BREVE LETTERA AL SIG. GRILLO SULLA GIUSTIZIA

IL VIDEO VIRALE DI GRILLO DANNEGGIA SE STESSO ED IL FIGLIO MA AIUTA LA “MALAGIUSTIZIA”

di Cristina Battioni

Beppe Grillo dal suo blog personale, http://www.beppegrillo.it, mette in rete un video di dubbio gusto, forse sceneggiato da un esorcista; come posseduto da demoni furiosi si lancia in spropositi a difesa del proprio bambino, accusato di presunto stupro di gruppo.

La prende “sul personale”, sbaglia obbiettivo e ricava solo una cascata di critiche.

In pochi minuti di concitazione sconclusionata perde consensi ed offende, comunque, i diritti delle donne, riduce a bravate i comportamenti discutibili di individui maggiorenni; in pratica costruisce un disastro di comunicazione mediatica.

Crea una catastrofe mediatica e perde l’ occasione di cavalcare una battaglia per una giustizia riformata, più efficiente, giusta e civile.

Purtroppo, Sig. Beppe, i casi di ingiusta detenzione sono ogni anno un migliaio in Italia (bilancio del Ministero italiano della Giustizia 2017-2019); detto in parole povere vi sono in media 1000 persone che subiscono l’ arresto e il carcere senza che vi fossero accuse o presupposti fondati ma, sicuramente, per disposizione di un magistrato, pm o giudice. Nel suddetto triennio sono stati soltanto 53 i magistrati sottoposti ad azioni disciplinari.

Purtroppo, o per fortuna, queste mille persone non hanno un blog o la visibilità per urlare il loro dolore e la loro rabbia.

Anziché sprecare la sua immagine per difendere un maggiorenne ed offendere con termini maschilistici ed insopportabili, non una ragazza, ma tutto l’ universo femminile, avrebbe ricevuto più solidarietà e consenso urlando il vero problema che affligge, consuma e rovina migliaia di italiani in Italia : la “malagiustizia”.

Vede, Sig. Grillo, non è un problema personale e, casomai, i panni sporchi si lavano in casa ma se i panni sporchi sono quelli di un sistema da riformare e dannoso, quelli sì, si possono spiegare in pubblico. A beneficio di tutti.

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NON SI MUORE SOLO DI COVID (SECONDA PARTE)

I CONDANNATI AD UN ETERNO LOCKDOWN

242.586 DECESSI PER TUMORE O MALATTIE DEGENERATIVE NEL 2020, UNA CITTA’ SCOMPARSA DI CUI NESSUNO PARLA

di Cristina Battioni

La strage perpetuata dal Covid con le sue 117.000 vittime, la corsa ai vaccini, le chiusure e riaperture ci hanno distratto da tutto il resto. Si moriva anche prima del febbraio 2020 e si continua a morire senza poter scegliere, con dignità, il come.

Ora l’ attenzione popolare è monopolizzata dalla promessa di un prossimo “tana libera tutti” del Governo Draghi, da quel “rischio ragionato” che ci fa dimenticare anche la realtà oggettiva, ancora, pericolosamente, pandemica. Il nuovo leader del PD, rientrato dalla ville lumiere, vende il futuro proponendo lo Ius soli ed il voto ai sedicenni. Tutti gli altri si preoccupano di intestarsi eventuali risultati positivi o, semmai, di rinnegare i negativi.

Il resto è fermo, sembra non avere più alcuna importanza. Ma perché mentre la Spagna approva il diritto all’ eutanasia legale, il nostro Parlamento si dimentica completamente delle migliaia di persone costrette ad un lockdown eterno da malattie che trasformano il corpo in una gabbia soffocante? Per loro non ci sono promesse di vaccini o date di riapertura, nessuno ne parla, non esistono.

Il rapporto AIOM 2020 ha stimato 377.000 casi di nuovi tumori in Italia nel 2020 e il decesso di 183.200 persone. Già nel 2014, da fonti Istat, i morti per bronchite cronica ed enfisema erano 33.386, quelli per complicanze da demenza o Alzheimer 26.000, con curva in crescita costante.

Riassumo, ogni anno volano via almeno 240.000 vite non a causa del Covid ma a causa di tumori o di malattie degenerative ed incurabili. Una città di persone che scompaiono dopo aver subito chemio, cure sperimentali, peg, sbarre ai letti, piaghe da decubito, infezioni, polmoniti. Una città di anonimi, segregati in un organismo ostile che li condanna e toglie loro, giorno dopo giorno, ogni dignità.

Valeria Imbrogno, con la creazione di una helpline in memoria del suo compagno, Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, ci ricorda la via crucis di un ragazzo di 36 anni, tetraplegico, cieco e nutrito con un sondino, costretto a fuggire in Svizzera, con l’ aiuto di Marco Cappato, per poter addormentarsi dignitosamente in una clinica di Zurigo.

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NON SI MUORE SOLO DI COVID (PRIMA PARTE)

I condannati ad un eterno lockdown

I° Tempo-Prefazione dedicata alla Scala B

di Cristina Battioni

Mentre il paese si appresta a riaprire io torno a chiudermi nel mio cubo sospeso al quarto piano della Scala B. Mi sto nuovamente perdendo in un tempo confuso tra vaccini che vanno e vengono in ordine sparso. Il disordine mentale stanca. Quando le porte dell’ ascensore si sono aperte sulla mia stanza segreta l’ ho trovata vuota, sono rimasti solo il grande divano e la cabina azzurra del Bagno Piero, spariti i libri, le foto, il vaso di fiori.

E’ vuota, come me. L’ esterno come l’ interno. Vediamo ciò che siamo. “Silenzio e vuoto” come scriveva Forster.

Devo mettere ordine, togliere la polvere dai pensieri e ritrovare il mio equilibrio provvisorio. Ho solo risposte ma mi mancano le domande. Sono qui e non mi chiedo più il perché. So di dividere questo spazio intangibile con estranei dispersi come me, solo questo mi rincuora.

Già, estranei, così parrebbe. Eppure risuoniamo, non abbiamo bisogno di mettere insieme parole o indagini per comunicare. Le persone, quando abbandonano il loro ruolo sociale, agito o subito, non hanno bisogno di raccontarsi la loro storia, la portano addosso.

Siamo tutti sul punto della resa, ad un millimetro dalla rassegnazione, la sentiamo, possiamo sfiorarla ma continuiamo a procrastinarla.

C’è tutto un tempo che scorre e tracima fuori di qui, trascinandoci tutti nell’ inconsapevolezza più cieca. Nessuno si fa più domande, tutti fingiamo di credere alle risposte che qualcuno confeziona per noi.

Oggi il silenzio è assoluto, parrebbe una domenica di diserzione alla Scala B.

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BABY BOOM? NO, GRAZIE. E’ TEMPO DI “PET” BOOM.

Gli animali da affezione sono i “nuovi figli”

https://youtube.com/watch?v=FkXUYu7nsx4&feature=share

di Cristina Battioni

“E tu hai figli?”, quante volte vi avranno fatto questa domanda, magari incontrando un conoscente o un ex compagno di scuola perso di vista.

Se, fino a qualche anno fa, la risposta sarebbe stata :”No, non sono venuti”, seguita da una serie di spiegazioni e giustificazioni, spesso fastidiose, non richieste e non dovute; ora la risposta più comune è: “No, ma ho un cane fantastico”. Naturalmente la parola cane può essere sostituita da gatto, coniglio, furetto o qualsiasi “animale da affezione”; dal pesce rosso al cavallo.

Il dettaglio interessante non consiste tanto nell’ affermazione di essere l’ orgoglioso proprietario di un cane o di un animale, a cui si è particolarmente affezionati, ma nel sostituirlo, a tutti gli effetti, ad un famigliare. E’ ovviamente preferibile questa risposta al sentirsi obbligati a giustificare l’ assenza di figli o legami parentali, soprattutto a perfetti estranei, ma è sorprendente il fenomeno che sottende.

I dati del Censis rivelano la presenza di 32 milioni di animali domestici nelle case italiane, veri e propri residenti nel 52% delle nostre abitazioni, soprattutto in quelle di separati e divorziati (68%) e di single (54%). Con 53,1 animali da compagnia ogni 100 abitanti, l’ Italia si colloca al primo posto in Europa.

I nostri “nuovi figli” sono 12,9 milioni di volatili, 7,5 milioni di gatti, 7 milioni di cani, 1,8 milioni di criceti e conigli, 1,6 milioni di pesci, 1,3 milioni di rettili, oltre ad una quantità non specificata di “vario” (furetti, topolini, tartarughe, papere, asini e oche).

Nell’ indagine condotta da Eurispes emerge che, in questo tempo di crisi, per garantire il benessere e l’ alimentazione dei propri figli adottivi, la maggioranza dei proprietari affronta una spesa di circa 50 euro al mese, mentre il 35% si ferma attorno ai 30 euro. L’ associazione consumatori Adoc, considerando solo cani e gatti, ha calcolato per un cane di taglia piccola una spesa media di 1800 euro l’anno, per un micio di quasi 800 euro. E’ il 70% in più rispetto a dieci anni fa.

Stiamo sviluppando un rapporto sempre più simbiotico e parentale con i nostri animali. In alcuni casi si tratta di un legame salvifico, soprattutto per le persone più anziane, come dimostra uno studio condotto da Senior Italia Federazioni; per 9 over 65 su 10 vivere con un animale domestico migliora la qualità della vita, riduce la sensazione di solitudine ed aumenta quella di serenità, induce a muoversi di più e a sentirsi meglio.

L’ unico rischio consiste nell’ eccessiva enfatizzazione della relazione con i propri animali sostenuta dall’ ingenuità, dalla purezza, dai sentimenti di tenerezza da questi evocati tanto da essere, di fatto, adottati da persone sole in subconscia sostituzione dei figli che non hanno potuto avere, o che sono lontani.

Ma l’ amore genitoriale verso un animaletto non è un’ esclusiva della fascia dei grandi anziani soli. Nella nostra società è in costante aumento il numero di persone che, più che amare, hanno un enorme bisogno di ricevere affetto incondizionato.

Il pet boom ed i consumi connessi, rivelano aspetti di fragilità e solitudine della società contemporanea, vuoti sentimentali ed affettivi, bisogni inespressi o irrealizzabili.

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LA RESPONSABILITA’ “PERSONALE”? ESAURITA E FUORI PRODUZIONE

Alla ricerca di “qualcosa di personale”

Una scia d’ Inverno congela l’ ultimo week end in zona rossa, la Primavera resta sospesa tra terra e cielo mentre la pandemia rispetta lo scadenzario quotidiano dei funerali a porte chiuse, indifferente all’ andamento della curva pandemica e del Rt nazionale.

L’ Italia delle regioni torna ad essere la fragile terra di stati e staterelli che, anziché unirsi, tendono a prevaricarsi. Nè draghi arrabbiati, né generali decorati, né speranze, sempre più pallide, riescono a far filtrare uno spiraglio di luce .

L’ ombra dell’ incertezza sembra dominare su tutto, sulla rassegnazione, sul caos, sulle tensioni sociali. L’ incertezza, soprattutto in democrazia, rischia di trasformarsi improvvisamente in fragilità, la fragilità in rottura.

Siamo tutti sospesi, come la Primavera, come le lezioni nelle scuole, come i collegamenti in Dad che vanno e vengono, come la somministrazione dei vaccini che sta perdendo la tracciabilità, esattamente come il virus.

Il nuovo Presidente del Consiglio, Prof. Draghi, dopo essere stato accolto come l’ uomo dei miracoli, si costringe a celebrare una conferenza stampa, giusto per ribadire che lui non è Dio ma che, se boicottano anche lui, non ci resta più nessuna carta da giocare. Si prende le colpe, da buon capro espiatorio, per salvarci da tensioni ben più pericolose senza omettere, anzi sottolineando, che le responsabilità sono anche personali.

Lui fa quello che può con quello che ha; e quello che ha è un paese in frizione perenne schiacciato tra due governi, il suo ed un’ accozzaglia di disarmonici governi regionali, talvolta investiti da eccessivo potere e visibilità.

Ma tutto è personale in questo paese. Ogni danno subito, ogni torto, ogni successo, ogni evento viene vissuto dal singolo e non dalla comunità. Tranne le colpe, quelle non appartengono a nessuno, sono endemiche al sistema, le sue zone d’ ombra, senza mai chiarire di quale “sistema si tratti”.

Oggi ho un appuntamento dal Notaio, eccezionalmente di sabato; speravo si potesse risolvere con uno scambio telematico di carteggi ma, purtroppo, le successioni richiedono la firma in presenza.

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PARMA, DA PICCOLA PARIGI DEI FARNESE A “DISCOUNT” MADE IN IOWA

Tardini: la “riqualificazione”dello stadio e il declassamento della città.

di Cristina Battioni

E’ “Lo stadio più bello del mondo” l’ ultimo regalo che la giunta Pizzarotti vuole fare a questa città. Un dono costoso, non propriamente prioritario, reso magicamente possibile dal definire “riqualificazione” quella che sarà la depauperazione di un lotto non edificabile di 36.725 mq, posto esattamente in uno dei quartieri più belli e centrali di Parma.

La suddetta “riqualificazione” si sta trasformando, in realtà, nella realizzazione di un’ astronave monolitica in cemento e acciaio di 7 piani, pronta ad ospitare un vero e proprio centro commerciale, dotato di parcheggi sotterranei ed aperto 7 giorni su 7.

“Lo stadio più’ bello del mondo”, stando alle dichiarazioni di Kyle Krause, neo proprietario e presidente del Parma Calcio 1913, sarà parte di un progetto ecosostenibile, studiato per migliorare ed abbellire il quartiere tra i grandi viali, la Cittadella ed il Lungo Parma.

L’ elaborazione, blindatissima, affidata all’ architetto Alessandro Doppini, prevede la creazione di 20.000 mq di spazi pubblici, parcheggi sotterranei, ristoranti, bar, negozi, markets, shops e chi più ne ha più ne metta. Il progetto, solo narrato, ma mai reso pubblico nei dettagli, è già stato presentato in Consiglio comunale ed entro un mese dovrebbe divenire definitivo. A fronte di un investimento di 70 milioni di euro il Comune garantirà al Gruppo Krause la concezione d’ uso dell’ area per i prossimi 40 anni, indipendentemente dalle alterne fortune, o sfortune, della squadra di calcio cittadina.

Un vero benefattore Mister Krause, verrebbe da pensare; volato dal centro dell’ Iowa per rilevare il 90% della Parma Calcio 1913 srl da noti imprenditori locali (Guido Barilla, Giampaolo Dallara, Mauro Del Rio, Marco Ferrari, Angelo Gandolfi, Paolo e Pietro Pizzarotti ) in un momento di difficoltà economica e, conseguentemente, per rilanciare la squadra verso traguardi ambiziosi.

Benefattore che ha anche acquisito il 99% del Progetto Stadio Parma srl, società nata per la riqualificazione dello stadio e rilevata da Krause solo per regalare alla città quello che lui stesso definisce “lo stadio più’ bello, prima d’ Italia, poi del mondo”. Un monumento personale e sempiterno, un saggio di modernità e vivibilità omaggiato della sua famiglia a tutta la cittadinanza. Quanta generosità, verrebbe da dire.

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“LE LACRIME DI GIOBBE”

Seconda Resurrezione d.Cv. (Sospesi tra sacro e profano.)

Dedicata a “F.” e a tutti gli arrivederci..https://youtube.com/watch?v=kNWX_XWsNYY&feature=share

di Cristina Battioni

Venerdì Santo, due giorni a Pasqua, la seconda Pasqua d.Cv, la seconda Resurrezione dopo l’evento con la “E” maiuscola; non la nostra, purtroppo.

La Primavera è risorta dall’ Inverno in un esplosione precoce ed incontenibile, quasi si rifiutasse di restare, anche lei, in lockdown.

Il caldo improvviso ha ingannato anche le Peonie, rose perfette senza spine che si illuminavano con le lucciole di maggio. E’ tutto in anticipo, come se non ci fosse tempo, quasi la Natura avvertisse l’ urgenza di svegliarsi e correre.

Quando tutto diventa veloce, i sospesi rallentano. Si smarriscono. La bellezza dei giardini, dei colori, della luce disorienta, la bellezza è pericolosa perché implica un desiderio di condivisione. Mi fa male vedere i petali della magnolia cadere come barchette rosa su un mare verde, mi ricordano chi l’ ha piantata.

Ogni cosa meravigliosa in natura ed indipendente dalla nostra volontà sottolinea l’ assenza di qualcuno.

Il mondo visto da una prospettiva solitaria può offrire immagini perfette ma non attimi perfetti. E’ il limite della solitudine, anche della più collaudata o desiderata; l’ impossibilità di condividere la bellezza e da quella condivisione provare un istante, seppur fuggevole, di gioia.

Nonostante i divieti c’é tanta gente in giro, a piedi, in bicicletta, sui monopattini, le prime braccia nude nei parchi, runners che corrono, bambini che giocano; c’è tutta un umanità in fermento tra approvvigionamenti alimentari, uova di cioccolato, auguri via sms. Ci stiamo abituando, forse, alla nuova normalità, avremo mascherine colorate e feste distanziate ma, con grande determinazione, proviamo ad essere esattamente come prima.

Ma prima era prima, ieri il bollettino di guerra indicava 3.681 persone impegnate in una via Crucis pronata nelle terapie intensive e 481 decessi non destinati alla resurrezione. Vorrei avere “la fede”, ci sono giorni in cui la desidererei come un dono prezioso. Vorrei entrare in una chiesa, pregare piano, sentire sollievo. Ma non sono capace, l’ ho scordato o, forse, non ne ho mai avuto la reale predisposizione.

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NO NEWS IS GOOD NEWS?

L’ ASSENZA DI NOTIZIE E’ UNA NOTIZIA

di Cristina Battioni

Provate a fare una sintetica rassegna stampa in questi giorni pre- pasquali; prendete a caso i quotidiani più venduti, sintonizzatevi sui principali telegiornali, sbirciate nei canali all news o nelle testate on line.

Potrete facilmente osservare come in prima pagina sia tornato, fastidiosamente, il predominio della politica interna, o meglio, degli scontri tra correnti interne alla maggioranza o ai partiti stessi; come vengano dedicati ripetuti articoli al redivivo On. Renzi che fa il “turista per caso” negli Emirati Arabi, alla “faida” tra donne del Pd che si accusano a vicenda per una poltrona; mentre tendono, proporzionalmente, a ridursi le notizie sulla pandemia, se non limitatamente alle polemica riguardanti i ritardi delle campagne vaccinali o agli scandali regionali.

Tornano alla mente le parole di Scalfari che, negli anni 70, riuniva la redazione di Repubblica ripetendo il suo celebre mantra: “bene, se non ci sono notizie, riempiamo le pagine di politica interna”.

Lezione mai dimenticata se osserviamo le pagine interne dei giornali:, beghe nel PD mai risorto e semmai già affondato dalle proposte, quasi burlesche, del Prof. Letta : “diamo il voto ai sedicenni e potere nel partito alle donne”, donne che già si strappano i capelli tra loro. Tre pagine servite. Il sempiterno Salvini con le sue uscite da campagna elettorale e qualche amico discutibile. Altre due pagine stampate. Il nuovo partito di Conte e la diaspora dei Cinque Stelle, che non si sa cosa sia, altra pagina pronta. Il resto si riempie con le lotte a coltello tra i Governatori di Regione che, nel loro splendore, si denigrano a vicenda.

Seguono altre pagine interne dedicate al gigantesco cargo, con foto quasi a dimensione reale, che si è messo di traverso, per puro scherzo del destino, tappando il Canale di Suez e riducendolo ad un ingorgo ferragostano. Nei telegiornali si susseguono ripetizioni infinite di misure già prese e spiegate sul modesto lockdown di Pasqua, caratterizzato più da quel che si può fare, che non da quello che non si può fare.

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“LA CORRESPONDANCE”

Lidia e Amedeo, 2008-2021

Eravamo insieme e tutto il resto l’ ho scordato”

“L’ amore non esiste, non come ce lo siamo raccontati”, mi sussurra Nolente senza smettere di fissare il cielo. La pelle sottile del collo lascia intravvedere le linee delle vene, fragili rilievi azzurro polvere, in nuance con il suo lungo abito di mohair.

Ricorda un airone cinerino senza piume, elegante ma spogliato dalle molte età che ha sorvolato. E’ ancora bella, di quelle bellezze che il tempo rispetta, si limita ad eliminarne il superfluo, senza intaccarne l’ essenza.

L’ essenza della sua grazia è disegnata nel taglio degli occhi, nella lunghezza delle ciglia sottili che imprigionano ogni singola lacrima, ogni minuscolo cristallo caleidoscopio che regala bagliori improvvisi al suo sguardo rassegnato. La sua essenza è nel profumo di fiori che emanano i capelli quando, liberati dall’ austera treccia, sembrano onde di un mare lontano.

La consumata eleganza di Nolente sopravvive nelle linee del suo corpo, negli angoli acuti di un volto che non subisce la forza di gravità, nelle leve lunghe di braccia e gambe sottili ancorate ad un busto che sembra potersi spezzare al primo colpo di vento. Nolente è un essere grigio e celeste, incatenato alla terra ma tendente al cielo.

Oggi non stringe tra le mani un libro di poesie ma una copia di “Repubblica” del 21 marzo, un giornale sospeso che Seppia deve averle consegnato solo oggi.

Me la porge, senza abbassare lo sguardo, “Vede, ogni 21 marzo io cerco questo piccolo trafiletto, non e’ mai mancato, mai”. Mi siedo accanto a lei e noto un piccolo inserto nascosto in una pagina interna dell’ edizione romana del quotidiano. Sembra un necrologio ma leggendolo perde l’ aura scura e si rivela un delicato messaggio in codice per Lidia Giordani : “Eravamo insieme, tutto il resto l’ ho dimenticato. Amedeo”.

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VACCINAZIONI:IL GIRONE DEI “GRANDI FRAGILI”

#NESSUNOSPRECHIUNVACCINO

25 MARZO 2021, ritorno al centro vaccinale Palaponti.

Dopo tre settimane esatte dalla somministrazione della prima dose vaccinale, il girone “Grandi Anziani” delle 10.30 si ricompone all’ ingresso del centro polisportivo trasformato in hub vaccinale.

Ma qualcosa è cambiato. L’ accesso alle auto private è bloccato, si entra a piedi o in carrozzina. Possono oltrepassare il cancello solo le ambulanze o i mezzi adibiti al trasporto dei cosiddetti disabili “gravi”. Siamo in tanti stamattina, si percepisce una breve coda fluire nel viale.

Le panchine sono occupate dagli over 86, ciascuno con il suo accompagnatore, che osservano sfilare i componenti di un altro girone, quello dei “grandi inabili”. Sommandoli si ottiene un pallido ed inedito puzzle.

Due generazioni lontane nel tempo ma mai così vicine nello spazio; i fragili si fondono generando un mondo a parte, da maneggiare con cura. Mio padre osserva altri padri, uno tiene a braccetto un figlio disorientato e scardinato, qualcuno spinge una carrozzina, tutti in bilico tra consapevolezza ed inconsapevolezza. Tutti in coda, tutti affiancati, aggrappati, educati e silenziosi. La sfilata dei nipoti pallidi inibisce qualsiasi lamentela o commento sull’ attesa da parte dei nonni putativi.

Sono rari i luoghi dove si percepisce così concretamente la fragilità umana. In uno spazio aperto, fortunatamente illuminato da un sole generoso e tiepido, si rivela, senza sfumature, quella parte di mondo che preferiamo non osservare troppo e, non solo, per discrezione.

Sono tutti diversi i convocati delle 10.30 ma tutti caratterizzati da un pallore che testimonia un lockdown esistenziale preesistente a quello ministeriale. Sono tutti malati in questi due gironi che si sfiorano per confluire nello stessa fragile categoria; i “grandi anziani” sono stati aggrediti e consumati dalle salite della vita, “i grandi disabili” sono nati lottando in salita. Entrambi non sono autonomi ; dipendono, hanno perso o non hanno mai conosciuto la libertà.

I fragili sono schiavi della disabilità, sono bloccati da un corpo nemico che diventa carcere , da sinapsi difettose o da una misteriosa ed inspiegabile trisomia dei cromosomi.

Con qualche minuto di ritardo, rispetto alla tabella di marcia, la sicurezza filtra gli ingressi, dopo numerose e vane chiamate rivolte al “personale scolastico”, assente ingiustificato, procede con il check in del girone “Grandi fragili delle 10.30”.

All’ interno del padiglione ci moltiplichiamo, i corridoi di distanziamento pre e post vaccino sono quasi pieni; disabili, anziani e accompagnatori si mescolano creando, involontariamente, l’ immagine di un piccolo circo itinerante. I volenterosi volontari, con le loro maglie colorate e le mascherine decorate con grandi sorrisi da clown, creano macchie di colore che interrompono il pallore ; il brusio di fondo è interrotto a tratti da piccole urla o risate; gli addetti alla sicurezza sembrano i controllori del pubblico prima di uno spettacolo, “Che numero avete? Perfetto, seguitemi e accomodatevi lì,… due poltrone in quarta fila.”

intanto il turnover vaccinale procede, numero 130; eccomi, supero velocemente l’ accettazione e ricevo un nuovo numero, 138, per il colloquio ambulatoriale ; torno al mio posto, sempre guidata a distanza di sicurezza. A tratti si avverte una repentina spinta sull’ acceleratore; tutti cercano di essere piu’ veloci, di vaccinare più’ persone, sfidando una difficoltà incrementata. Purtroppo vaccinare un grande disabile non sempre è possibile e, soprattutto, non sempre è facile.

C’è chi va via spingendo una carrozzina e spiegando al conduttore di ambulanza in attesa che : “No, purtroppo non si può fare…”. Sentendo quel “non si può fare” pronunciato con equilibrio e dolcezza, senza rabbia o risentimento; sprofondo io, sprofonda mio padre, sprofondiamo tutti nella nostra inadeguatezza.

Ma chi sono i “grandi disabili”? La miglior risposta l’ ho trovata in un libro, “Caregiving famigliare e disabilità gravissima. Una ricerca fatta a Torino“. Le autrici (Cecilia Marchisio e Natascha Curto)” li definiscono “Persone che necessitano di assistenza continua , 24 ore su 24, l’ interruzione della quale, anche per un periodo molto breve, può portare a complicanze gravi o anche alla morte”.

Persone che vivono perché qualcuno le tiene costantemente per mano, in simbiosi con una madre, un padre, un fratello, un pedagogista, un volontario; esattamente quello che sta avvenendo ora e qui, non in teoria.

L’ Istat, nell’ ultimo studio del 2015, stima in 3,1 milioni gli italiani con limitazioni funzionali gravi dai 15 anni in su, di cui 1.153.000 non percepiscono l’ indennità di accompagnamento. Si deduce facilmente come e perché la mano che li tiene in vita sia quella di un famigliare.

La disabilità grave colpisce quasi 9 milioni di famiglie, prima del Covid, durante la pandemia e, purtroppo, non verrà sconfitta da una dose vaccinale. Esiste una parte di umanità costantemente messa alla prova e costretta a contare solo sulle proprie forze, su quelle dell’ amore incondizionato e sulla solidarietà. Paradossalmente e’ una parte silenziosa, dignitosa e rispettosa delle regole.

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SCANZI, FURBETTO DA GIORNALINO ?

DOPO IL VACCINO CHIEDE GLI APPLAUSI

di Cristina Battioni

Andrea Scanzi, 47enne giornalista de ” Il Fatto quotidiano “, ottiene il vaccino AstraZenica sabato 20 marzo presso La Hub Vaccinale di Arezzo.

Tutto regolare, sostiene l’ interessato, in qualche modo legittimo; essendo iscritto nelle file dei “panchinari” è stato convocato nel tardo pomeriggio per non sprecare le dosi inutilizzate a causa delle defezioni.

Diamo per buona la versione, benché queste liste di attesa dei “panchinari”, compilate dai medici di base esistono, probabilmente, solo in alcune località. Per rispetto di quanto dichiarato dal medesimo, la somministrazione gli era dovuta, in quanto figlio unico di due genitori fragili.

Nulla da obiettare e massima comprensione. Sebbene in Italia esistano migliaia di care givers che non sono stati ancora iscritti in nessun elenco vaccinale. Tra loro anch’ io. Ma si sa, l’ Italia è ancora un paese di Stati e staterelli, come diceva Macchiavelli e le regole variano da Governatore a Governatore.

Nessuno mette in dubbio la liceità della somministrazione ricevuta da Scanzi, benché sia esattamente agli antipodi di quanto suggerito dal Presidente Mattarella che ha pubblicamente atteso il suo turno recandosi, come il più normale dei cittadini, presso l’ Hub di Pratica di Mare, con la sobrietà che, solitamente, va a braccetto con l’ autorevolezza.

Il Dott. Scanzi, se chiamato dalla AUSL competente, ha fatto benissimo a vaccinarsi ma ha fatto malissimo a dimenticarsi il suo ruolo di giornalista rampante per una testata, “II Fatto quotidiano”, che ha basato la sua crescente popolarità sull’ essere dichiaratamente priva di sovvenzioni pubbliche, fuori dal coro e, teoricamente, non schierata politicamente. Cosa sulla quale si potrebbe lungamente discutere.

Comunque sia, il social- giornalista ha cavalcato quella che poteva essere una notizia a suo favore al contrario. Forse è stato vittima di una delle impreviste reazioni del vituperato vaccino che, nel suo caso, ha sdoganato i freni inibitori di un super ego, già molto presente nel suo organismo.

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EQUINOZIO DI PRIMAVERA (II d.Cv.)

Ma la nuova “stagione” tarda ad arrivare

di Cristina Battioni

In questa notte di passaggio il sonno mi appare come un miraggio.

Sara’ colpa della congiunzione astrale, delle stagioni che si ostinano a cambiare mentre nulla cambia o dell’ effetto “dèjà- vu” di una Primavera che da due ore sostituisce ufficialmente l’ Inverno, la seconda Primavera d.Cv (dopo Covid), fotocopia precisa della precedente?

Nel tempo reale, che non sottostà alle nostre misure artificiose, è Primavera da 16 ore ma, nel mondo delle convenzioni, fingiamo che il Sole arrivi sempre in ritardo allo Zenit dell’ equatore, semplifichiamo e standardizziamo, come d’ abitudine.

Questa notte ha la stessa durata del giorno, le ore scure cominciano ad arretrare, l’ alba anticiperà il salvataggio di chi ha perso il sonno e non lo ha più trovato.

Il sonno si perde per strada, sbadatamente; notte dopo notte speri di sentirlo salire per le scale, lo aspetti, lo desideri come un’ amante, ma lui non torna più. Gli insonni non sognano ma i minuti sono i loro incubi. Dalle due alle cinque il tempo si dilata, non ore ma anni che si rincorrono con le loro domande urgenti di risposte da trovare, possibilmente, prima che faccia giorno.

L’ aurora è un sollievo, ti salva dai fantasmi, dai processi, dai bilanci e dalle televendite.

Questa si preannuncia una notte lunga e faticosa; bevo, apro la finestra, sudo anche se fuori è ancora freddo. Il silenzio del coprifuoco è assoluto, sembra di assistere alla replica di un film muto . Sono le due, ogni speranza di riposare è svanita, l’ orologio ha già rallentato; la paura dei miei monologhi sta per invadermi.

“Ogni notte per me è tempesta di misteri”www.aldamerini.it

Prima che la nostalgia del passato torni, nella sua forma peggiore, prima che l’ indifferenza sul futuro mi disarmi, mentre il presente è assente, decido di scrivere B sul palmo della mano.

Chiudo gli occhi, come da istruzioni di Seppia, per un istante sento freddo, poi, più niente. Quando li riapro sono nell’ ascensore della Scala B che mi conduce verso il mio cubo sospeso del quinto piano.

Entrando avverto solo la piacevole sensazione di chi torna dove è atteso. L’ abat-jour diffonde la sua luce tranquillizzante, sul tavolino trovo una tazza di latte caldo e un piattino di biscotti tiepidi, grossi ed irregolari, come fatti in casa. Mi sdraio sul divano, inzuppo un biscotto e mi infilo sotto una plaid emerso dal mio solaio ma profumato, fresco di bucato.

Guardo le foto appese alle pareti senza soluzione cronologica di continuità, apparentemente disposte in ordine sparso ma, osservandole attentamente, mi accorgo che formano un diagramma a barre.

La vita a segmenti, i giorni migliori in alto, i giorni peggiori a metà parete . Ora, metterei un like a tutti, i peggiori non erano poi tali.

Resto ipnotizzata per qualche minuto; qui, dove non esiste il tempo, il passato riempie il presente, il futuro non è una minaccia, la notte non mi fa più paura.

Tenui note riempiono con discrezione il mio piccolo spazio, le percepisco appena, non abbastanza da decifrane la provenienza. Mi concentro e si trasformano in una partitura, si armonizzano e mi permettono di tradurle in musica.

Qualcuno sta suonando la chitarra, con inesperte dita leggere fa vibrare le corde; qualcuno che ha imparato solo il primo giro di accordi di “Wish you were here”.https://youtube.com/watch?v=1tGO1Y4FGpl&feature=share

Un altro insonne si è fatto trasportare alla Scala B stanotte, almeno qui può suonare senza svegliare i “normali” sprofondati nel sonno dei giusti.

Avercelo il sonno dei giusti.

L’ arpeggio sembra una ninna nanna che culla me , i miei biscotti e le briciole che infestano il pigiama. Ogni cosa qui non è casuale, la musica fa parte dell’ alfabeto criptato di un codice emozionale. Se qualcuno suona, qualcuno risponde leggendo a se stesso una poesia di Alda Merini, qualcun’ altro fuma disperatamente in balcone. Ognuno comunica la sua solitudine come può e sfida la notte dell’ Equinozio.

Chissà se l’ Edicola al piano T è aperta in queste ore scure ? Sicuramente il giardino sarà deserto, anche nel tempo analogico il buio ed il freddo della prima notte di Primavera sono fastidiosi e poco attraenti. Mi arrotolo nel plaid scozzese e scendo a vedere.

Il giardino del piano T è avvolto dal buio , solo una piccola luce illumina il chiosco di Seppia senza Seppia. L’ edicola è chiusa ma tutti i balconi alle mie spalle sembrano mattoncini Lego sovrapposti e debolmente illuminati dalle presenze discrete degli inquilini.

Al primo piano Seppia emette nuvole di fumo , aspira la sigaretta e poi si diverte a svuotarsi i polmoni espirando una nuvola densa ed odorosa. Intanto scrive , non usa il pc ma una vecchia Olivetti, preme i tasti come un pianista nell’ eseguire una melodia di Chopin, probabilmente un Notturno.

Non mi vede e non mi sente, la sua attenzione annega in un flusso ininterrotto di parole.

Al quarto piano Stante, il notaio, continua a suonare la sua interpretazione personale dei Pink Floyd. Nolente dall’ ultimo balcone legge “Quelle come me” di Alda Merini, si interrompe sul finale, ride, poi ricomincia da capo il suo personale rosario.

Quando non piange ride; forse si riconosce nel testo e ride di se e di quella sana follia che le hanno represso e che lei chiamava “amore disperso”.https://youtube.com/watch?v=kc5dtqYCLQo&feature=share

Al secondo piano non c’ e’ nessuno, Ametista ha lasciato il lenzuolo bianco steso al balcone ma stanotte non è immacolato. Con un rossetto o un pastello rosso ha lasciato scritto un messaggio “Nessuno faceva caso ai suoi occhi, Tutti pensavano che fosse felice perché sorrideva”. E’ assente, probabilmente veglia i suoi bambini mentre dormono e tiene stretto il loro sonno affinché non li abbandoni mai. Probabilmente ha lasciato a sventolare il suo curriculum vitae; a volte bastano poche parole per riassumerci, basta saperle scegliere.

Mi siedo sulla panchina avvolta nella mia coperta pesante e osservo la vita degli altri fuggiaschi, ognuno con le sue notti sospese tra ciò che fanno e ciò che sentono e, nel vuoto tra dovere e volere, solo il buio, tra le due sponde, si fa materia trasformandosi nel grande fiume che separare il sopravvivere dal vivere.

Fa troppo freddo, l’ umidità fastidiosa e l’ assenza di Seppia mi rendendo malmostosa. Tutto quello che vorrei è una tiepida carezza famigliare che mi accompagni verso il mattino. La carezza non arriva, forse anche in Paradiso stanno riposando, ma, al suo posto, arriva un mugolio, l’ abbozzo di un breve guaito da cane di piccola taglia.

Ma non è possibile, qui non si può portare nessuno dal mondo esterno, come può esserci un cane? Probabilmente e’ rimasto imprigionato venerdì sera, dopo la chiusura degli uffici, nella Scala A del palazzo e ora, smarrito, piange.

No, non è rimasto chiuso negli uffici…il suo richiamo proviene dall’ Edicola sospesa. Mi avvicino lentamente mentre un muso marrone e puntuto si infila in uno spiraglio della piccola finestra e mi osserva.

Mi sembra un bassotto nano, gli occhi neri e svegli mi osservano curiosi mentre spinge con il muso il vetro nel tentativo, vano, di uscire…Non so se sia lecito ma lo aiuto…in un istante fa un balzo miracoloso sulle sue zampe ristrette e mi salta in braccio, lo afferro ricevendo una leccata sulla guancia e uno scodinzolo amichevole.

“E tu chi sei piccoletto , di chi sei ?” Sembra gradire il mio abbraccio che lo pone in posizione sopraelevata , un osservatorio di lusso per la sua altezza abituale. Ha un manto di velluto marrone , un collarino di velluto rosso e una medaglietta con incisione. La stanchezza oculare, l’ oscurità e l’ assenza dei miei occhiali non mi permettono di decifrare il testo.

Sentiamo entrambi uno schiocco di dita ; vuole scendere, lo adagio sul prato e lo osservo saltellare composto verso un’ ombra che esce dall’ ascensore.

E’ Seppia. Il quadrupede rasoterra gli corre incontro e cerca di scalarlo aggrappandosi ai polpacci, senza abbaiare. Il Prof. in vestaglia gli offre un bocconcino da sgranocchiare, mi indica al bassotto che si tranquillizza e lo segue come un segretario scrupoloso.

“Buona notte Kami, siete in tanti stasera per l’ Equinozio, ero nel mio cubo a riordinare; i giornali sospesi la notte sono ancora troppo freschi, nessuno scende a prenderli. Gli insonni leggono altre cose; poesie, spartiti e, soprattutto, i loro pensieri ingombranti. Mi spiace, se avessi avvertito la sua presenza sarei sceso prima”.

Mi imbarazza l’ averlo interrotto, in realtà neanch’ io volevo un giornale ma solo osservare la notte dall’ esterno, non riesco a produrre nulla se non una vaga giustificazione, “Mi scusi lei, sono scesa solo perché avevo bisogno d’aria poi ho incontrato il suo cane e mi sono fermata, non dovevo farlo uscire dal chiosco ma… sembrava chiamarmi e non ho resistito”.

Cane dal basso e presunto padrone dall’ alto mi guardano incuriositi, il primo sbadiglia , il secondo mi parla, “Ombra non è il mio cane, si infila spesso nel chiosco, gli piace l’ odore della stampa, adora dormire sulla carta e talvolta scende quando non c’ è nessuno per rotolarsi nel prato o per le sue necessità fisiologiche.”

Continua a parlare senza guardarmi, rivolgendo lo sguardo verso il basso , “Eh già Ombra, tu dormi qualche ora e poi vivi intensamente fino al successivo colpo di sonno, tu hai capito tutto .”

Ombra non risponde ma sembra approvare e mentre torna tra le mie braccia a darmi, lui, la carezza calda che desideravo, il suo presunto custode mi legge la medaglietta che ciondola dal collare scontrandosi con un campanellino : “Tutta la varietà , tutta la delizia , tutta la bellezza della vita e’ composta d’ ombra e di luce”.

Il bassotto intellettuale presumibilmente non conosceva Tolstoj ma chi ha scelto il suo nome si e conosceva le luci della ribalta e le ombre dei lockdown.

” Se vuole può’ tenerlo qui con lei, mi sembra stiate bene insieme”. E’ vero , la dolcezza e la vitalità del bassotto mi hanno fatto bene, hanno cancellato il groviglio di pensieri senza capo né coda che minacciavano di seguirmi fino all’ alba.

“La ringrazio ma temo prenda freddo anche lui, devo riporlo nel chiosco dove può scaldarsi e dormire sui giornali salvati dal macero?”

Seppia scuote la testa rimettendo in circolo odore di tabacco e aromi vari; “No, Ombra ha la sua cuccia al terzo piano, lui vive qui, è un inquilino che la Scala ha trovato mentre vagava a vuoto. Mi creda era il più sospeso di tutti quando è arrivato. Ha passato giorni raggomitolato in un angolo, sembrava l’ ombra di se stesso. Ma ora, lo vede, sta bene, la sua vita gli calza a pennello anche se non ha un padrone ha trovato il suo posto, è il padrone di se stesso e sta bene sulle sue zampe.”

Lo accarezzo per salutarlo mentre il suo custode si avvia verso l’ edicola e mi anticipa il giornale sospeso di un ieri appena superato. Lo prendo tra le mani, e’ “Il Fatto Quotidiano” del 20 marzo; strano, non è uno dei “miei” quotidiani e non l’ aveva mai tenuto per me.

Seppia ed Ombra si avviano, armonizzando il passo come buoni amici di vecchia data, verso l’ ascensore ; mi salutano entrambi con un sorriso e uno scodinzolo prima di sparire verso i loro cubi.


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