I CORRIDOI “DISUMANI”

#DIRITTIUMANI

Anna e i suoi bagagli attraversa il confine con la Slovacchia-Ph. Aleksandra Szmigiel per Reuters

La propaganda in guerra ostenta la concessione di corridoi umanitari ma, di fatto, gli unici corridoi sono quelli che la forza della disperazione percorre da sola.

L’ Unchr, organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, stima dal 24 febbraio ad oggi, un flusso di 2,3 milioni di ucraini in fuga dalle ” operazioni militari” russe verso Polonia, Ungheria, Slovacchia, Moldavia e Romania.

La sofferenza è impietosa, toglie espressione ai volti dei terremotati, dei naufraghi, dei sopravvisuti in senso lato ma la sofferenza di un popolo di profughi fatto di donne, bambini, anziani con i loro animali o le loro poche cose è una sofferenza che segna la Storia e dovrebbe risvegliare la coscienza di tutto il genere umano, se ancora qualcosa di “umano” abbiamo salvato.

Siamo tutti in balia della narrazione difficoltosa proposta da inviati di guerra o da politologi che hanno sostituito i virologi sotto i riflettori e sappiamo tutti ben poco cosa stia accadendo in uno spazio estremamente prossimo al nostro territorio. E forse, poco ci importa se non incide nelle nostre piccole traiettorie quotidiane. Ma le foto restano, raccontano storie senza usare parole, fanno trapelare il freddo, la stanchezza, l’ umiliazione, la paura della gente comune.

Come in ogni emergenza emergono migliaia di persone che offrono quello che possono; cibo, abiti, alloggi, solidarietà, che danno il meglio di sè e migliaia che si voltano dall’ altra parte, non per cattiveria ma per paura di identificarsi, di poter intravvedere un futuro di cui non vorrebbero mai essere i protagonisti.

E quindi? Cosa dovremmo fare?

Manifestazioni, donazioni, appendere lenzuola con su scritto ” Ce la farete!”? Non credo. Basterebbe recuperare, ognuno nel suo piccolissimo, un giudizio critico e la “grazia nel cuore”. La Storia corre molto più veloce del nostro attivismo occidentale, è già arrivata al giro di boa mentre noi la osserviamo increduli dalla spiaggia.

Possiamo tornare ai fondamentali, a metterci nelle scarpe di chi percorre i corridoi disumani per chiedere sì, e a gran voce, dei corridoi umanitari garantiti, anche se per brevissimi intervalli. Dovremmo pretendere che la carta dei diritti umani non sia solo sventolata ma rispetata, che il Tribunale penale internazionale (TPI) metta a disposizione tutti i mezzi umani ed economici per sanzionare ora, e non fra vent’ anni, i crimini contro l’ umanità.

Se ad ogni post sui social corrispondesse una mail di denuncia ai Ministeri degli Esteri, al Tribunale dell’ Aia, alle cancellerie mondiali, forse l’ opinione pubblica riuscirebbe ad avere un peso, almeno mediatico. Non sarebbe una presa di posizione politica, non richiederebbe competenze geopolitiche o diplomatiche e dimostrerebbe che, in realtà, tutti vogliono soprattutto la stessa cosa: salvarsi la vita; Anna con i suoi tre animali, Olga che abbraccia il suo volpino in un rifugio della Romania, un uomo e il suo gatto che spuntano da un sacco a pelo in un rifugio di Kharkiv ed io, voi, noi spettatori frastornati tra un’ emergenza e l’ altra.

Nel frattempo consiglio di tenere sempre a portata di mano delle scarpe comode e robuste, un trolley con rotelle rinforzate, uno zaino, un sacco a pelo e la speranza di doverli usare per una gita fuori porta e non per percorrere i corridoi disumani appena fuori dal nostro quartiere.

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.

Un tempo per uccidere e un tempo per curare,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

(Dal Libro del Qoèlet (Qo 3,1-11)

E allora “noi” a quale tempo vogliamo appartenere?

La “dis-sincronia” di Putin

#timeout

Sembra impossibile, eppure basta un istante di distrazione per essere superati dalla Storia. Per quanto si sia bravi nel prevedere e nell’ anticipare, prima o poi si inciampa nel momento esatto in cui la musica in sottofondo cambia impercettibilmente ritmo.

Nella vita degli uomini comuni si risolve in un inciampo su se stessi o in piccole tragedie private. Quando a di-sincronizzarsi è uno Zar, convinto di essere tale, è un disatro armato che chiamiamo “LA GUERRA”. Non ho le necessarie competenze geopolitiche nè per comprenderla nè per narrarla e temo che pochi le abbiano.

Al di là del taciuto e delle trame insondabili che stanno alimentando l’ apparente conflitto di un elefante bellico contro un topolino da granaio cosa c’ e’?

C’è che il potere, che chi detiene il potere, si è di-sincronizzato, e’ rimasto indietro mentre la Storia correva piu’ veloce.

La narrazione di questa guerra ci consegna solo un evidenza : è anacronistica. Anacronistiche le presunte rivendicazioni territoriali, anacronistici i carri armati e i fanti, anacronistici i suoni degli allarmi, i civili ammassati negli scantinati, gli assalti ai treni dei profughi.

Un fim del secolo scorso restaurato a colori. Per forza, la regia è del Novecento.

(#comunquelasipensi)

La fisiognomica di Putin rimanda all’ imbalsamazione dei leader sovietici immortali ed insotituibili e le sue parole sono rivolte ad un mondo che è già svanito senza che lui se ne sia accorto.

Come scriverebbe Jean Charles Terrasier, le varie competenze del soggetto in questione hanno intrapreso uno sviluppo disomogeneo e non concordante con l’ ambiente esterno. Improvvisamente si è aperta una voragine fra realtà, bisogni e necessità del leader rispetto all’ offerta che il contesto circostante offre.

Nel suo caso l’ ambiente si chiama MONDO, un luogo ampio ma estremamente connesso.

Putin e’ malato? Di dis-sincronia senile sicuramente. E’ una patologia pericolosa in questo caso perchè piu’ il malato si avverte fragile più il suo agire “giù di testa” manifesta la sua rabbiosa incredulità rispetto ai suoi insuccessi. Nel registro relazionale aumenteranno aggressività e violenza, solo in ultimo influenzabilità e vittimismo. Solitamente un malato patologico si circonda esclusivamente di altri patologici o di figure minori che lo sostengono nel suo distacco dalla realtà.

Peccato che questa volta i soggetti in questione detengano le tre schede ciffrate utili per attivare ordigni atomici. Putin non è improvvisamente impazzito è solo rimasto indietro di qualche minuto in un tempo che non concede ritardi, di nessun tipo.

Addirittura l’ altro “giovane” Predidente, Biden, continuava ad annunciare la sua invasione dell’ Ucraina, precedendolo anche in questo.

Illuso dall’ imponente (in ogni senso) “collega” cinese, Xi Jinping, sbeffeggiato dalla gioventù esibita mediaticamente da Zelens’kyi, ripudiato da tutti i governi europei all’ unanimità, cosa gli resta? LA GUERRA , o la minaccia della GUERRA, contro tutti, perfino e soprattutto contro se stesso.

Qualcuno avrebbe almeno potuto suggerirgli che l’ opinione pubblica non andrebbe mai sottovalutata, soprattutto se si pensa di poterla influenzare e si sbaglia nel farlo.

Il risultato è un disastro che sta già coinvolgendo e sconvolgendo milioni di vite perchè il malato, o i malati, non vengono giustamente ricoverati o deposti per limiti di età. Comunque vada questa sarà l’ ultima pagina tragica di un Novecento che tutti continuiamo, nel piccolo e nel grande, a non riuscire a superare e in cui rischiamo di impantanarci, come già accaduto.

Speriamo che qualcuno deponga gli anacronisti storici, di qualunque nazionalità e speriamo di risvegliarci tutti, velocemente, nel XXI sec. con tutti i suoi difetti.

Cara Anima ti scrivo…

“L’ anno che va via”

Così mi scaldo un po’ e siccome sei molto vicina, in punta di dita ti scriverò.

Da quando ti ho nascosto non ci sono grosse novità, l’ anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va.

Ma non andava già prima e tu Anima lo sai bene. Prima della pandemia, prima dei distanziamenti sociali da decreto. Io e te li abbiamo vissuti quando erano “privati”, quando la globalizzazione spariva in una stanza che conteneva il mondo e solo il il tempo presente del verbo essere. Nell’ isolamento forzato abbiamo imparato nuove parole mute per comunicare, inventato un tempo nuovo fatto di istanti lunghi come anni, sperimentato pensieri avvolgenti come carezze per non perderci mai.

Mentre il mondo fuori proseguiva ottusamente il suo flusso stereotipato assicurato da fortini di sabbia, noi contavamo ogni granello di sabbia di una piccola clessidra. Nulla era insopportabile, nulla era privazione; le distanze dagli altri erano solo protezione di un amore tanto grande quanto fragile.

La mancanza di certezze non ci ha mai tolto il coraggio, semmai ci ha obbligato a trovare in noi nuove certezze, segrete e inattaccabili.

Questa sera, mentre ti scrivo è tornata la nebbia, te la ricordi la nebbia? Quella di tanti anni fa. Nella foschia circola un Virus cangiante, sai gli cambiano nome mentre lui è già stato sostituito, lo combattono con vaccini che lui ha già decodificato. E’ solo più veloce di un mondo che pensa di sapersi adattare e cambiare ma in realtà ha un problema con il cambiamento.

Noi lo avremmo chiamato ” Bottle V2“, perché sequenziandolo oltre alle catene proteiche si protebbe leggere un messaggio datato: “La misura dell’ intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”. Lo scriveva Albert Einstein nel millennio scorso. Molti lo hanno citato tra virgolette ma pare nessuno l’ abbia ben capito. Cambiare non significa adattarsi momentaneamente ed indossare mascherine o accettare di farsi introiettare vaccini, non significa modificare i propri comportamenti sociali perché obbligati da una convenienza, o sconvenienza, sociale.

La differenza tra l’ adattamento a un comportamento imposto e la capacità di piegare i propri desideri e la propria libertà in nome di un’ accettazione profonda e’ immensa.

Piegare i propri desideri non significa rinunciare alla bellezza o alla speranza ma solo proteggere quelli indispensabili. L’ amore è indispensabile, in qualunque forma si abbia la fortuna di incontrarlo. Va protetto, maneggiato con cura, nascosto dal male, pensato con intensità, anche e soprattutto quando non è agito.

L’ amore, quello autentico, è vitale. Tu anima mia lo chiamavi protezione, io lo chiamo eternità perché ho scoperto la sua resilienza, la sua straordinaria capacità di annullare tempo e distanze, di rendere il dolore malinconia e la malinconia una seconda pelle.

“Un solo essere vi manca e tutto è spopolato” scriveva Lamartine in Chute d’un ange, ed aveva terribilmente ragione. Anima mia, se puoi, dalla stella in cui ti nascondi e ti ho nascosto, cerca di spiegarlo tu a chi stasera si sente solo, a chi non riesce e non vuole cambiare, a chi non sa come rinunciare alla propria libertà per amore.

Spiegalo tu che quando tutto cambia non si può rimanere uguali, accettare è doloroso ma fingere o restare immobili è disastroso e, prima o poi, la vita ne chiede il conto. Talvolta occorre stare fermi, salutare il passato e prendere atto che il presente è cosa nuova che non poteva essere programmato.

La vecchia nebbia scende su un tempo nuovo, l’ unico che abbiamo e che possiamo vivere, vicini o lontani, che importa? La solitudine può essere un vortice anche violando le distanze di sicurezza.

Vivete il presente salvando la parte migliore della vostra anima, quella che segue la scia della vita, abbiate cura di voi e proteggete la grazia nel vostro cuore.

E tu Anima mia torna a nasconderti dietro una stella, ben oltre la nebbia e ciò che sfugge agli occhi, io ti accarezzo la mano ed i pensieri stanotte e ti porto con me verso l’ anno che verrà; ovunque ci porti ci troverà insieme.

Auguri a chi legge, a chi scrive, a chi è solo e a chi si sente solo…ed anche a me.

“LA CURA” ZAN

BASTA UNA LEGGE CONTRO L’ IGNORANZA?

#comunquelasipensi

di Cristina Battioni

Non avrei voluto scrivere nulla sulla dibattuta “Legge De Zan” perchè la ritengo già troppo politicamente strumentalizzata e paradossalmente superata.

Superata dai fatti e dalla storia contemporanea.

Nel 1964 i Cultural Studies usavano l’ interdisciplinarità per comprendere e spiegare le differenze razziali come forme di diversità culturali in un mondo che si apriva timidamente alla globalizzazione; agli inizi del 1990 il costruzionismo spiegava già il “genere” ed i ruoli sociali come costrutti della società e con la “queer theory” superava addirittura il binarismo dei generi.

In una società mutata e completamente trasformata dall’ industrializzazione, dall’ urbanizzazione e dalle migrazioni non aveva più senso definire le persone in base alle loro caratteristiche biologiche poiché studi ed osservazioni evidenziavano come la formazione di un individuo possa avvenire e mutare nel tempo, nella sua storia personale e di formazione, rendendo il “genere” elemento fluido, che può cambiare, mutare, evolversi .

60 anni fa la sociologia aveva capito che la differenza fra “male” e “female” era solo convenzione e che la battaglia di genere stava per essere utilizzata per fini propagandistici e volutamente manovrati e stereotipati dalle diverse correnti di opinione.

Ben vengano le battaglie contro la discriminazione di qualunque natura, contro il maschilismo e contro il razzismo ma a nulla servono se non si supera la distinzione tra “male” e “female” e non si comincia a parlare di “persone” e della differenza tra male e bene collettivo.

Non avrei voluto scrivere le mie personali ed opinabili osservazioni su questa discussa legge ma questa mattina ascoltando “LA CURA” del Maestro Franco Battiato ho percepito nel testo tutto ciò che bisognerebbe sussurrare nella culla per migliorare l’ educazione sentimentale di una società occidentale fossilizzata in una falsa evoluzione e nella maleducazione.

La Legge Zan prevede l’ estensione dei cosiddetti reati d’ odio (art 604 bis del codice penale) a chi commette o istiga a commettere atti discriminatori verso omosessuali, donne e disabili e l’ aumento del carico penale applicabile ai colpevoli.

Ma come è possibile che in una civiltà occidentale culturalmemte evoluta ci sia bisogno di una legge aggiuntiva per punire l’ odio e tutte le sue declinazioni?

L’ odio è virulento, è accidia, è espressione di un substrato culturale ignorante ed involuzionista. Viviamo in un paese maschilista, perbenista ed ipocrita in cui le frustrazioni personali sfociano in violenza verbale o fisica, sempre più nascosta dall’ anonimato web o dalla massa.

L’ ODIO è un sentimento trasversale che riguarda tutta la società, non è di genere, né solamente razziale, è onnipresente e, ovviamente, si manifesta con maggior facilità contro gli indifesi, le donne, gli anziani, i disabili, i clochards, gli stranieri, gli omosessuali, i transgender. Sono solo gli obiettivi più esposti perché fragili o isolati, soprattutto se poveri.

A cosa può servire una legge che cerca solo di aggravare le pene anziché proporre come sanare il grande vulnus della formazione culturale e sentimentale di generazioni ormai indifferenti?

Gli oltraggi, le offese, le aggressioni verbali sono visceralmente contenute in tutti, o quasi, gli strati sociali. Ci si sente abilitati ad offendere per frustrazione, per invidia, per sfogare le proprie insoddisfazioni personali. Lo fanno i politici, lo fanno gli opinionisti, lo fanno le tifoserie, lo fanno i personaggi pubblici, i rapper, buoni o cattivi. Lo fanno i minori fuori e dentro alle scuole.

La legge Zan dovrebbe punire l’ accidia covata spesso all’ interno dei nuclei famigliari e già assorbita nella culla? L’ omofobo non sarà anche un maschilista in casa, con la moglie, con i figli? E chi denuncerà e rimedierà a quel tipo di odio sottile tra le mura domestiche ? Non una legge. Considerando che in Italia nessun reato viene punito con pene certe ed applicate ma finisce per intasare solo i tribunali di denunce di offese verbali date e ricevute, udite o bisbigliate.

Gli unici antidoti all’ imbarbarimento sono la cultura, gli esempi assorbiti nelle proprie case, nelle scuole, nei programmi di insegnamento.

La discussa legge dell’ On. Zan certamente sottolinea l’ esistenza di un problema, ma non lo risolve.

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CENERENTOLA VINCE AMICI 2021

LA VITTORIA DELLA NUOVA FEMMINILITA’

dI Cristina Battioni

Giulia Stabile è uno scricciolo di 19 anni, un insieme di imperfezioni deliziose, di caos, passione, fragilità, volontà che l’ hanno resa unica.

Con lei vince l’ anti stereotipo della perfezione femminile venduta come merce prodotta in serie dai mezzi di comunicazione e dal marketing degli ultimi 20 anni.

Non ci rassicura perché è normale, ci affascina perché è se stessa, con le fragilità di una ragazza che non si atteggia a prima della classe, che non ambisce alle copertine patinate e ritoccate dei giornali o ad essere la reginetta del liceo.

Giulia è quello che si vede, non un prodotto manipolato ma una ragazza tutta occhi e risate che non teme di scoprire le gengive e sorride, ride anche quando le cose non vanno bene, ironizza su se stessa e si impegna tanto da trasformarsi in farfalla quando balla.

Lei stessa dichiara più’ volte di essere nata con la passione, non con il talento.

Ed è la passione che si è trasformata in talento e la rende bellissima quando danza, su qualunque base, con qualunque scenografia o abito di scena.

Davanti a 6.667.000 spettatori (33,4% di share), vince e si butta a terra tenendo per mano Sangiovanni, secondo classificato e Principe azzurro della favola.

Visti così ricordano la gabbianella e il gatto, lui cosi’ simile a Rino Gaetano, lei cosi’ simile alle ragazze in fiore di un nuovo ventennio, che, speriamo, cancelli il precedente.

Con loro vince, certo, il fascino della favola, la narrazione del primo amore nato e spiato in un talent, questo mi interessa poco, anche se una favola, pulita e artistica, in questo periodo ci rassicura.

Ma con Giulia vince soprattutto la femminilità, rinata dopo anni di finti perfezionismi senza grandi contenuti, vince un’ immagine di donna che si concede fragilità e insicurezze, che fa dei suoi presunti difetti dei segni di unicità irresistibili.

Forse abbiamo capito che il modello precedente cominciava ad avere il colore delle figure esposte al museo delle cere? Finalmente anche il mercato ha compreso che la bellezza ormai si può costruire ma la personalità no?

Mi sorge il dubbio osservando che Dove lancia in contemporanea all’ ultima puntata di Amici, quindi nel punto di massima visualizzazione del sabato sera televisivo, la sua nuova campagna pubblicitaria. Un inno e un invito alle nuove donne ad essere se stesse, a riscoprire una bellezza che può fiorire e crescere se alimentata dall’ intelligenza e dalla grazia.

#let’schangebeauty

La campagna denuncia la perdita di autostima delle ragazze, peggiorata durante il periodo di pandemia. Vittime, inconsce, di un modello di perfezione solo estetico, costruito ad arte per vendere prodotti e prestazioni completamente inutili, con il solo scopo di far volare i fatturati senza preoccuparsi dei danni psicologici e delle patologie innescate. www.dove.com/autostima

Giulia Stabile non è importante solo per il suo talento e per la sua vittoria ma per la vittoria della sua immagine e della sua personalità, per averci riportato quel senso di estate di cui tutti abbiamo bisogno.

Citando Vasco “Brava Giulia”, che provi a vivere la vita che vuoi, al di fuori delle attese, pretese, aspettative di un mondo mediatico che ormai è vecchio e ci vede poco.

Brava Giuia

“UN LIBRO NON SI NEGA A NESSUNO”

NON SI SA MAI…

IL PIANO B DELLA SCALA B

di Cristina Battioni

la finestra aperta lascia entrare una sera di maggio nel soggiorno. E’ di nuovo un sabato qualunque, “un sabato italiano”; auto, pedoni e biciclette attraversano l’ isolato tra l’ aperitivo e le 22, il peggio sembra essere passato ed Il passato prossimo sembra già remoto, prescritto.https://youtube.com/watch?v=p1ooI9AyAzU&feature=share

La dimenticanza è la fortuna di molti, non la mia. Ho una memoria selettiva; resetta immediatamente l’ inutile o il non interessante ma trattiene morbosamente ogni crash, ogni istante di vertigine, ogni caduta. Ogni nuovo segmento trascina dati virali dal precedente.

Mi preparo una macedonia, solo fragole e banane, mi verso un bicchiere di vino bianco e accendo la Tv. Ombra sembra non interessato alla frutta, raccoglie una carezza e si posiziona sul divano fronte schermo. Essendo stato il cane di Seppia ha una naturale predisposizione per le sigle dei notiziari.

Mi sospendo nelle mia stanchezza vespertina con il sottofondo della sigla di “Otto e mezzo” sulla 7. Non ascolto, non ascolta mio padre perché il volume è troppo basso per le sue capacità uditive, utilizziamo la televisione come elettrodomestico da compagnia.

Ombra sembra l’ unico interessato, punta le quattro zampe, si tuffa con inaudita audacia e si avvicina allo schermo abbaiando festoso.

Ombra

“Questo cane è pazzo, simpatico ma pazzo…”, commenta mio padre. Il cane pazzo mugola e scodinzola; alzo lo sguardo per osservarlo e nell’ elettrodomestico riconosco il primo piano di Seppia. Alzo il volume spropositatamente mentre mio padre ringrazia per avergli reso comprensibile il sonoro.

Il Prof dell’ Edicola Sospesa riemerge nel suo ambiente naturale, perfetto nel suo mezzobusto leggermente inclinato per bucare lo schermo e a catturare l’ attenzione. Indossa un completo di lino blu, i nuovi occhiali da vista con montatura azzurra addolciscono lo sguardo vigile.

” Ma io l’ ho già visto, ma sì dai, si vedeva spesso in televisione, come si chiama.. lo sai no come si chiama?”, mi domanda mio padre, come da copione.

“Aspetta papà, ci penso, poi mi verrà in mente…”, gli rispondo al solo scopo di zittirlo, inutilmente.

Ombra si placa ma lui no e continua a commentare, “Sarà uno che ha scritto un libro, ormai scrivono tutti solo libri, ma chi li leggerà poi tutti sti libri? Mah”.

Non ha tutti i torti.

Intanto mi avvicino anch’ io al televisore come se il Prof. potesse vedermi seduta in prima fila, nascondo lo stupore e l’ emozione ed ascolto la risposta alla domanda scontata dell’ anchorwoman protesa al limite estremo della sua gigantesca poltrona. “Cosa ha fatto in tutto questo tempo, è stato il lockdown a suggerirle il suo romanzo che, da quanto vedo, sta andando molto bene mi pare?”

Dentro l’ elettrodomestico

Seppia la guarda, poi guarda noi, o almeno sembra, solleva leggermente un sopracciglio e sfodera il suo magistrale istinto teatrale per esprimere modestia e una vaga noncuranza, “Tutto questo tempo? Non saprei, non l’ ho contato, l’ ho lasciato passare. Il tempo è fluido, scorre da solo. No, nessun parto da lockdown, io ho il mio isolamento personale, il romanzo si è scritto da solo mentre io lo osservavo passare, il tempo, nei passanti.”

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NESSUN LUOGO E’ “DISTANTE”

L’ ULTIMO Istante SOSPESO DELLA SCALA B.

di Cristina Battioni

Un segmento del diagramma di Cassandra tende a 0, scompare mentre l’ Italia riapre un segmento alla volta, giorno dopo giorno dimentica e progetta, ingenuamente, una nuova stagione.

Il mondo ha ricominciato a circolare con la frenesia precedente al Virus, tutto ricomincia a girare vorticosamente; persone, auto, autobus, monopattini, scolari, runners, negozi, pizzerie, dehors; il tempo decelerato accelera senza consapevolezza, si calpesta, divora se stesso senza sentirsi mai sazio.

Io resto sospesa anche in assenza di un’ emergenza, ad ogni caos ne segue inevitabilmente uno nuovo; osservo e aspetto. Ho deciso di declinare l’ offerta di Cassandra, non sostituirò Seppia all’ Edicola Sospesa, l’ urgenza contingente della realtà non me lo consentirebbe in ogni caso.

La terra beve gli umori di chi l’ ha calpestata e la Scala B ha bisogno di una sanificazione, di nuove storie da miscelare a vecchie malinconie.

Vado a comunicarlo al Prof. Seppia, per me “Seppia persempre“.

Piazza della Vittoria torna ad essere un luogo di incontro, di passaggio, di scambi commerciali. Decine di formiche con la mascherina la attraversano in file disordinate, chi entra, chi esce, chi parla al cellulare tra “bzzzz” di porte che si aprono, gente che va, gente che viene. Il palazzo grigio ha perso quell’ austerità che l’ immobilismo umano gli conferiva.

Entro come di consueto premendo le mie impronte digitali, all’ interno eco di rumori, formiche impiegate e clienti smistate tra scale ed ascensori. Nessuno mi nota, siamo tutte anonime con gli occhi bassi sul nostro tragitto di briciole di tempo. Sono le 18, il mio orologio non si è ancora fermato.

Il piano T è sbocciato dopo due giorni di sole, un cubo di fiori con un coperchio di nuvole e vento. La natura riesce a comporre installazioni perfette quando non ha scadenze da rispettare.

Seppia esce dall’ Edicola Sospesa affiancato da Ombra che mi corre incontro cercando di sfruttare le leve corte delle sue zampe raso prato. “Ciao piccoletto, se mi abbasso fai un salto?”, neanche il tempo di finire la domanda ed il bassottino si accomoda tra le mie braccia emettendo buffi suoni di benvenuto.

Non so come si chiami realmente questo giornalaio, giornalista, scrittore, guardiano e apolide intellettuale, ma non importa più. Conosco le variabili del suo sguardo, il caleidoscopio nell’ iride scura, le zampe di gallina sopra gli zigomi, le inclinazioni della sua voce, il rumore dei pensieri, il suo profumo di lavanda. Il resto è convenzione da formicaio.

Il nome come una targa. Non dice nulla, resta uguale dalla nascita alla morte, il proprietario no. Bisognerebbe poter cambiare nome nei vari segmenti della nostra esistenza, nomi che ci corrispondano e ci identifichino nel divenire, nell’inevitabile cambiamento agito e subito.

“Ciao Prof, ho deciso di chiamarti così, ti si addice. Mi offri un po’ del tuo tempo ?”.

Il Prof sospeso mi prende sottobraccio e mi invita verso la panchina, “Certo, ho tutto il tempo visto che qui il tempo non esiste, se non nella tua testa dura…”. Replico che il mio orologio non si è arrestato questa volta.

“Guarda meglio e dimmi che ore sono ?”

Eseguo, sono le 17.59, il tempo non solo si è fermato ma mi ha concesso uno sconto.

Ci sediamo guardando il chiosco. “Allora Kami, naturalmente sapevo già che non avresti accettato di prendere il mio posto, volevo solo tu conoscessi Cassandra e i suoi montaggi cinematografici. Sono stato qui in questi anni per apprenderli.”

Sospendendo il presente Sandra era riuscita a farmi assistere alla proiezione del passato, anzi il passato era più reale del presente. “Ci sei riuscito?”, gli domando ,”Si, non perfettamente ma credo di si, per questo ho finito il mio romanzo e ora devo andare. Se ci pensi hai imparato la tecnica anche tu”.

E come, come l’ avrei imparata anch’io?

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LUANA PERSEMPRE

UN’ INFLUENCER DI VALORI PER LA NEXT GENERATION

di Cristina Battioni

Se questo fosse un articolo serio l’ incipit sarebbe il seguente:

Luana D’Orazio, una splendida ragazza di 22 anni muore il 3 di maggio uccisa dall’ ingranaggio di una macchina tessile nella ditta di Montemauro dove lavorava da un anno.

Ma questo è solo un “Giornale Sospeso” e la NOTIZIA non è la morte bianca di una ragazza, non solo.

La notizia è nella breve esistenza di una bellissima giovane donna, autentica e normale.

La sua scomparsa ci regala la storia di un’ incantevole ventiduenne priva di sussidi genitoriali, della possibilità di un’ istruzione universitaria ma capace di scelte difficili e di sacrifici, di vivere serenamente una quotidianità scandita dal suo lavoro in una fabbrica tessile e dal suo ruolo di mamma di un bambino di 5 anni.

Giovane, bella e mamma. Da adolescente a donna senza perdere il sorriso, senza rancori, con i suoi sogni nel cassetto e una piccola comparsata in un film di Pieraccioni. Una storia senza eccessi, senza protagonismi, senza ombre. Un bel film che meritava l’ happy end.

Luana D’ Orazio

Mentre la cronaca ci offre ripetutamente le immagini di una gioventù impegnata in assembramenti alcolici, feste a base di cocaina, vacanze milionarie a scopo di stupro, la morte bianca di questa splendida ragazza ci spiazza ed è faticoso scriverla.

Ci testimonia che “la meglio gioventù” esiste e resiste, lontano dalle cronache, dai luoghi comuni, dai fashion bloggers improvvisati, dagli annoiati stereotipati.

Luana aveva bellezza e gioventù ma anche la consapevolezza della realtà, aveva capito che i sogni resistono ma non bastano a mantenere un figlio, non comprano cibo, pannolini, medicinali, vestitini e, tantomeno, la dignità.

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“CASSANDRA”

IL DIAGRAMMA CARTESIANO DI SANDRA

-Primo tempo-

Di Cristina Battioni

Ho riflettuto a lungo sull’ offerta della Scala B. Potrei trovare nell’ Edicola Sospesa un rifugio, un luogo in cui leggere, imparare, ascoltare ed ascoltarmi. Ma sarebbe una fuga ed i sospesi si nascondono ma non scappano, non ne sono capaci.

Noi stiamo, restiamo, a costo di cadere e farci male, siamo i patologici delle risalite. Abbiamo bisogno di violenti temporali di vita, di ripari momentanei, di silenzi incomprensibili per risanarci prima di tornare a scalare il diagramma sconclusionato della nostra esistenza.

Incontro Cassandra sabato mattina al Piano T. E’ il primo maggio, l’ Italia in semi-libertà festeggia i lavoratori non lavoranti ed io mi preparo ad incontrare una donna senza età in un luogo non rilevabile.

I normali come i sospesi vivono nel paradosso.

Indosso un robe manteau blu, un paio di décolleté tacco 10 e sciolgo i capelli, ho perso l’ abitudine all’ eleganza ma un incontro con il passato richiede un’ uniforme adeguata con un leggero retrogusto di naftalina e di oggetti dimenticati tra le cose inutili.

L’ essenziale femminile singolare. Mi concedo solo l’ orologio di mia madre fermo da anni sulle 15,25 e un filo di rossetto color peonia.

Arrivo a Piazza della Vittoria verso le dieci. Il mese delle rose tarda ad arrivare, al suo posto ancora nubi e aria umida gonfia di pioggia. Gli uffici sono chiusi ma i bar aperti, qualcuno sbadiglia tra cappuccini e croissant, poca gente in giro, il vento di burrasca scoraggia le passeggiate.

Prima di sfiorare il portone mi soffermo ad osservare la targa dello “Studio Notarile”.

Come può essere cominciato da lì questo mio viaggio attraverso il tempo? E quanto è durato? Settimane, mesi, anni o solo pochi istanti nascosti? Stante, il Notaio, sarà nell’ altra sua vita stamattina, sulla rotta circolare e perfetta di un orologio rotondo. Ogni giorno la sua lancetta disegna come un compasso un cerchio perfetto attorno a lui che cammina spinto da una forza d’inerzia all’ interno della circonferenza, attento a non inciampare, a tornare esattamente nella stessa posizione ogni 24 ore.

Ogni giorno uguale all’ altro, senza sbavature o ritardi, ogni battuta ed espressione immutata, la stessa rappresentazione fedele attesa da un publico che aspetta solo continue repliche rassicuranti.

Il suo diagramma e’ a torta, il mio un diagramma cartesiano a segmenti, picchi e discese repentine.

Il portone si apre come spinto da una corrente fredda, piccole gocce sul pavimento dell’ atrio indicano il recente passaggio di Cassandra e del suo ombrello perennemente intriso di pioggia. Seguo il sentiero d’ acqua fino al muro del corridoio cieco, sento il rumore di tacchi e non li riconosco ; sono i miei.

L’ ascensore mi accoglie, mentre mi sistemo il vestito avverto una piccola vertigine che mi accompagna al piano T. Mi aspettavo solo silenzio e vuoto ed invece il cubo verde ed il suo coperchio di nuvole grigie sono animati.

Una musica fluida danza con il silenzio, i gelsomini lungo i muri interni cominciano a sbocciare profumando il giardino, al posto delle forstizie piante di rose con i boccioli ancora chiusi, l’ Edicola Sospesa è aperta con le sue litografie appese; sulla panchina Marco fuma in compagnia di una vecchia signora avvolta in un impermeabile beige, non è come la immaginavo; austera ed elegante, ma solo uno scricciolo con scarpe da bambina nere che sfiorano il prato.

Si somigliano, potrebbero essere madre e figlio, stessi lineamenti delicati, stessi capelli imbiancati e lucidi, stessi occhiali da miopi. Marco mi viene incontro, ora che non ha più il suo ruolo è libero di sorridere ma non ha perso la postura elegante da primo attore.

“Buongiorno Kami, deliziosa vestita da signora, quasi non la riconoscevo…dovrebbe farlo più spesso.” Il commento gentile mi fa sentire inadeguata, non mi sento più nei miei panni, rimpiango i miei soliti jeans e gli scarponcini. Sembro un’ impalcatura instabile edificata alla meno peggio per paura di un incontro, una specie di gru che cammina goffamente verso una bambina invecchiata. Comunque cerco di camuffare il mio senso di disagio. Marco, per me ancora e sempre Seppia, percependo il mio innaturale equilibrismo mi prende inusitatamente sotto braccio, mi stabilizza . Le mie dita si aggrappano al suo maglione morbido .

“E’ la Signora Cassandra vero?” gli domando avvicinandomi alla panchina, “Si, e’ arrivata presto per visitare il chiosco e salutarmi; non si alza perché ha qualche problema di stabilità … un pò come te…”, commenta sbirciando i miei tacchi.

Già, due donne, chissà quanti gap generazionali tra noi, eppure così vicine e simili nel tempo in pausa. Cassandra si appoggia all’ ombrello e si alza nascondendo lo sforzo delle ginocchia ossute, ora posso osservare la sua figura fragile al centro del suo spazio. Sembra una bambina invecchiata, le dimensioni dell’ ombrello chiuso la sovrastano.

Uno scricciolo delicato appoggiato ad un ramo cartesiano del tempo.

Cassandra è un nome inadeguato a questa donna minuscola con piccole mani fragili e grandi occhi color cenere. Prima di parlare mi porge la sua zampina, sento le sue dita senza forza cercare di stringere la mia mano. Osservo con invidia le sue ballerine nere, vorrei togliere i tacchi, lo faccio. Ristabiliamo un equilibrio nel diagramma a barre.

Cassandra mi da la sua benedizione, “Buongiorno mia cara, ero certa lo avrebbe fatto, lo avrei fatto anch’io, e’ un peccato perdersi la sensazione del prato morbido sotto i piedi, non e’ vero?”

Ha una voce lieve ed antica accordata al profumo delicato di uno chignon di zucchero filato. Non lascia la mia mano mentre mi invita a sedermi accanto a lei. Marco appoggia sulla panchina un vassoio di paste calde ancora impacchettate, “Vi lascio queste, ne avreste bisogno entrambe; se dovesse alzarsi il vento ritorno subito, non vorrei trovarvi sui rami dell’ albero.” Sdrammatizza da bravo padrone di casa e ci lascia al nostro talk show di cui conosce già domande e risposte.

Mi accarezza il viso prima di cominciare la sua spiegazione, io mi lascio cullare. “Cara Kami, so che qui la chiamano così, come già saprà Il Prof Seppia sta per lasciare il suo ruolo di guardiano del faro, la Scala B e’ in cambio turno. In tanti anni non era mai stata cosi’ vuota.”

La dolcezza accogliente della mia sconosciuta interlocutrice mi incuriosisce, “Tanti anni quanti ?” le domando, “Troppi, ho perso il conto. Questo palazzo e l’ area circostante appartenevano alla mia famiglia, nel secolo scorso ovviamente”.

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L’ERBA DI WALTER

NON COLPEVOLE MA GIA’ CONDANNATO DAI CENSORI “ANONIMI” DELLA CANNABIS TERAPEUTICA

Di Cristina Battioni

Il vicino di casa di Walter De Benedetto è probabilmente un “censore anonimo” o, nella migliore delle ipotesi, un perbenista ottuso.

Due anni fa un illuminato ed ignoto proibizionista di Arezzo ha denuciato ai Carabinieri il suo vicino, Walter, 48 anni, inchiodato su una sedia a rotelle da una rara ed incurabile malattia neurodegenerativa, reo di aver coltivato nel giardino della sua casa cannabis ad uso terapeutico.

chissà cosa avranno pensato i Carabinieri di fronte al presunto commerciante di stupefacenti ed al suo corpo deformato e sofferente, forse che dietro la sua inabilità si celasse un pericoloso cartello colombiano? Oppure, dalla soffiata del vicino, avranno dedotto che le piantine di marijuana gli servissero per rallegrare festini a base di sesso, droga e rock & roll?

Walter De Benedetto

Probabilmente non hanno pensato. Si sono limitati ad eseguire un blitz trasformatosi in un’ ispezione ridicola a danno di un piccolo uomo che coltivava il suo “orto” per sopravvivere. Quel blitz, alla luce dei fatti, ha solo aggiunto due anni di pene giudiziarie ad un essere umano già condannato da una grave forma di artrite reumatoide alla sofferenza, senza appello.

Proprio per il deterioramento delle sue condizioni l’ imputato non era presente in aula il 27 aprile per ascoltare almeno la sentenza della sua assoluzione e ricevere gli applausi dei tanti sostenitori che lo aspettavano. Li hanno raccolti e glieli hanno fatti ascoltare tramite cellulare i suoi difensori, Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti. https://youtube.com/watch?v=NHpfnWlBRMU&feature=share

Walter è stato assolto dal giudice del Tribunale di Arezzo, Fabio Lombardo, in quanto non colpevole di spaccio. Assolto dalla Corte ma condannato al dolore cronico dalla deformazione dolorosa di ogni parte del suo scheletro ma non al deterioramento della sua intelligenza.

De Benedetto era stato costretto ad improvvisare la sua piccola auto produzione per colmare l’ innegabile carenza di farmaci cannabinoidi dovuti, per legge dello Stato, ai pazienti che li utilizzano per lenire i dolori delle loro gravi patologie. L’ ennesimo diritto sancito dal Decreto ministeriale del 9 novembre 2015 ma, nella realtà quotidiana, negato.

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SEPPIA

IL MALE DI VIVERE DELLA SCALA B

di Cristina Battioni

Dopo la morte di Ametista non sono più tornata alla Scala B.

Ho indossato il suo rosario di lacrime di Giobbe come un bracciale, talvolta mi sorprendo ad accarezzarlo, è il pallottoliere delle ore vuote.

Chiamo ore vuote quelle che lascio consumare, come un passeggero fermo ad una stazione guarda i treni passare ma non ha biglietto o intenzione di salire, li lascio scorrere, come i giorni. “Quando non sai dove andare stai ferma”, mi diceva mia nonna. E io sto ferma ma la mia mente no, si arrotola, si attorciglia tra incertezze e paure.

Si chiama stato di precarietà, quel tempo esteso in cui avverti il passato appartenere ad un altra vita, il futuro assente ed il presente precario. E’ l’ età della transitorietà, del fuori tempo; l’ essere perennemente in ritardo o nevroticamente in anticipo, sprovvista di un tempismo opportunista.

Non c’è azione e non c’e’ reazione, volutamente; solo sospensioni che portano alla Scala B. Ma anche la scala ora mi sembra una trappola, un non luogo fuori dal tempo popolato da fantasmi che si sono arresi ad essere ciò che non volevano essere.

Mi sento anch’io un “giornale sospeso”, salvato dal macero ma non ritirato. Un insieme di parole, notizie, domande a scadenza. Vale tutto ed il suo contrario nello spazio di 24 ore.

Continua a piovere su questa città in giallo ma paradossalmente grigia, non c’e’ aria di festa , né di rinascita. Sembra tutto immobile, il fuori come il dentro.

Fa sera su una giornata monotonamente uggiosa e monocolore, senza alcun entusiasmo mi perdo nel traffico della tangenziale, già intasata nei primi giorni di tana libera tutti. Non ho voglia di tornare a casa ma non so dove andare, salto la mia uscita e mi dirigo verso Piazza della Vittoria.

Benché i bar e i negozi abbiano riaperto non c’e’ movimento, qualcuno esce dagli uffici, mascherine e ombrelli. Silenzio e vuoto, come avrebbe scritto Forster.

Il senso di precarietà è tangibile, seppur nascosto da un’ apparente normalità.

Osservo il palazzo grigio ed austero, benché risalga ai primi anni ’70 da l’ impressione di un edificio ispirato al modernismo dell’ architettura fascista, rigida, compatta, severa. Il portone e’ gia aperto, mi basta spingerlo leggermente per ritrovarmi nel crocevia; scala A, scala C e vicolo cieco della Scala B.

Sento l’ eco di passi leggeri, non provengono dalle scale, sono passi di donna, brevi e costanti, scanditi dal ticchettio dei tacchi. Intravvedo una figura scomparire verso il falso muro dell’ ascensore. Un impermeabile nero scuote l’ ombrello, le gocce si depositano sul pavimento di graniglia, unica testimonianza del suo passaggio. Mi fermo e aspetto che scompaia. Non so chi sia, forse la nuova inquilina del secondo piano sospeso o solo un ombra.

Lentamente mi incammino ripercorrendo i passi della sconosciuta, le gocce di poggia depositate dal suo ombrello rendono scivoloso il pavimento, l’ ascensore avverte la mia presenza, mi accoglie sollevandomi verso il quarto piano, verso il mio ultimo rifugio.

Il pulsante del piano “T” lampeggia, non si può’ accedere.

Entro direttamente nel mio cubo del quarto piano, luminoso nonostante le nubi basse, silenzioso e vuoto come se qualcuno avesse appena traslocato. Solo che quel qualcuno sono io. Sparito il vecchio divano ad angolo, sparita la cabina azzurra del bagno Piero, le foto, il vaso; tutto è occupato da un vecchio tappeto che ricopre l’ intera superficie.

Due casse in legno accostate fungono da tavolino provvisorio su cui resta appoggiato un libro di poesie di Montale, “Ossi di Seppia”. Mi siedo un attimo a terra, cerco di spostare una cassa ma e’ stranamente pesante e tintinna, un lato e’ aperto e mostra una serie di vecchie bottiglie, semivuote o sigillate.

Ossi di Seppia-Oscar Mondadori

La cassa è piena di liquori di marca scadente, quelli che si tenevano in casa nei primi anni 80; Whisky Johnnie Walker, Unicum, Amaro Averna, Burbon, Grand Marnier. Ne sfilo una, quella di Grand Marnier, ricordo che lo usavano a casa per aggiungere aroma alle uova sbattute con lo zucchero. Ne bevo un sorso a collo, nauseante e dolciastro come lo ricordavo. Non mi inquieta il vuoto, non mi aspettavo di trovare nulla qui oggi, solo la mia precarietà.

E quella c’ e’, perfettamente rappresentata dalle poesie di Montale, dall’ alcol guasto e dal tappeto Isfahan annodato a mano che il tempo ha reso uno straccio in disfacimento, nodo dopo nodo. Precario anche lui.

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BEFORE GENERATION ITALY

L’ ITALIA SPERA, RIAPRE MA RIPARTE SEMPRE DALLA OLD GENERATION ECONOMY

di Cristina Battioni

Domani, 26 Aprile l’ Italia riapre, o meglio, il Nord iperproduttivo si tinge di giallo e riapre, con le dovute precauzioni da rischio ragionato.

Non e’ cosi ma vogliamo talmente credere alla narrazione da percepirla come verosimile. Abilissima mossa mediatica collegare il 25 aprile con la riapertura e la presunta liberazione dal virus. Niente di più falso ma niente di più vendibile agli acquirenti forgiati dalla cultura nazional popolare.

Prepariamoci a festeggiare la fine della guerra; il Covid spaventato arretra, l’estate alle porte e la manna che sta per piovere dal cielo a stelle dell’ Europa benefattrice ce lo consentono. La trama ha una sceneggiatura modesta: il Salvatore scende dal cielo del capitalismo finanziario, crea un nuovo Governo di unità nazionale, elimina gli incompetenti, sostituendoli con i primi della classe (?), cambia passo alla campagna vaccinale anche in assenza di vaccini, ci libera dal male, fa scendere la curva pandemica piano piano, per non dare nell’ occhio, mentre 220 miliardi arriveranno a pioggia dissetando l’ economia appassita ed arsa.

Un nuovo piano Marshall ricostruirà il paese, porterà benessere, migliaia di nuovi posti di lavoro, strade nuove, ponti, aziende, fabbriche, ospedali moderni, tutti tecnologici ed ecosostenibili. Ecco servito l’ happy end. Applausi e commozione.

E siccome lo spot ci piace, gli crediamo e compriamo il prodotto. L’ entusiasmo talvolta prende il sopravvento sulla ragione. Conseguenza: si ricomincia da dove ci eravamo interrotti: cambieremo auto, a rate, compreremo casa, con il mutuo, acquisteremo qualunque cosa con il “pay later“; tanto stanno per pioverci addosso 220 miliardi, possiamo anche cominciare ad opzionare voli e case per le vacanze.

Ma la realtà? E’ brutta e non la mandiamo in onda.

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