nulla di naturale o rassicurante per chi viene da così lontano, da prima del 1936.

Mentre mi oriento, rispettando il mio ruolo nella composta processione, ci avviciniamo al nostro punto di frontiera. Due api, gentilissime e sorridenti, circondano mio padre e, come solo chi è padrone del suo “mestiere” sa fare, lo tranquillizzano senza bisogno di grandi parole, trattandolo come una persona, non come un grande anziano d’ antiquariato. Io lascio i fogli compilati, sbrigo la procedura d’ accettazione e, come tutti gli accompagnatori, mi siedo in un angolo della celletta sterile sfornando l ‘ ennesima frase fatta della mattinata “Tranquillo papà, ah se potessi farlo anch’ io…”. A volte si dicono frasi di una stupidità sconcertante e, pur essendone coscienti, ci sembrano addirittura utili. Mentre parlo papà è già stato punto senza nemmeno essersene accorto.

Come da protocollo post vaccino ci parcheggiamo nell’ enorme palestra adibita ad astanteria ed aspettiamo il via libera di un’ ape infermiera.

Le attese sono sempre lunghe, non hanno un tempo digitale ma analogico. Dieci minuti si trasformano in un’ ora con un equazione temporale che sfugge ad ogni spiegazione logica. Nelle attese si consuma metà della nostra vita. Nella mia bolla sospesa canticchio una canzone di Ivano Fossati nel tentativo di dare una colonna sonora al film muto che stanno girando intorno a me.https://youtu.be/yy9Rk-F1M-o

Dalla mia prospettiva sospesa li vedo tutti, chi entra, chi esce , chi aspetta ; tutti diversi e contemporaneamente simili. Sono una generazione

Sei donne e quattro uomini sono i primi a lasciare il limbo di attesa insieme ai rispettivi accompagnatori sorridenti. Anche loro, i grandi anziani, sembrano sollevati, soprattutto di essere quasi fuori dall’ alveare operoso; ben sapendo di doverci tornare tra tre settimane, se sarà possibile, ovviamente.

Interrompo la mia colonna sonora per origliare dalla mia bolla il riassunto di una signora molto ristretta e leggermente sbilanciata in avanti ma perfettamente lucida come i suoi capelli bianchi acconciati a festa per l’ occasione.

Si rivolge al figlio , suppongo, scandendo bene le parole a voce alta , quasi pensasse, per la legge del contrappasso, che il figlio non ci senta bene. “Si, si possiamo andare, sentito niente , tutti gentili e svelti. Mi hanno detto che ci vediamo il 24… mah, non so mica, ho sentito che ne basta uno solo, anzi due fan male e poi non ci sono dosi per tutti.”

Ovviamente sarà il medesimo “dicono” a cui cercheranno di ancorarsi tutti i neo vaccinati per non tornare ma che verrà sistematicamente invalidato da precise e pazienti istruzioni parentali, ogni giorno , per 21 giorni, fino alla meta della seconda dose.

Sarà lo stesso dubbio che, insinuatosi in mio padre, dovrò cancellare e sostituire anche io ; sono preparata al contraddittorio ma, in effetti, non sono preparata per niente in materia, avrei voluto almeno imparare per spiegare con autorevolezza.

Nemmeno la scienza ha una risposta univoca da fornirmi in aiuto. Virologi, immunologi, scienziati, professori, primari da talk show, tutti dicono tutto e il contrario di tutto per poi confondersi tra di loro e rinegoziare tutto il giorno dopo. Anche se non si appartiene alla categoria grandi anziani, si fatica a capire esattamente la strategia di guerra intrapresa.

Quindi si naviga a vista, si decide di credere alla propria A.U.S.L di appartenenza , alle proprie paure e ci si adegua anche a tre richiami se resi necessari dalle “varianti”.

10.40 a.m., vedo mio padre in assetto di dimissioni, sgonfio e ripongo la mia bolla di osservazione per coordinarmi con il ritmo frusciante dell’ alveare ed accompagnarlo verso l’ uscita.

Ha gli occhi chiari, paglierini. Lo sapevo. Mi rincuoro; sembra star bene, ringagliardito dalla prova superata e desideroso di uscire in fretta da quello che lui ritiene un girone dantesco, il girone dei “vecchi vaccinati”.

Sì perché non c’è nulla che innervosisca o spaventi un anziano più’ del trovarsi circondato da un nutrito gruppo di coetanei. Ognuno di loro spera di non essere così fragile ed incerto come gli altri, non vuole guardarsi allo specchio né essere confuso con una categoria a cui non vorrebbe assolutamente appartenere. Come dargli torto?

Tutto cambia, nulla cambia ; 25 aprile 1945, 3marzo 2021; sempre in guerra siamo, sempre vittime di un tempo che ci consuma e ci corrode mentre noi crediamo di governarlo.

In una società in cui è severamente vietato invecchiare, perché il vecchio non serve e si butta via, o si nasconde, è difficile accettare la realtà per quello che è. Questo fa la vita alle persone; quando è gentile le invecchia poco a poco rendendo vani i nostri ostinati tentativi di fermarla; non c’è crema, non c’ è chirurgo, non c’è elisir o stile alimentare che possano ingannarla. Vivendo si invecchia, invecchiano le cellule, fuori e dentro, ma lo fanno come ladre silenziose ed impunite, di nascosto per anni ed anni… finché un giorno ti svegli e apprendi di non essere inserito nella categoria delle persone mature ma dei “Grandi Anziani” e, comprensibilmente, ti arrabbi perché la narrazione che ti hanno venduto ed hai introiettato era diversa.

“Vieni papa’, andiamo a casa”, gli dico nel tentativo di un abbraccio verbale. Ma non è quello che vorrei dire, vorrei solo dirgli “Vieni papà, andiamo dove vuoi, nel passato, nel futuro, dovunque tu possa sorridere e respirare la vita, anche per un istante”.

Andiamo dove vorresti essere tu, non il grande anziano, non un reduce dell’ esistenza ma una persona sicura, dove puoi essere quello che sei sempre stato e in cui ti riconosci, in guerra e in pace.

Buon V Day a tutti, comunque la pensiate.

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